Margherita Levo Rosenberg

Intervistare Margherita Levo Rosenberg è stata un’esperienza impagabile: dalle chiacchierate al telefono fino al confronto via mail, tra un lockdown e l’altro, conoscere meglio lei ed il suo lavoro è stato, per me, un vero arricchimento.

Il risultato non è un’intervista ma un racconto in cui le mie domande sono soltanto l’incipit di ogni singolo capitolo all’interno di una narrazione appassionante e sempre in fieri.

Margherita Levo Rosenberg, SFRANGIA-MENTE n2, materiale pubblicitario, cm45x45x8

Io: Che cos’è l’arte per te e che ruolo ha nella tua vita? Che rapporto hai con le tue opere?

MLR: L’arte, per me, significa ‘pensarmi’, immergermi in un tutto dove l’insieme delle cose è molto più della loro somma, dialogo, condivisione, pienezza del vivere. È attitudine creativa che si realizza nel ‘fare pensante’ che integra la mia vita nella sua forma più armonica e risponde ad un bisogno d’interezza che si realizza solo nel dialogo intimo con l’opera. Nello sfaccettamento della realtà, della complessità, si intersecano piani di pensiero che faticano a mantenere forma e dimensione nel tempo.

L’opera nasce dalla frammentazione del quotidiano, raccoglie e assembla le incongruenze, le dissonanze, le divergenze, gli attriti – le incompossibilità – ma anche le assonanze, i rimandi, le convergenze e li assembla  in una tessitura che prende forma e cresce cercando una sua identità, come le schegge impazzite, installazioni costituite da un’accozzaglia di pungiglioni dai colori stridenti, mantenuti in tensione dalla natura intrinseca dei materiali, in una postura aggressiva – come di un gatto spaventato che rizza il pelo – referenti di una condizione caotica del pensare e del sentire ma anche di una resistenza elastica al collassamento magmatico, alla resa incondizionata e disumanizzante. Come il gatto impaurito, si dispongono a vendere cara la pelle.

M. Levo Rosenberg, SCHEGGE IMPAZZITE pellicole radiografiche, decofix, cm 110x90x35, 2016

Ogni opera, nel corso della sua costruzione, attraversa un processo di personazione che, una volta concluso, la rende interlocutore affidabile, che può dialogare efficacemente con il suo autore, in primis, e poi con lo spettatore.

L’opera non ‘rappresenta‘: è.

Per quanto riguarda il rapporto con questo ‘essere’ delle opere, potrei dare ad ognuna un diverso nome proprio di persona e chiamarle a raccolta la sera, per sapere come hanno trascorso la giornata…nel mio dialogare quotidiano con loro stanno la continuità e la discontinuità che daranno vita all’opera successiva.

Margherita Levo Rosenberg, PIED PAPER (da The Call of the wild) pellicole radiografiche, rami di noce, su rete metallica, cm 100x150x50 ca., 2014

L’anatomia, nel descriverci il funzionamento neurobiologico del nostro cervello, utilizza simbolicamente delle figure antropomorfe sbilanciate nelle proporzioni – l’homunculus motorio e l’homunculus sensitivo – che indicano, anche quantitativamente, una mappa delle aree neuronali impegnate nelle funzioni fondamentali, dove decidiamo come il nostro apparato motorio compie i nostri movimenti e il nostro apparato sensitivo registra le nostre sensazioni.

Io immagino un homunculus artistico, con un apparato pensante nei polpastrelli delle dita, gli occhi tentacolari a periscopio, pieni di desiderio mentre gli altri due homuncoli, sensitivo e motorio, stanno al servizio delle sue intenzioni. Depositario e custode di una sfera di interconnessioni profonde che lavora alacremente a differenziare, disconnettere e separare così come a ad omologare, sintonizzare, armonizzare, ha un suo linguaggio, è polimorfo e si rivolge al suo omologo dell’interlocutore.

L’homunculus artistico, molto primordiale, conserva potenzialità ancestrali; non deve tener conto del tempo e dello spazio potendo muoversi simultaneamente in qualsiasi direzione di spazio e di tempo; il suo orizzonte è sferico, la sua casa senza pareti, la sua traiettoria radiante; ha il passo curvilineo di una pallina, la leggerezza di una farfalla e l’onnipotenza di un bambino;  fino ad un certo punto dello sviluppo tutto ne abbiamo uno enorme; crescendo tende a rimpicciolire…a volte scompare.

Nei bambini e negli artisti è gigantesco e domina la scena.

The Call of the Wild (work in progress), X-ray films, Wood Branches on net, variable size and composition (here THE WITCH) cm 90x130x50 ca. 2014

Io: Quali sono le principali fonti di ispirazione per i tuoi lavori e come procedi dall’idea fino alla realizzazione dell’opera? Qual è la relazione tra pensiero e linguaggio espressivo?

MLR: C’è un disagio che mi pervade ogni volta che mi accingo a descrivere il mio rapporto con l’arte; parlare delle mie opere e del modo nel quale si sviluppano nella mia mente, e prima ancora, nelle mie viscere mi riesce ostico; chi, come me, ha dovuto arrendersi alla necessità di esprimersi con le mani, ha poca simpatia per le parole, parlate e scritte, fuori da un’opera; le parole sono mercenarie di significazioni.

Tuttavia proverò a descrivere come nasce e come procede la mia ricerca.

Per prima cosa direi che ogni ciclo di opere – se non addirittura ogni opera – ha una storia diversa. Non tutte le opere che ho fatto si possono considerare ‘ispirate’ – talvolta si tratta di una ricerca che indaga le possibilità di attuazione, le caratteristiche del materiale, la congruità tra ciò che ho immaginato e la possibilità concreta di ottenerlo. Qualche opera, che non ho neppure iniziato, invece, sarebbe stata molto interessante. L’immaginazione creativa corre spesso più veloce delle mani e, quando un progetto è superato, la curiosità di esplorare il nuovo mi spinge incoercibilmente ad abbandonare il progetto del giorno prima. D’altra parte, le mie opere sono la storia della mia vita e dei miei pensieri: quando un’idea, un pensiero si modificano, sarebbe assurdo esprimerne la versione precedente invece di quella attuale.

L’esistenza è un viaggio relazionale; si incontrano persone e cose che ci sorprendono, ci emozionano o ci lasciano indifferenti. Di tutto conserviamo un’impronta che sedimenta da qualche parte; anche della mancanza conserviamo l’impronta, talvolta più profonda che della presenza.

Margherita Levo Rosenberg, PENSIERO D’ASSENZA, 2009

Tra pensiero ed espressione artistica vi è un legame imprescindibile; il pensiero nasce come immagine e non credo sia possibile pensare senza immaginare. Ogni pensiero ha una sua forma, una sua collocazione spaziale, perfino il pensiero del tempo; il passato si trova alle spalle e il futuro dinanzi a noi mentre il presente ha luogo in noi. Mentre lo stiamo pensando è già scomparso.

Il pensiero è in continuo movimento e l’opera ne coglie una relazione istantanea; ho rappresentato il pensiero come un rovello, che si incarna visivamente in un ricciolo filiforme, che si dipana nel farsi più definito e diventare un concetto, in una doppia spirale.

Mi sono sempre chiesta che differenza ci fosse tra un pensiero e una cosa; tra un concetto e un oggetto; l’arcano mi sembra essersi rivelato in un pomeriggio d’inverno, giocherellando con un piccolo quadratino di giornale, scritto da un lato e con un’immagine fotografica a retro. Bastava arrotolarlo a cono per intravvedere le due facciate, anche se non per intero e farlo diventare un oggetto – un cono – fatto anche di concetto: un conetto, diventato nel mio linguaggio la contrazione di concetto-oggetto. Sono nate così le conazioni, assemblaggi di conetti arrotolati a costituire dei paveé di accostamenti improbabili, come il mio ritratto vicino a quello di Sharon Stone.



Margherita Levo Rosenberg, MEMORIA TIEPIDA n° 7, acetato, dc-fix, pellicole radiografiche, spilli su rete metallica, cm 75×15 ca, 2008
 

Io: Nei tuoi lavori c’è una fondamentale sperimentazione di materiali differenti, molti di recupero. In particolare, molte opere sono intrecci e tessiture di pellicole radiografiche. Quali elementi dettano la scelta dei materiali e quali significati veicolano?

MLR: I materiali di recupero hanno sempre esercitato su di me una grande attrazione finda bambina, quando, vivendo in campagna, ho cominciato ad utilizzare la terra, i rami e le pietre come materiali da costruzione per le mie necessità di gioco; le ampie foglie dei noci, unite insieme da piccoli bastoncini infilati come spilli, a comporre tessuti per i miei abiti principeschi;  intrecci di ciliegie che, dopo aver svolto la loro funzione di collana regale, diventavano, a malincuore, una merenda soddisfacente. La mia prima scultura è del 1966; lo ricordo bene perché c’era stato l’alluvione – non solo a Firenze – ma anche da noi, in Piemonte. Il giorno dopo il paesaggio era completamene cambiato; i campi erano percorsi da profondi solchi scavati dall’acqua e vi trovai delle pietre ‘morbide’, ancora intrise d’acqua, che si potevano scolpire con facilità. Da una ricavai una testa di regina con un vecchio chiodo di ferro; un amico di famiglia volle acquistarla per una moneta da cinquecento lire d’argento, con i cavalli. Era una moneta affascinate che ho conservato gelosamente; credo che questo scambio abbia lasciato un segno profondo dentro di me, l’idea della preziosità intrinseca della mia propensione a creare.

Perché le pellicole radiografiche? Sono uno strumento per guardare dentro.  

Per me, che ho scelto di essere psichiatra e che ho fatto dell’approfondimento dell’interiorità il mio interesse prevalente, questo guardare dentro è diventato un aspetto fondamentale del mio fare arte. Le prime opere con le pellicole trovate in casa risalgono agli anni novanta; mi sembrava che dentro le immagini dovesse restare un po’ di quell’umanità da cui erano impressionate. In opere come comoda-mente ho cercato di dar corpo ad una sensazione approfittando dell’immagine radiografica nella sua veste anatomica: un cranio dove ho posizionato una poltrona per consentire alla ‘mente’, stanca, di riposare. In seguito mi sono sempre più abbandonata al chiaroscuro delle immagini, come fossero nuvole vaganti nel cielo, dimenticando completamente quale parte del corpo vi fosse rappresentata.

Più recentemente le radiografie hanno cominciato a diventare obsolete; gli studi radiologici e i reparti di diagnostica per immagini sono transitati sempre più verso l’immagine digitalizzata sullo schermo e per me, che riuscivo a procurarmi le radiografie di scarto di qualche reparto e quelle che mi venivano regalate da amici e parenti, si è aperto un mondo nuovo; le pellicole vergini. Quasi tutte rosa e viola intenso appena scartate, esposte alla luce virano – in minuti o settimane – a colori brillanti e metallizzati, oro e argento rame, verde, azzurro o grigio, ma anche celeste, vinaccia e cachi. Poi le pellicole digitali, azzurre trasparenti che assumono le diverse tonalità del cielo. Per alcuni anni ne ho fatto incetta, raccogliendo questi materiali, classificati tra i rifiuti speciali.

Sono affascinata dalla possibilità che mi si presenta di sfruttarne ogni caratteristica; il colore cangiante, la flessibilità e la resistenza, la forma che si ottiene mettendole in tensione, la possibilità – talvolta obbligata per motivi di privacy – di tagliarle in forme diverse, farne delle sagome o dei filamenti che fungono da legacci etc. Si può costruire un’opera dove le pellicole sono il supporto, la forma e l’immagine, la trama e l’ordito della stessa tessitura.

Margherita Levo Rosenberg, COMO-DAMENTE, 1996

Io: Dalla pittura sei passata ad opere che occupano uno spazio fisico tridimensionale, alcune installazioni ‘invadono’ tutto lo spazio che le ospita. C’è una componente assertiva del ruolo dell’opera d’arte e dell’artista in questa evoluzione?

MLR: Componente assertiva? Possiamo dire anche così. Vi è la mia concezione dell’arte e della sua relazione con il reale; opere come Pensieri pensati incarnati in forme che prendono vita e identità proprie.

Una sera, allo Studio Leonardi V-Idea di Genova, con il quale collaboravo da qualche anno, si cominciò a parlare della pipa di Magritte – Ceci n’est pas une pipe – e sentivo che sulla distinzione tra rappresentazione e realtà, non ero d’accordo; perlomeno non fino in fondo. L’idea di un confine, così netto non era abbastanza convincente. Fantasticavo sul Grande Fratello, il reality televisivo più in voga in quegli anni, e vi trovavo la risposta… Come la pipa di Magritte, qualcosa che appare ma non è… Come si sarebbe potuto percepire fino a dove prevalesse la recitazione della vita sotto la telecamera e quando, invece, la realtà di quella vita potesse irrompere nello spettacolo in tutta la sua autenticità? Dove trovare il confine tra la regia, il copione e la spontaneità dei personaggi?

Margherita Levo Rosenberg, Se magritte ed io… (pipa=mezza pipa+mezza pipa=pipa ), pellicole radiografiche, collage, cm 100×70, 2004.

Si sarebbe ancora potuto parlare di realtà e rappresentazione, anche alla luce della lezione di Duchamp, oppure bisognava  valicare un limite nuovo, oltre il quale non sarebbe più stato possibile iscrivere il reale e il non reale in questa semplice dicotomia?
Nelle settimane successive cominciai a produrre le opere di Naming, una mostra organizzata in seguito con l’Università di Genova, il filosofo Oscar Meo; autore di un libro dal titolo Mondi Possibili, e la linguista Laura Salmon.
Una ventina di opere sulla pipa di Magritte; alla prima ho dato il titolo di re nudo pensando che un bambino non avrebbe operato quella distinzione tra oggetto e rappresentazione che a me, fino a quel momento era parsa ovvia; un bambino, se gli avessero chiesto che cosa fosse, avrebbe semplicemente affermato che si trattava di una pipa. Un oggetto non può essere separato dalla sua rappresentazione pittorica, e neppure dalla sua rappresentazione linguistica, dal suo nome; natura e cultura non si possono separare.
Presentai la mostra con questa filastrocca, nella quale ancora mi riconosco:

Io sono un postmoderno
molto d’estate, poco d’inverno
io sono un concettuale,
se mi ferisci, se mi fai male
penso i pensieri blu, rossa la carne
credo nell’arte ma solo in parte
io sono un postrealista,
mentre ti guardo ti perdo di vista

MEMORIA LETTER-ARIA, XRay films, decofix, collage, cm 100cx100X35 ca, 2013



La conseguenza di queste riflessioni fu il passaggio al ciclo delle conazioni, opere tridimensionali costituite di concetti/oggetti; conetti di plastica, contenenti immagini trasformate in oggetti che assemblati in moltitudini costituivano altro, un flusso di trasformazioni continuo ed inarrestabile, che minava dalle basi l’idea di poter intrappolare una realtà possibile, assolta da un punto di vista soggettivo e da un istante dato.
Più recentemente mi sono arresa all’idea che il mio intervento nella creazione dell’opera sia sempre meno invadente, che il mio dentro e il mio fuori  non siano separati da un confine se non immaginario, che tra me e l’opera si crei un rapporto di scambio reciproco, che l’opera contribuisca a costruire il mio essere e la mia identità non meno di quanto io contribuisca alla sua creazione e che i miei pensieri, una volta pensati, prendano corpo e trovino casa, come uccelli appollaiati sugli alberi, lungo le strade del mio viaggio e mi pensino a loro volta, restituendomi alla magia del vivere e del sentire.

Margherita Levo Rosenberg, Memoria frivola, K1 acetate decofix Xray fims pins on net, cm 100x100x12

Io: Quanto è presente l’ironia nei tuoi lavori?

MLR: L’ironia è una componente fondamentale della mia vita e pertanto anche delle mie opere. È un modo di scendere a patti con il paradosso dell’esistenza: “che tragedia da ridere questo nostro soffrire, si nasce per vivere si vive per morire!” (Ettore Petrolini). Allora cerco soluzioni che mi facciano scattare la risata, come accostare il mio ritratto a quello di Sharon Stone, incollare l’immagine di un cavolo in mezzo alla tela e scriverci attorno “idea del cavolo” oppure reiterarla sul foglio per farne “una cavolata”. Il motto di spirito alleggerisce i fardelli di cui la vita mi carica e mi infonde una sensazione di pienezza che trovo rigenerante.

Margherita Levo Rosenberg, IDEA DEL CAVOLO, acrilico, collage su tela, cm 120×90, 2001

Io: Quale rapporto si instaura a tuo parere (e quali vorresti che si instaurasse) tra le tue opere e le tue installazioni ed il fruitore/osservatore?

MLR: Io considero ogni mia mia opera come materializzazione di un pensiero, ‘pensiero pensato’ che ‘pensoso mi pensa’, come ho scritto in uno dei miei più sentiti componimenti in versi. L’opera, nel suo farsi attraverso lo sviluppo di un’idea, nel suo farsi ‘persona‘ – come un adolescente che diventa adulto – si allontana dalla sua matrice creativa e si assume la responsabilità del dialogo che innesca con il mondo. Viana Conti, una decina d’anni fa, ha definito le mie creazioni come “dispositivi di cattura dell’attenzione”… credo che abbiamo una qualche vicinanza con i Gargoyle, demoni e animali mostruosi delle cattedrali gotiche,  il cui nome deriva dal garguglio latino, l’antro dal quale sgorga rumoreggiando l’acqua e che, come l’acqua, sono messaggeri di contenuto.

Vorrei che le mie opere avessero un grado di autonomia sufficiente a reggere anche i contrasti più difficili…le vorrei infrangibili, indeformabili, capaci di adattarsi allo spazio che potrà  essere loro dedicato.

Margherita Levo Rosenberg, NELLA DERIVA DEL ROSSO, acetato dc, fix pellicole radiografiche spilli su rete metallica, cm 320x320x15 circa, installazione per ZooArt Cuneo, 2008

Io: Praticare l’arte – farla e frequentarla – ha un valore psicologico, sociale, emotivo – per l’individuo e per la comunità – secondo te?  E se sì, quanto influisce la conseguente “responsabilità dell’artista” nella creazione dei tuoi lavori?

MLR: Penso che la poetica di ogni artista si nutra del suo quotidiano. Alcuni eventi hanno segnato più di altri la mia esistenza. Sono nata in campagna, da una famiglia di contadini ed ho trascorso l’infanzia in mezzo ai campi, tra cielo e terra, a contatto con la durezza del lavoro e l’insicurezza della precarietà. D’inverno disegnavo e ritagliavo bambole dai giornali, sul tavolo di cucina, mentre mia madre sfaccendava e mi faceva partecipe dei suoi sogni, parlandomi in dialetto piemontese per non trasmettermi quello che riteneva essere il suo italiano imperfetto. Di quegli anni ricordo la fatica nel suo sguardo, le lacrime d’agosto sotto la grandine che in un attimo vanificava il lavoro di un anno intero e un grave incidente agricolo di mio padre che lo lasciò fortunatamente in vita ma cambiò la nostra esistenza per sempre. La mia fantasia ricorrente da bambina era di volare oltre le colline. L’impatto con la lingua italiana, nei primi giorni di scuola, non fu drammatico per me ma per il mio compagno di banco, che non era riuscito a chiedere per tempo di andare in bagno, segnando un ricordo di quelli che non si cancellano più. In seguito, durante gli anni dell’università ho incontrato l’uomo che poi è diventato mio marito; un soldato israeliano con un bagaglio di cultura e di esperienza molto diversa da quella che conoscevo; una relazione che ha aggiunto al mio mondo molti dei tasselli mancanti, come il non aver mai saputo di avere ascendenze ebraiche, accuratamente occultate e negate per un paio di generazioni.

Una scoperta che mi ha profondamente ferita; il soffocamento volontario di un’identità indotto dal desiderio di preservare le generazioni a venire dalle sofferenze inferte dall’antisemitismo.

La pratica artistica mi ha permesso di lenire questa ferita e di superare quella ‘mancanza d’intero‘ che mi portavo dentro dall’infanzia.

Margheruta Levo Rosenberg, PASSAGGIO SEGRETO, pellicola radiografica, vitigno, cm 90x35x20 ca., 2013

“Passaggio segreto” è l’opera che ha dato il titolo alla mostra sulla memoria, alla Galleria Comunale La Pescheria di Cesena, curata da Maria Grazia Melandri, nel 2014. Evoca la potenza della comunicazione inconscia; quella che si era creata tra me e mio padre, consentendomi di ritrovare il ‘luogo‘ delle mie origini.

Margherita Levo Rosenberg, PREGHIERE PERDUTE

Preghiere perdute è il requiem dedicato a mio padre, scomparso nel 2012.

Aspetto imprescindibile della mia vita è il contatto con la sofferenza psichica, con le cause e le conseguenze della perdita di contatto con la realtà, che ha condotto il mio interesse, da un lato, verso gli aspetti emozionali e psicologici dell’esistenza ma anche i diversi modi d’intendere quella realtà che ci costringe ad adattarci ad una ‘norma‘ e le conseguenze politico sociali di questa norma. Dall’altro verso l’inevitabile riflessione sull’essere, gli aspetti filosofici del rapporto tra l’essere e il rappresentare, tra natura e cultura, affrontando i temi del linguaggio e delle sue molteplici implicazioni. Ho condotto atelier di terapia espressiva per quasi venticinque anni con pazienti psichiatrici molto gravi ed ho imparato che esprimersi e comunicare è una necessità di tutti e che ognuno di noi, in qualche modo, si esprime artisticamente, anche se in forme che non sono codificate come tali. Da loro ho imparato che la creatività non è un privilegio di pochi e che, quando troviamo un modo di esprimerci, consonante con le nostre attitudini, comincia a ricucirsi quello ‘scollamento’, quella ‘mancanza d’intero’ che porta allo scoperto la carne viva e, quando la nostra interiorità trova protezione, possiamo ricostruirci come persone, con una nostra specifica identità.

In questo senso l’arte ha un grande valore psicologico, come un rito sciamanico, nel restituirci ‘i pezzi d’anima’ che abbiamo perduto.

Il cavolo permanente di Wilson; acetato, dc-fix, pallone bruciato, su rete metallica, cm 70x70x35, 2009

Tuttavia l’esperienza fondamentale, quella che mi permette di frequentare le emozioni più profonde, senza caderci troppo dentro e restarne intrappolata, risale alla mia infanzia ed è il mio rapporto ancestrale con la terra.

Noi piantiamo gli alberi – diceva Joseph Beuys – ma gli alberi piantano noi”; sento che questa affermazione mi riguarda profondamente.

Beuys diceva anche che dobbiamo rendere conto al mondo di ciò che abbiamo fatto della nostra vita: mi identifico con questa posizione di dover rendicontare a chi sta accanto a noi, ma anche a chi è venuto prima di noi – il dovere della memoria – a chi viene dopo di noi. Abbiamo tutti una responsabilità nei confronti della storia: presente, futuro e passato (Walter Benjamin). Per l’artista la rendicontazione si esprime nell’opera che è sintesi estetica; altro dalla teorizzazione e dalla militanza politica.

Margherita Levo Rosenberg, Sulla rotta di Noè, installazione ambientale, 2016

Io: C’è un’opera in particolare nella quale ti riconosci maggiormente e dalla quale non ti separeresti, e perché?

MLR: Ce ne sono molte, diverse nei diversi periodi della vita. Alcune perché mi hanno fatto paura e tenerle vicine mi aiuta a controllarle, altre perché rappresentano un cambiamento o sono legate ad un evento particolare della mia vita. Tuttavia considero le mie opere come parti diverse di una stessa grande tessitura, legate le une alle altre in un continuum che ha radici nella mia biografia; faccio fatica a separarmi da tutte.

“Anselma”, ad esempio, è una sorta di autoritratto che mi rappresenta nell’insieme dei materiali e del loro impiego; può stare sospesa in aria o accasciata a terra, è fatta di molte pellicole radiografiche per leggere ‘dentro’; qualche ricciolo rosa per la femminilità; qualche ricciolo a quadretti bianco/blu per il ruolo nello spazio familiare; qualche frangia mimetica militare per la piccola guerriera che sta in me; un po’ di pelle di serpente per la perfidia, qualche filo di pizzo rosso ciliegia per la sensualità, poco prato finto con le bustine del thè che bevo ogni giorno e una piccola collezione di esseri umani stampata su frange azzurre, qualche lettera ebraica sovrapposta alle lettere usuali e qualche ramo di vite per le mie origini. E’ da questa mescolanza che nasce la mia identità e l’energia del quotidiano.

Io: Un anno sicuramente difficile questo. La pandemia e il lockdown hanno indubbiamente minato molte certezze consolidate e costretto a rivedere i nostri punti di vista. Come hanno influito sul tuo lavoro e sulle tue opere?

MLR: In realtà non ho mai avuto molte certezze per cui, la pandemia ha, in parte, solo confermato il mio stato di ‘disincanto fragile‘ nel quale mi sono sempre riconosciuta. L’assenza di certezze che ho spesso risolto, nei primi anni della mia attività artistica, con affermazioni apodittiche che si esponevano per essere confutate: “Il silenzio è un’assenza da giustificare”, “Se sai leggere è inutile che io scriva; se non sai leggere è inutile che io scriva” e così via, in quest’ultimo periodo mi ha indotto  a creare opere come “La ruota della fortuna”, “Human Crossing”, “La stessa barca” e gli “Stracci di rete” che hanno un legame esplicito con la contingenza della quotidianità.

Margherita Levo Rosenberg, UNO STRACCIO DI RETE, 2020

Più recentemente sto lavorando ad una serie di opere stimolate da una riflessione sula crisi della cultura occidentale, che, in occasione della pandemia, ha mostrato tanta della sua inadeguatezza. Ne è scaturita una serie di opere giocose su argomenti straordinariamente seriosi, come “L’ombra della festa” e “La festa proibita”; “L’ombra del peccato”, la serie “Dal diario dei peccati veniali” che cercano di stemperare nell’ironia la gravità della situazione.

Margherita Levo Rosenberg, LA FESTA PROIBITA, 2020

Io: A quali progetti stai lavorando al momento e a quale vorresti dare forma in futuro?

MLR: Continuerò la mia ricerca di ridefinizione degli elementi della realtà. Ho sempre pensato che l’arte abbia la realtà come oggetto e che, quando cambia l’oggetto dell’arte questo accada perché il modo di percepire la realtà sta subendo un cambiamento. Basta pensare al surrealismo – che io chiamerei in altro modo – per comprendere che non erano gli artisti ad aver cambiato l’oggetto del loro interesse ma erano maturati i tempi per comprendere che il mondo interno delle persone poteva essere reale quanto gli alberi e le montagne. Come scrissi in occasione della mia mostra Reality Test, del 2003, io continuo ad essere ossessionata dalla necessità di trovare una relazione armonica fra le molteplici sembianze con cui la realtà mi appare ma negli ultimi anni, l’idea che si possa convivere con la mancanza di una definizione del reale mi è meno insopportabile; una delle ultime serie di opere, che chiamo scampoli mutuando evidentemente il sostantivo dal mondo dei tessuti – ne sono il paradigma; per tanto che io mi sforzi, avrò del reale soltanto scampoli di una tessitura che si estende all’infinito,  nello spazio e nel tempo. Le opere della serie degli scampoli, non hanno verso, sono composte di frammenti sostituibili e intercambiabili. Non hanno misura rigida e possono adattarsi allo spazio che può essere loro dedicato. Sono composte per la maggior parte da materiali riciclati, talvolta integrati da altri, predisposti allo scopo. Qualsiasi materiale, dedicato ad uno specifico impiego può assolverne molti altri e la mia ricerca, negli ultimi anni è sempre più motivata dal bisogno di rendere lo sguardo più circolare intorno alle cose; l’arte ‘circolare‘, messa a punto formalmente nel 2005 con le conazioni, nel 2019 ha trovato, un nome e un manifesto.

Margherita Levo Rosenberg, SCAMPOLI – Omaggio a Van Gogh – pellicole radiografiche, carta plastificata, cm 100×100, 20120

Manifesto dell’arte circolare

L’arte ha per oggetto la realtà

Quando l’espressione artistica si modifica significa che la percezione e la concezione del reale sono mutate

La realtà è un fenomeno percettivo

La percezione è un fenomeno relazionale attivo che coinvolge il patrimonio mnesico, cognitivo ed emotivo, del percipiente

Nel mondo contemporaneo il limite tra realtà e rappresentazione si è definitivamente dissolto e nell’espressione artistica conseguentemente

L’opera d’arte non rappresenta

È

Margherita Levo Rosenberg, NE HO VISTE DI TUTTI I COLORI, K1 acetate, decofix Xray, fims pins on net, cm 200x65X10

Il manifesto è pubblicato su Facebook, in un gruppo che ho chiamato ARTISMO, come il ciclo di mostre che ho curato al Museattivo Claudio Costa, dopo la sua morte, nel 1995, e fino al 2014, anno in cui ho deciso di dedicarmi ad altri progetti: ARTISMO è il termine con il quale ho indicato  un’attitudine all’operare artistico, che includa qualsiasi poetica e qualsiasi tecnica finalizzata ad una modalità di comunicazione che tenda ad integrare, a sintetizzare, superando alcune tendenze espressive del novecento che inevitabilmente hanno risentito della spinta divisiva della super-specializzazione, perdendo – non di rado – la visione d’insieme.

L’arte si occupa sempre della relazione tra l’essere umano e il mondo ‘reale’.

L’opera d’arte, anche se parte dall’ analisi, appartiene al regno della sintesi ed è tanto più intensa quanto più coinvolge l’insieme delle percezioni, dove la percezione è un processo attivo, del quale fanno parte la cultura, la storia, la memoria, l’emozione…

L’analisi dettagliata appartiene al regno della scienza.

Camminerò “fino a dove non conosco ancora”, rubando l’espressione a un amico.

Di una cosa sono certa: voglio continuare a ricreare la vita, fino a quando la vita non deciderà di ricreare me.

Margherita Levo Rosenberg, MEMORIE DI PAMPINI TEMPORALE, acetato, pellicole rx, spilli su rete metallica, cm 12x120x13

Chi è Margherita Levo Rosenberg

Margherita Levo Rosenberg è nata a Ponti (AL), nel 1958. Artista, psichiatra, arteterapeuta.

Nel 1992 ha fondato il gruppo Pandeia, con una decina d’artisti uniti sulla base di affinità concettuali più che formali. Dal 1996 al 2014 è stata direttore artistico dell’Istituto per le Forme e le Materie Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata delle scelte espositive, di studi e ricerche sui rapporti tra creatività ed integrazione della personalità. Temi sui quali ha relazionato a numerosi congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati. Le sue opere sono in collezioni museali in Italia e all’estero.

Margherita Levo Rosenberg, MADRE DI VENTO, pellicole radiografiche vergini vitigni, cm 230x230x230, 2013

Contatti

https://levorosenberg.it

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: