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Il filo conduttore

Ogni volta che mi imbatto in un manufatto d’artigianato tessile, un’opera di fiber art, un tappeto di design o altre creazioni di textile art rimango affascinata dalle infinite possibilità di un semplice filo.

Questo blog racconta le meraviglie che ho scoperto seguendo quel filo: le storie, le persone, le opere, i luoghi.

LE ARTI POSSIBILI

Ho intervistato Le Arti Possibili, un’associazione lombarda di promozione sociale che da anni si occupa di arte e artigianato artistico come risorsa sociale organizzando laboratori, interventi collettivi, mostre e una Biennale dedicata ad un diverso materiale ad ogni edizione.

Quest’anno è la volta della lana e il bando scade il 30 maggio.

Per partecipare consultate il sito dell’Associazione.

Quando è nata LeArtiPossibili e con quale intento?

LeArtiPossibili nasce nel 2015 dall’unione di idee e intenti tra Francesca Bagnoli e Cristina Ghiglia. Inizialmente è un progetto sostenuto da Associazione Volontaria Arcobaleno di Milano all’interno della quale Fiorenza Giuriani ne era la referente. Grazie alla buona riuscita delle iniziative proposte, nel giugno del 2018 si trasforma costituendosi in Associazione di Promozione Sociale. Le socie fondatrici operano all’interno del Terzo Settore: arteterapeute, educatrici, storiche dell’arte e foundrasing. Il Consiglio Direttivo dell’associazione è attualmente formato dalla Presidente Fiorenza Giuriani e dalle Consigliere Francesca Bagnoli e Cristina Ghiglia. 

Promuovere la pratica artistica come risorsa personale e sociale è l’obiettivo fondamentale dell’Associazione LeArtiPossibili. Il nostro è un progetto artistico e sociale perché consideriamo la pratica artistica uno strumento di espressione di sé, libero da giudizi e pregiudizi, al di là di ogni diversità. Offriamo esperienze espositive altamente inclusive perché portano a confrontarsi su un piano che non mette al centro il limite ma la possibilità. Ma è anche un progetto culturale perché creiamo occasioni di dialogo fra saperi e metodiche; conoscenze e punti di vista s’incontrano attraverso la pratica artistica e l’arte. 

La nostra attività si concretizza attraverso l’organizzazione delle esposizioni Biennali LeArtiPossibili, di installazioni collettive e dei Laboratori Possibili. E’ una realtà piccola ma unica e innovativa perché crea occasioni concrete dove l’incontro con l’arte avviene in un contesto valorizzante, partecipativo e senza barriere.

Chi partecipa in genere alle vostre iniziative? Le adesioni sono locali, nazionali o anche estere?

Le nostre iniziative hanno l’obiettivo di far convergere in un’unica riflessione artiste e artisti, creative e creativi e chi opera all’interno di strutture di cura, accoglienza e riabilitazione e utilizza l’arte come strumento non solo espressivo e conoscitivo, ma anche curativo, educativo e di condivisione. Le nostre iniziative ospitano quindi anche opere prodotte da gruppi di persone fragili guidate da arteterapeute e arteterapeuti.

Le adesioni provengono principalmente dalla Lombardia, ma anche da altre varie regioni italiane. Le partecipazioni estere non sono precluse.

Il vostro contributo all’unione di arte, arteterapia e artigianato sta avvicinando maggiormente il pubblico all’arte?

Le nostre iniziative, più che altri contesti espositivi, permettono al pubblico di considerare l’arte come forma espressiva. Le opere esposte provengono infatti da differenti ambiti e da diverse competenze. Questo dà la possibilità a chiunque partecipi, anche come visitatore, di incontrare linguaggi artistici differenti, la potenza del creare e la forza delle emozioni. In questo senso il visitatore si sente maggiormente coinvolto e vicino alla pratica artistica.

Oltre alla Biennale di arte e artigianato artistico, quali iniziative portate avanti durante l’anno?

Tra una Biennale e l’altra lanciamo un’altra call per la realizzazione di un’installazione collettiva; un’opera che unisca tanti significati e tante storie in un unico grande racconto, messo in mostra, a testimonianza dell’importanza del condividere e del creare, delle relazioni, del fare insieme. Precedente a Tasselli di Carta abbiamo realizzato Una Grande Coperta che è stata l’installazione collettiva realizzata fra la prima esposizione biennale dedicata alla Fiber Art e la seconda Carta ad Arte. L’ultima installazione Correlazioni – esposta nel giugno 2021 – ha concluso il biennio dedicato al rame.

Le installazioni diventano patrimonio dell’associazione che le rende itineranti, organizzando tappe espositive in collaborazione con le realtà e i singoli che hanno partecipato o affini ai propositi del progetto.

Infine i Laboratori Possibili che propongono momenti intermedi di riflessione e di preparazione alle tematiche delle biennali e delle opere collettive, durante i quali vengono condivise le grandi esperienze di artiste e artisti, di artigiane e artigiani, di arteterapeute e arteterapeuti.

OPEN heART è un atelier artistico che abbiamo proposto e proponiamo in varie situazioni e che consente la partecipazione a tutte e tutti coloro che desiderino usufruire di uno spazio attrezzato per lo svolgimento di attività artistiche, con particolare attenzione alle persone con fragilità, singole o provenienti da strutture del territorio.

L’atelier non prevede percorsi laboratoriali artistici specifici bensì un supporto tecnico volto a favorire la libera espressione di ogni partecipante. La presenza di operatrici/operatori, esperti nella conduzione di laboratori espressivi/ artistici e atelier di arteterapia, favorisce un clima di scambio non solo a livello tecnico ma anche di sostegno personale e relazionale laddove sussistano difficoltà.

Attualmente stiamo promuovendo SPAZIO ALL’ARTE un’iniziativa collaterale alla prossima biennale. Desideriamo dare ancora più spazio alla pratica artistica proponendo la realizzazione collettiva di una cascata di lana dal bianco al nero da allestire sulla scalinata di Stecca 3 nei giorni dell’esposizione.

È possibile partecipare all’installazione preparando striscioline a maglia o catenelle a uncinetto lunghe dai 2 ai 5 metri e larghe al massimo 3 cm, realizzate con lane di ogni tipo purché nelle tonalità dal bianco al nero. A Milano sono previsti due incontri per creare insieme: sabato 28 maggio, dalle 15 alle 18 presso la Biblioteca Chiesa Rossa, via S. Domenico Savio 3, e domenica 19 giugno presso il Fame Market presso la Stecca 3.0, via G. de Castillia 26. È attivo inoltre un punto di raccolta dei fili presso “Parole di Lana”, via Copernico 30/A a Milano.

Ogni biennale è legata alla scelta di un materiale. In base a cosa lo scegliete?

Inizialmente ci orientiamo verso un materiale che ci ispira interesse e simpatia, ma successivamente subentrano altre valutazioni: le possibilità espressive proprie del materiale scelto, ma anche le possibilità di un uso non accademico. Questo perché è per noi importante facilitare la partecipazione di chi utilizza la pratica artistica non in qualità di artista. Consideriamo infine la facilità di reperimento del materiale.

Perché la Biennale di quest’anno è dedicata alla lana?

La pandemia ci ha costretto a lunghi e dolorosi periodi di lontananza, solitudine, mancanza di contatto fisico, relazioni interpersonali mediate dagli strumenti digitali; ed ecco perché la lana. Il vello d’oro che simbolicamente può curare ogni ferita o come un filo di Arianna che ci guida e libera dal “labirinto” in cui siamo. Un materiale che ci riporta emotivamente alle sensazioni di un caldo abbraccio, di morbidezza, di calore, di antiche memorie. Sensazioni di cui, ci auguriamo, non dovremo più fare a meno.

* Trovate il bando è anche su ArteMorbida Textile Arts Magazine

Gli intrecci di sogni di Jonida Xherri

Per la terza edizione della Genova BeDesign Week, l’artista albanese ma siciliana di adozione Jonida Xherri ha vinto il bando relativo alle installazioni artistiche promosso da Dide Distretto del Design e Festival del Tempo. Il suo progetto “Intrecci di sogni” prevede la realizzazione di un grande arazzo ricamato ed intrecciato, sviluppato seguendo un triplice filo narrativo che unisce le storie di emigrazione dall’Italia dei primi anni del secolo scorso con il desiderio e il sogno dell’artista bambina di raggiungere questo paese in barca e infine con la vicenda del 2018 della nave Aquarius che ospitava a bordo 629 migranti (tra i quali 7 donne incinta) a cui venne vietato lo sbarco in Italia.

L’opera è un tributo al coraggio di sognare e alla speranza in un futuro migliore, due elementi che da sempre accompagnano l’umanità in movimento.

“Un arazzo – dice Xherri – come intreccio di cultura, arte, storia e vita delle persone di tutto il mondo, una fiaba popolare antica che prende nuove forme e contenuti con l’incontro dell’uomo contemporaneo. Un tempo possedere un arazzo era segno di ricchezza e prestigio, era un manufatto da mostrare in occasioni solenni e io voglio trasformarlo in un simbolo di ricchezza culturale, un oggetto con una storia antica cui possiamo assegnare nuovi significati, farne un elemento di incontro e scambio. Per questo ho invitato chiunque lo voglia a partecipare ad un’opera condivisa.”

Il progetto ha trovato in Genova il suo luogo ideale: un porto importante, crocevia di immigrazione e emigrazione, testimone di infinite storie di viaggi, di partenze, di ritorni ma anche memoria di scambi tra i popoli di angoli del mondo molto lontani tra loro.

“La partecipazione delle persone è un elemento fondamentale nei miei progetti – mi spiega – e anche a Genova ho chiesto a tutti gli abitanti di realizzare con me l’arazzo sia attraverso la tecnica a intreccio a uncinetto (molto semplice, le persone possono partecipare senza difficoltà) che la raccolta di parole inerente al tema del viaggio e del tempo.”

Così Dide Distretto del Design, Festival del Tempo e l’artista hanno invitato le comunità presenti in città a partecipare al workshop in Piazza di Santa Maria in Passione, dal 14 al 18 maggio 2022: un’azione artistica partecipata, aperta a tutti che sa intrecciare passato, presente e futuro della città e dei suoi abitanti.

Il progetto, curato da Roberta Melasecca, è parte degli eventi in programma per la Genova BeDesign Week edizione 2022, la manifestazione organizzata dal DiDe – Distretto del Design nel centro storico di Genova, in programma dal 18 al 22 maggio 2022.

Trovate una lunga intervista a Jonida Xherri su ArteMorbida, testata internazionale dedicata alla Fiber Art contemporanea > QUI

ARS ARTIS 2022: al via la open call nazionale

L’Associazione Culturale Calabria Contatto ha annunciato l’apertura della open call nazionale ARS ARTIS 2022 per l’esposizione di Tiriolo, un’altra iniziativa nel percorso dell’Associazione Culturale Calabria Contatto per la valorizzazione territoriale.

ARS ARTIS 2022

Natura e paesaggio: sublime bellezza

Il bando è indetto in collaborazione con il Comune di Tiriolo, il Polo Museale di Tiriolo antica e la Cooperativa Scherìa, invita gli artisti di questa edizione a confrontarsi con il tema della natura intesa come – citando Aristotele – “la sostanza di quelle cose che hanno un principio di movimento in sé stesse” nonché sul rapporto che l’uomo instaura con essa. Il progetto espositivo ha come fine ultimo la sensibilizzazione del pubblico sulle istanze ambientali e di rispetto del territorio attraverso la promozione di un evento di arte contemporanea.


Le opere selezionate saranno collocate presso il Polo museale di Tiriolo antica, all’interno delle sale del Museo di Tiriolo e all’esterno, presso l’adiacente area archeologica, nel periodo luglio – agosto 2022 e incluse nel catalogo pubblicato a cura dell’Associazione.

Possono partecipare gli artisti, di ogni età e nazionalità, presentando una o più opere nel campo delle arti visive (disegno, pittura, scultura, fiber art, recycle art, yarn bombing) e installazioni da collocare all’interno e/o all’esterno del Museo.

Scadenza bando: 12 giugno 2022, h 23.59. Dettagli, informazioni e scheda di adesione sono consultabili e scaricabili dal sito dell’Associazione: www.calabriacontatto.it

Il Museo del Ricamo e del Tessile di Valtopina

In Umbria, alle pendici del monte Subasio nella valle attraversata dal fiume Topino (citato anche da Dante nel Paradiso), da cui prende il nome, sorge il piccolo borgo di Valtopina: immerso in un paesaggio suggestivo, nel verde punteggiato da insediamenti medievali, custodisce tesori da scoprire tra natura e cultura.

Tra questi c’è il Museo del ricamo e del tessile che ha la sua sede al piano terra del palazzo Comunale, una residenza signorile dei primi anni del XX secolo. Il Museo custodisce una raccolta permanente costituita da circa quattrocento pezzi suddivisi in tre sezioni: moda femminile, biancheria personale e tessili per la casa.

Inaugurato nel 2007, la sua collezione si è costituita a partire dall’anno 2000 attraverso donazioni che vi hanno fatto confluire manufatti appartenenti a famiglie storiche, dapprima locali e successivamente da altre regioni italiane.

Una realtà attiva e dinamica impegnata non solo nella conservazione delle testimonianze tessili del passato e nella trasmissione della memoria storica ad esse collegata ma anche nella promozione delle arti del filo – ricamo e merletto – attraverso un fitto calendario di eventi tra formazione, mostre, progetti didattici, incontri e workshop.

La presenza a Valtopina della Scuola di Ricamo contribuisce inoltre a tenere viva la pratica delle arti minori tradizionalmente importanti nei piccoli centri dell’Umbria.

Approfondimenti sul sito del Ministero della Cultura

Appuntamento imperdibile di rilevanza nazionale è la Mostra del Ricamo giunta alla sua XX edizione, manifestazione che propone annualmente un confronto internazionale tra antico, moderno e contemporaneo. Con una sezione fieristica e mostre specialistiche, un concorso tematico, conferenze ed eventi collaterali, la manifestazione è occasione di ritrovo a Valtopina tanto per operatori e appassionati quanto per il grande pubblico. Dall’edizione 2022, la sezione dedicata al contemporaneo si amplia con l’allestimento presso il Museo del ricamo e del tessile di una mostra internazionale con opere in cui il ricamo è linguaggio della grande fiber art contemporanea.

Info tel. 0742 74625

Mail info@comune.valtopina.pg.it

Website http://www.scuoladiricamo.com; https://www.mostravaltopina.it

Caterina Ciuffetelli

Sperimentatrice di tecniche e materiali, Caterina Ciuffetelli più che in dialogo con la materia, si pone in ascolto, dando forma e voce al significato sotteso, nascosto, intrinseco delle cose. Di questo e di molto altro abbiamo chiacchierato in questa intervista alla scoperta della sua ricerca artistica e dei suoi progetti.

L’INIZIO – filo di canapa su corda intelata – cm 120×140 – 2019

Io: Il tuo è un lungo percorso artistico che è infine approdato all’uso delle fibre e del cucito. Come sei arrivata a sperimentare il medium tessile?


CC: Agli albori della mia consapevolezza artistica ho avuto la fortuna di frequentare lo studio di Umbro Battaglini importante artista che ha operato per tutta la seconda metà del novecento nell’ambito della scultura, dell’architettura e della grafica. È stato un esponente del concettualismo e del razionalismo architettonico.
L’incontro si è rivelato determinante nella mia formazione: la mia autodisciplina, il rigore e, nello stesso tempo, la libertà assoluta rispetto all’uso dei materiali e delle tecniche mi derivano dalla sua attenta e severa lezione.
Ho cominciato a lavorare come artista usando le tecniche canoniche per poi utilizzare gesso, intonaco, cellotex, sabbia, alluminio e, ultimamente, filo e stoffa.
Sono quindi arrivata al cucito dando seguito ad un processo naturale di curiosità rispetto ai materiali e di un uso alternativo di mezzi altrimenti vissuti come l’ago e la capacità del cucire.

Nella mia biografia la condizione di figlia di sarta ha fatto sì che cucire, ricamare, saper distinguere la natura dei filati delle stoffe apparisse presto come un’eredità acquisita tacitamente.
Decidere l’uso di queste capacità si è rivelato una piacevole epifania nel mio percorso artistico: la duttilità della stoffa sposata alla fragilità della carta, con la complicità del collante e dell’acqua, mi hanno dato una risposta ancor prima poetica che strumentale. Sulle superfici ottenute, il filo, guidato dall’ago, mi permette di tracciare le linee geometriche che servono ad esplicitare i miei concetti.

ATROPOS corda di canapo da teatro – cm 160×60 – 2020

Io: Che cosa significa per te cucire e quale il valore della cucitura in ambito artistico (e non solo)?

CC: Il filo per me ha soprattutto un significato concettuale molto potente, è il legame, il ponte, la costruzione. Unisce le parti, ricostituisce un intero laddove questo si è spezzato o lacerato, riedita ciò che è stato persino scartato; il filo raccorda. È sorprendentemente uno strumento di pace.
La cucitura è, altresì, una strada e come tale implica una provenienza ed un arrivo, quindi ha in sé il concetto del cambiamento e dell’evoluzione. Il filo, attraverso la cucitura, indaga lo spazio e lo qualifica. Lo denota dandogli cittadinanza di senso.

IL FILO – filo di canapa su carta intelata – cm 45×45 (x2) – 2020

Io: Quale rapporto c’è tra materia e segno nei tuoi lavori?

CC: Nei miei lavori il rapporto tra materia e segno è strettissimo, sostanziale. Della materia non mi interessa la fisicità in quanto tale, questa semmai rimane sullo sfondo, il tentativo piuttosto è darle voce, farla “parlare”.
È un’operazione di maieutica che prende avvio dall’inerzia della materia fino al logos del segno. Nella fattispecie della cucitura, a differenza del segno grafico della grafite o del colore, questa mi assicura la rilevanza tridimensionale perché anche il filo è materico.

STEP BY STEP – corda su carta intelata – cm 120×140 – 2019

Io: Come nascono i tuoi lavori – quali sono le fonti di ispirazione e come arrivi dall’idea all’opera finita, come scegli i materiali e le tecniche?


CC: Non sempre i miei lavori nascono da un’idea, da un progetto ma molto spesso da un incontro con il materiale. Cerco carte precedentemente trattate e lasciate in un angolo, stoffe dimenticate in cassapanche, materiali reperiti sulla spiaggia o nei laboratori dei falegnami. Ponendomi di fronte al materiale è esso stesso che mi suggerisce, mi sollecita una visione. L’idea c’è, è dentro le cose, devo riuscire, con i sensi e l’intuito all’erta, a vederla. Mi è capitato che, in certe circostanze, di fronte a dei materiali che restavano muti, io dovessi aspettare anni prima di individuare la visione sottesa!
Per la scelta della tecnica il compito è facilitato dall’esperienza, la scelgo in base alla rilevanza formale di cui ha bisogno il lavoro.
Sta a me capire quello di cui esso ha bisogno. Tutto deve rispondere ad una necessità, non c’è spazio per orpelli o voli pindarici. Semmai, laddove io riesca, la poesia deve scaturire dalla composizione.
Il mio processo passa attraverso il confronto del caos della materia con le “forze” proprie della composizione (le diagonali, le mediane, il centro, il peso, la lunghezza, lo spessore, il colore), ciò crea il pattern che porterà a compimento l’opera.
È questo che lascia lo spazio allo stupore, in primis quello dell’artista.

ASEMIC – filo di canapa su carta intelata – cm 60×60 – 2020

Io: I lavori recenti trasformano le geometrie in alfabeto, una sorta di linguaggio arcaico e
aperto all’interpretazione del fruitore. Mi racconti ALPHABET?


CC: Nel 2019 ho realizzato una serie di opere dove l’uso di una scrittura completamente
indipendente da un significato semiologico ha dato vita al ciclo ASEMIC.
Il termine asemico indica una parola o una frase “senza nessuno specifico contenuto semantico”. La natura aperta delle opere asemiche permette al significato di presentarsi prima e al di là del linguaggio.
Questo mi dà modo di dire senza dire, ovvero di dire senza rivelare, mantenendo celato il mistero del significato. Offrendo una mancanza, la mia vuole essere una sollecitazione e una possibilità. L’osservatore, colmando il vuoto di senso, contribuisce a completare l’opera aggiungendo il proprio personale significato.
In ALPHABET, libro d’artista che mi è stato commissionato dall’Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista di San Cataldo (CL), ho ritenuto ancor più stimolante l’uso del linguaggio asemico proprio perchè in rapporto all’oggetto libro.

Libro d’artista ALPHABET – corda su carta intelata – cm 21×115 – 2020

Io: Qual è, secondo te, il ruolo dell’arte e dell’artista in tempi di pandemia e di lockdown? Come hanno influito gli eventi di quest’ultimo anno sul tuo lavoro?

CC: La pandemia ha posto ognuno di noi di fronte ad un grande sconcerto, angoscia, dolore inimmaginabili in questo momento storico del mondo occidentale ed anche alla penosa constatazione che proprio il modus vivendi di tale nostro mondo, ha prodotto questo spettrale scenario. Ci ha obbligato a porci di fronte a domande complessissime alle quali stentiamo a dare risposte convincenti o almeno rassicuranti.
La reazione degli artisti è stata molto personale e diversificata.
Nel mio caso, ho risposto col lavoro. Ho cercato di non cedere alla tentazione della depressione conseguente alla mancanza di scambi, di mostre e di occasioni.
Ho la fortuna di vivere in periferia in una casa con molto spazio interno ed esterno, con un pezzo di terra con alberi da frutto popolati da uccelli chiassosi. Tutto ciò si è rivelato una preziosa risorsa, specie in tempi di lock-down. Amo il silenzio e non disdegno la solitudine, la sospensione temporanea della vita ha favorito questa mia inclinazione. Ho risposto “legando” i pezzi, cucendoli insieme. È questo il senso di usare necessariamente pezzi di stoffa o stralci di carta, monconi di lavoro, nuovi o recuperati dal passato è stato indifferente, e unirli con cuciture nuove, fortemente simboliche.
L’uso della stoffa si è dimostrato ancor più stimolante, usata in associazione alla carta e all’uso dell’ago e del filo, e ciò ha dato la nascita alla serie RITAGLIARE LUNGO LA LINEA TRATTEGGIATA. Alla luce del lock-down la mia sembra piuttosto un’operazione di riparazione: laddove il tessuto sociale, umano, economico sembra sfilacciarsi io provo ad usare le cuciture per ricostituire i ponti e i legami.

Libro d’artista ALPHABET – corda su carta intelata – cm 21×115 – 2020 3

Io: Quali sono i progetti in cantiere – se ci sono – e quali i tuoi sogni nel cassetto?

CC: I progetti in cantiere sono legati inevitabilmente alla situazione di pandemia perché, avendo questa bloccato molte iniziative, si dovrà cercare di ridare loro una nuova possibilità.
Ne cito alcune, già programmate: la mostra del Libro d’Artista a cura di Calogero Barba a Palermo, la collettiva Se tutto è Arte a cura di Roberto Gramiccia, svoltasi a Roma ma che sarebbe divenuta itinerante in diverse città italiane, Segni Permanenti – testimonianza della violenza sulle donne a cura di Pina Della Rossa a Napoli, Artisti per Alina a cura di Sanda Sudor inaugurata a Spoleto.
E, per quello che riguarda le nuove mostre, parteciperò a Rome Art Week 2021 a cura di Roberta Melasecca e Fabio Milani a Roma; a Raggi D’Ulivo #2Le Tendenze attualizzanti The Actualizing Tendencies a cura di Virginia Ryan, del Centro d’Arte Trebisonda di Perugia e di FreeMocco Edizioni, a Trevi (PG) ed altre ancora delle quali si devono definire i dettagli.

Riferendomi ad uno dei miei sogni nel cassetto, uno che ho molto a cuore: allestire una
mostra personale nella mia città d’origine, L’Aquila.

Libro d’artista ALPHABET – corda su carta intelata – cm 21×115 – 2020 7

Chi è Caterina Ciuffetelli

Caterina Ciuffetelli nata a L’Aquila, vive e lavora in Umbria. Il suo percorso artistico parte dalla pittura dal vero e prosegue nella ricerca astratta. La ricerca non figurativa ha inizio nel 1988. Si è avvalsa da allora di diversi medium, dai più tradizionali quali la pittura, i pastelli, la terra rossa, la carta fino al cellotex, alla sabbia, all’intonaco, all’alluminio, alla corda, alla stoffa.

L’estetica e l’etica sono presupposti inscindibili del suo agire artistico, tali premesse si articolano in una ricerca di senso attraverso innumerevoli cicli di lavori, tra i quali PRIMARY COLORS, WAVE, SEQUENCE, FOULE, LANGAGE, OGGETTI ED ALTRI RACCONTI, RESIST fino a PRE-HISTORIC, DIAGRAM e MOSAIC.
Sue opere sono presenti in collezioni private ed istituzioni pubbliche.

Libro d’artista ALPHABET – corda su carta intelata – cm 21×115 – 2020 8

Contatti

http://www.caterinaciuffetelli.it

Libro d’artista ALPHABET – corda su carta intelata – cm 21×115 – 2020

Forme dell’assenza: gli angeli di Lory Ginedumont

Succede nell’esistenza di ognuno di noi di sperimentare (ahimè) almeno una volta l’annichilimento del dolore.

Capita credo a tutti che proprio allora, d’un tratto, guardandoci intorno ci si senta profondamente soli. Non perché manchino gli affetti e gli amici ma perché, perduti nel mare doloroso in cui ci troviamo a navigare, ci rendiamo conto della distanza tra noi e l’altro; per quanto profonda sia l’empatia e i sentimenti che ci legano gli uni agli altri, il dolore – soprattutto del distacco da coloro che amiamo – è indubbiamente una prova di cui siamo chiamati a fare esperienza in solitudine.

Sarà il tempo, poi, a ricondurci in porto ma quanto a quello spazio deserto intorno a noi di cui abbiamo per la prima volta preso coscienza, di quello purtroppo resterà traccia e lentamente sarà la memoria a diventare l’unica nave a solcarne le acque.

In quel lembo di mare ritroveremo a volte con malinconia, altre nella tristezza del rimpianto e, fortunatamente, molte altre ancora nel conforto tenero e gioioso del ricordo, ciò che nello scorrere dei nostri giorni abbiamo vissuto, coloro che abbiamo perduto, la narrazione (forse un po’ sfumata e rivisitata) degli eventi che hanno abitato il tempo che abbiamo sin qui trascorso su questa terra. In questo spazio ibrido che la nostra coscienza ci restituisce come testimonianza di una vita che ci appartiene tanto quanto ci sfugge, nasce l’installazione di Lory Ginedumont.


Mi sono spesso chiesta che forma abbia l’assenza. È innegabile che nella familiarità di un gesto, nell’odore evocativo che esce da una cucina la domenica mattina, nelle note di una canzone che tormentava l’estate di molti anni fa e che cogliamo per un attimo di sfuggita tra le corsie del supermercato, noi ritroviamo un volto, un istante, una voce che benché non più qui ora, scopriamo essere sempre con noi, viva – seppur di altra sostanza, in un’altra frequenza.

Fatto sta che a volte questa ‘assenza’ ci risulta così presente da avere la sensazione di poterla quasi toccare, interrogare, abbracciare. In questa minuscola fessura tra la realtà e il mistero, si inserisce l’alchimia magica dell’arte che affida alle mani di Lory Ginedumont l’onere di ri-cucire questo strappo, di riannodare il filo tra assenza e presenza.

Nell’atto creativo in cui attraverso il medium tessile l’artista dà forma alla prima trasformandola nella seconda, l’arte assolve anche alla sua funzione catartica. Cucire è, infatti una pratica lenta e meditativa, fatta di gesti che nella ripetizione sempre uguale a se stessa ci concedono il lusso di un tempo per intrecciare i fili del nostro sentire con quelli della nostra memoria.

Una dopo l’altra le sue figure assumono la forma di angeli, entità sospese al di fuori della portata del tempo, a metà tra la sostanza eterea dello spirito ed una tangibilità che li rende potenzialmente visibili allorché chiamati a mediare – messaggeri la cui esistenza è ammessa in tutte le religioni – tra l’uomo e la divinità, tra la dimensione tutta terrena della nostra conoscenza e l’inconnu cui la consapevolezza della nostra fragilità conferisce a seconda delle culture e delle generazioni, differente forma e nome.

Punto dopo punto, la memoria costruisce pazientemente un angelo dopo l’altro finché quello spazio ibrido e vuoto si popola di presenze fatte della stessa sostanza del nostro vissuto – emozioni, istanti, affetti, ricordi – e solo allora, nel riconoscere che nulla di ciò che è stato è perduto ma è vivo e inesorabilmente e per sempre parte di noi, l’arte diventa anche consolatoria e di più, universale.

Quella che l’artista ci consegna è la riflessione sul “possibile” che trova nella libertà della creazione il superamento del confine effimero ed illusorio del vero e del reale.

Ph.credit Diana Lapin

Manuela Bieri

Nel mio ‘viaggio’ alla scoperta dell’arte tessile in Ticino, ho incontrato Manuela Bieri la cui ricerca si muove tra l’urgenza di preservare e traghettare nel futuro la memoria di saperi e abilità tecniche e culturali antiche e una passione autentica per la meraviglia della natura fin nelle sue minime manifestazioni. Ecco cosa mi ha raccontato di sè, dei suoi progetti, delle sue opere.

IL BACIO, collage tessile, 2017, stampa inchiostro su cotone

Io: Qual è il percorso formativo che ti ha avvicinato all’arte tessile?


MB: Mi sono diplomata in comunicazione visiva. Per molti anni ho lavorato professionalmente come grafica in diversi ambiti culturali, spesso associando al lavoro digitale quello materico. Ho portato dentro il rigore del lavoro grafico la variabile creativa del disegno, del collage o di altri elementi. Sono da sempre attratta dall’accostamento e dall’interazione di elementi che appartengono a mondi espressivi diversi.

IDENTITA’ DOVE VAI, serie 2017, elaborazione digitale fotografia Otto Pfenninger, stampa inchiostro su cotone


L’avvicinamento all’arte tessile è stato graduale. Ho una passione per i tessuti da moltissimi anni, dapprima li compravo e basta, poi ho iniziato a creare oggetti che mi permettessero di usare lane, sete, cotoni, broccati ecc. e negli ultimi anni sono stata stregata dalla forza e dalla poesia del ricamo.

ANEMONI DI TERRA, 2020, lana

Ecco che da osservatrice meticolosa e collezionista dilettante, solo negli ultimi tre/quattro anni ho avviato un lavoro di approfondimento sulle tecniche tessili: seminari e formazione specifica sui diversi approcci. In particolare per me è stato molto significativo un simposio in Inghilterra (Gawthorpe Textiles Collection Hall, Burnley, UK), che mi ha aperto l’universo del dialogo tra spazi espositivi e interventi di arte tessili.

Io: Quali sono le riflessioni alla base della tua ricerca artistica?


MB: In primo luogo per me è sempre stato molto importante l’esplorazione delle tecniche e delle tradizioni. Per gran parte della mia vita ho avuto la possibilità di viaggiare molti mesi all’anno sopratutto in Estremo Oriente e Sud Est Asiatico, ma anche Europa e Sud America. Ovunque andassi, il confronto con le espressioni artistiche legate al ricamo o ai tessuti, era sempre fonte di ispirazione. Ci ho messo molto a diventare un’artista tessile nella pratica, e mi sento davvero all’inizio del mio percorso artistico, consapevole però di esserlo stata da tanti anni nello spirito.
Per cui, da una parte, sicuramente il dialogo con il passato e con la memoria sono stati un passaggio necessario per la mia crescita.

Collage, serie 2016, stampa inchiostro su cotone


A questo percorso ho sempre affiancato una passione per il naturale, anzi direi per l’assoluto naturale: sono almeno venti anni che continuo a documentare, fotografando, le manifestazioni stupefacenti della natura. Dalla sabbia alle montagne, dai muschi alle sequoie, passando per funghi, fiori, conchiglie tutto è per me uno stimolo per la ricerca.
Memoria e natura: credo di poter sintetizzare in questo modo la base della mia ricerca artistica.

SWIMMERS, 2021, libro tessile, stampa inchiostro su cotone

Io: La natura dunque è tra le maggiori fonti di ispirazione delle tue opere ma diventa in alcuni lavori – ad esempio nella serie di RILIEVI VEGETALI – anche medium, materiale, contenuto. Una risorsa dalla quale attingi a piene mani nell’ambito della tua ricerca…


MB: Si, è corretto. Ci sono, in alcuni frangenti, dei veri e propri incontri con, appunto, delle manifestazioni della perfezione della natura che mi spingono, non solo ad usare la natura, una foglia, un ramo, ma ad intervenire sulla natura stessa. Una foglia diviene l’oggetto del mio intervento, e il soggetto stesso della mia ricerca.
I rilievi vegetali sono un esempio paradigmatico di questa mia, chiamiamola, ossessione. La mia casa è piena di reperti naturali che raccolgo camminando nei boschi, lungo i fiumi, lungo le spiagge… Possono essere, come detto, pietre, alghe essiccate, pezzi di legno… Su di loro proietto una visione, immagino dialoghi, seconde vite, nuove profondità, continui slittamenti semantici.

SWIMMERS, 2021, libro tessile, stampa inchiostro su cotone

Io: Lo scorso anno hai realizzato un progetto site specific nel Museo della Valle Verzasca, allestendo opere in ogni sala espositiva in dialogo con lo spazio e con i reperti…

PRIMAVERA, 2019, intervento site specific Museo della Valle Verzasca, Ticino, seta e perline


MB: Ho sempre osservato incantata le espressioni dell’artigianato tessile delle regioni che visitavo. Ricordo vividamente l’impressione suscitata in me da alcuni manufatti antichi della tradizione del costume sardo per esempio.

Come ho già detto sono agli inizi del mio lavoro di artista tessile, e vivo in Ticino, un Cantone che non incoraggia certo giovani artisti a crescere nel proprio percorso. Questo per dire che ho presto realizzato che se volevo farmi notare dovevo inventarmi qualcosa di nuovo e di forte. Partecipare al simposio in Inghilterra sull’interazione tra realtà museale e arte tessile mi ha dato lo spunto giusto. Ho scritto un progetto e l’ho sottoposto alla direttrice del Museo Etnografico della Valle Verzasca, (uno degli 11 sul territorio cantonale), una giovane etnologa originaria proprio della regione. Il progetto prevedeva che io potessi intervenire, con un dialogo serrato, con gli oggetti e gli ambienti della collezione etnologica del museo.

FOGLIE IN BOZZOLO, 2020, intervento site specific Museo della Valle Verzasca, Ticino, foglie secche e organza di seta


È stato un lavoro lungo quasi un anno e mezzo: un lento avvicinarsi vicendevole. Gli oggetti e gli ambienti hanno lentamente iniziato a dialogare con i miei sogni, i miei progetti, le mie realizzazioni. È stata un’esperienza esaltante per me: ogni stanza ha dato vita ad un intervento distinto, per tecnica, materiali, linguaggi e poetica. Arte tessile, fotografia, ricamo, installazione, grafica d’arte e intervento sugli oggetti in un percorso espositivo unitario.

FOGLIE IN BOZZOLO, 2020, intervento site specific Museo della Valle Verzasca, Ticino, foglie secche e organza di seta

Io: Come dicevi, la memoria è l’altro tema ricorrente nei tuoi lavori. Il medium tessile ha anche una cifra evocativa rispetto alla stratificazione delle esperienze, delle storie, degli eventi – in una parola della memoria, appunto? E che ruolo ha l’arte nella sua rielaborazione, conservazione e trasmissione?


MB: Come già espresso ho davvero una passione per i costumi tradizionali di tutti i popoli del mondo, ritengo che vi sia un’eccellenza qualitativa e una creatività pura e funzionale, mai ostentata, piuttosto difficile da immaginare oggigiorno. In questo senso attingo quanto più possibile a questo materiale che di fatto è una grandiosa fonte di ispirazione. Ma so anche bene che questo patrimonio è considerato, a ragione, artistico; però nasce in gran parte come artigianato. Una distinzione che di questi tempi ritengo importante. Con il gesto artistico io ambisco ad attraversare un oggetto costruendo un ponte tra passato e presente adottando tecniche espressive che, certo, possono essere anche frutto di una rielaborazione della tradizione, quello che cerco è un dialogo.

SENZA TITOLO, rivisitazione forbice per maschiatura bestiame, Museo della Valle Verzasca, Ticino

L’arte, per me, in questo contesto, vale a dire una mostra site specific in un museo etnografico, rappresenta davvero lo strumento per ridare vita ad una serie di relazioni: tra gli oggetti del passato, tra le generazioni del passato, con il presente. Questo legame che si crea agisce in modo fortemente evocativo. Così facendo, l’obiettivo mio, è quello di avviare una riflessione sulle identità, in modo non esclusivo, anzi, direi inclusivo, comprensivo. Quando rielaboro un oggetto o lo faccio riecheggiare in una stanza attraverso un certo tipo di intervento, di fatto utilizzo tecniche o linguaggi che provengono da altre regioni, da altri paesi. La conservazione in questo modo si apre al dialogo con il mondo.

RESTRICTION, 2021, sasso e lana

Io: Tra i lavori dell’ultimo periodo ci sono le opere selezionate per Miniartextil e per la Biennale di Arte Tessile Scythia


MB: Siiiii ne sono incredibilmente felice!! Ho seguito per anni con entusiasmo e tanta ammirazione le precedenti edizioni di Miniartextil, parteciparvi come artista in questo 2021 è un grande onore (sperando di poter finalmente inaugurare!) e mi ha dato la spinta per continuare con altri concorsi internazionali. Sono mamma da pochi mesi e il tempo è davvero poco, quindi seppur la mia indole sia di realizzare opere in dialogo con spazi e contesti reali, confrontarmi con opere singole è stato proprio interessante e stimolante.

SOCIAL DISTANCING, 2020, cuscino di lana, cotone e lana

Chi è Manuela Bieri

Manuela Bieri, nata a Lugano nel 1977, è giornalista radiofonica, grafica e artista tessile. Nella sua arte confluiscono tutte le sue passioni e curiosità.

Nel suo curriculum espositivo; (2020) Dialoghi appesi a un filo, mostra personale, Museo etnografico della Valle Verzasca; (2018) Cuscini Scomodi, Spazio 1929, Lugano; (2017) Chiodi vestiti, Spazio 1929, Lugano; (2017) Artificio, Mostra collettiva per designer svizzeri, Lugano. Progetto di arte tessile; (2016) Tre, Spazio 1929, Lugano; (2014) 9a Biennale dell’immagine di Chiasso, Trasformazioni del paesaggio, curatrice dell’intervento su Otto Pfenninger; (2012) Scenografie cortometraggio animato, Anima Biriki (B.Ferrazzini, I. Turba) http://www.animabiriki.com; (2007) Mostra personale “Sono solo sedie” in Atelier, Lugano.

COSA SI NASCONDE TRA LE PIEGHE DEL CUORE, serie ‘Cuscini scomodi per non dimenticare’, 2018, lana con ricamo di lana

Contatti

http://www.manuelabieri-projects.ch

Michela Cavagna

Nei lavori di Michela Cavagna si intrecciano tecniche tradizionali e tessuti provenienti da ogni parte del mondo. La sua è una ricerca frutto di una formazione ed una sperimentazione sempre in fieri che attinge con la stessa intensità dalla cultura (o meglio, da una molteplicità di culture) e dall’esperienza personale, da antiche abilità artigiane tramandate di generazione in generazione quanto da ambiti di studio più ‘accademici’.

E intervistarla è stato un autentico viaggio nelle pratiche tessili di molti luoghi e di ogni tempo, alla luce della contemporaneità.

Io: Un rapporto di amore/odio il tuo con le fibre tessili, fatto di partenze, di abbandoni e di ritorni. Mi racconti come, quando e perché questo è diventato un medium ricorrente nel tuo lavoro?

MC: Il tessile mi appartiene dalla nascita, sono nata in un distretto tessile. Mio padre ha lavorato per una vita intera in una tessitura, mia madre ha iniziato a lavorare facendo l’attaccafili, pure la nonna materna ha lavorato per una vita in una fabbrica tessile (anche se io ho il vivido ricordo di lei intenta a fare le coperte all’uncinetto di fronte alla finestra della cucina). Quando ero piccola mi raccontava sempre che andava in fabbrica a piedi e usciva di casa alle 4 del mattino per recarvisi, attraverso i cosiddetti “sentieri del lavoro” di cui il mio territorio è ricco. Dopo le scuole medie quindi la mia famiglia dava quasi per scontato che scegliessi la formazione professionale legata al tessile. Ma per me la parola tessile era legata a termini come lavoro alienante in ambienti non accoglienti dove spesso le donne come mia nonna avevano trascorso gli anni migliori della loro vita a discapito anche della famiglia e quindi ho scelto un’altra strada, quella dell’arte ed ho frequentato il liceo artistico.

Alla fine degli anni Ottanta il distretto industriale che ha plasmato il territorio, i rapporti sociali, l’architettura, ha iniziato un lento decadimento che lo ha portato ad una profonda crisi ed allora ancor di più me ne sono allontanata non vedendo un futuro legato al tessile.

Ho vissuto per anni in un luogo totalmente plasmato dalla monoproduzione tessile dove in seguito le fabbriche dismesse sono state definite archeologia industriale (sebbene appaiano come dinosauri adagiati sul terreno), case operaie abbandonate lasciate ad un degrado architettonico irrecuperabile. Un territorio che ha lasciato le nuove generazioni disilluse per inseguire altri sogni. Tutto ciò mi ha portata a rifiutare le mie origini. Ho provato rabbia per il mio paese d’origine e mi sono sentita impotente di fronte al lento decadimento sociale e culturale che lo tormenta da decenni.

Ho scelto di allontanarmi da questo destino predeterminato e di cercare la mia strada cancellando le mie radici.

Ho scelto l’architettura ed inconsapevolmente ho iniziato un percorso di studi che mi ha riavvicinato negli anni alle mie origini. Studiando il Bauhaus non mi sono innamorata delle architetture di Walter Gropius, bensì ho subìto il fascino di una delle pioniere del textile design: Anni Albers e la sua ricerca ed opera tessile. Figure femminili come la sua mi hanno portata a pensare all’artigianato ed al design tessile per la prima volta nella mia vita come ad una possibilità di espressione del mio pensiero e visione: la figura femminile e il tessile come riscatto sociale, quindi non più relegata al mondo della fabbrica e del lavoro alienante, ma come espressione di una identità emancipata, libera di esprimere messaggi ed avere un ruolo nella società diverso da quello che identifica la figura femminile come mero strumento di lavoro, o come angelo domestico che rammenda la biancheria. Da allora ho avviato un percorso di studio e ricerca del tessile legato alla materia prima, all’aspetto legato alla produzione, alla manualità, e poi via via agli aspetti etnici, che non ho più abbandonato.

È stato per me naturale fondare nel 2009 ArsalitArtes (etimologicamente: l’Arte che fa volare le Arti), una “fucina” tessile creativa dove abbiamo realizzato tappeti, tessuti per l’arredamento utilizzando telai di legno dismessi, tinture naturali, feltro, lane autoctone. Quei lavori tessili erano però realizzati da altre tessitrici, li vedevo ancora come “prodotti” e forse ancora oggi lo sarebbero se non fosse successo nel 2014 un evento che ha cambiato il mio approccio al mondo tessile.

Il trasferimento in Indonesia con la mia famiglia, mio marito e due bambine di 3 e 7 anni. Sono partita senza sapere che ne sarebbe stato del mio lavoro, del percorso fatto sino ad allora.

In Indonesia, nostro paese di adozione per quasi 4 anni, si è aperto un nuovo, meraviglioso, travolgente capitolo della mia vita. Inconsapevolmente l’essere lontana dal mio mondo mi ha riportata ad esso, questa esperienza per certi aspetti traumatica mi ha davvero fatto riavvicinare alle mie origini.

In quegli anni ho aderito all’Indonesian Heritage Society (che si occupa di divulgare la cultura indonesiana a 360 gradi) scegliendo lo studio sul tessile indonesiano. Ho praticato il batik con il tradizionale strumento (il canting), ho scoperto e potuto studiare le diverse forme tessili tribali, il simbolismo legato ai tessuti. Ho incontrato artisti, studiosi, collezionisti di tessuti. Ho visitato il villaggio di Tenganan alle pendici del vulcano Agung, sull’isola di Bali per vedere una delle due località al mondo dove ancora oggi si realizza questo tessuto il double ikat. Ho frequentato costantemente il museo tessile per conoscere i diversi aspetti dei tessuti tradizionali.

Nel mio capitolo indonesiano sono entrata in contatto anche con la contemporaneità nelle sue diverse forme d’arte, così fluida, ricca di contaminazioni con la vicina Singapore, il Giappone, il Vietnam, le Filippine e la Cina, ed ho visto una nuova arte, diversa da quella nostra europea, così legata ad un patrimonio storico molto ben conosciuto e catalogato, quasi un fardello difficile da dimenticare. Ed ho realizzato che la nuova chiave di lettura per il mio lavoro doveva essere permeata da questo senso di libertà e leggerezza.

A cavallo fra 2017 e 2018, integrata con il tessuto sociale indonesiano, sono stata invitata da Michela Magrì, l’allora direttore dell’Istituto Culturale Italiano a Jakarta, a realizzare una mia personale. Qui i miei lavori italiani ed indonesiani si sono incontrati ed è stato il vero spartiacque per il mio lavoro. Ho avuto la certezza che solo continuando a raccontare la storia di quella bambina nata in un mondo tessile sarei stata felice. E così ho fatto.

Ho iniziato ad esprimermi in modo diverso, più libero, più indipendente, senza pensare troppo alla storia dell’arte occidentale, al design, all’artigianato, alle catalogazioni a cui noi italiani siamo legati, e sento che ora le mie radici sono il vero impulso per la mia espressione libera.

Il tessile, il tessuto, la fibra, nella mia vita sono sempre stati presenti, fanno parte di me, per motivi geografici ed anagrafici, e di esperienza di vita; nella fase adolescenziale me ne sono allontanata per rivolta, invece oggi sono così felice della mia ricerca e racconto la mia storia attraverso di esse. Il tessile nelle mie opere, al di là della forma, ancor prima la materia stessa, esprime davvero la mia essenza. E non lo nascondo, ne vado orgogliosa. E mi rendo conto che parlando di tessile ho un po’ scritto la mia biografia.

Io: La tua ricerca risente di influenze legate alle tue origini che si sposano con le tecniche e la poetica dell’estremo oriente. Come si conciliano (e contaminano) queste due tradizioni nel tuo lavoro? Quanto dell’una e dell’altra sono presenti nei tuoi progetti e in che modo?

MC: Ogni lavoro è pensato con una specifica tecnica e materiale. Non uso solo la fibra, ma anche il colore (amo tingere i fili, i tessuti, la carta, con pigmenti naturali, con la frutta, con le polveri), il collage, l’assemblage, ho un po’ lo spirito del collezionista e cerco a volte la memoria storica nelle opere che realizzo.

In Indonesia ho realizzato la serie intitolata Oniric doors (2017-2018) dove ho utilizzato la tecnica arazzo, con grandi e medi filati, e la tecnica macramé. In particolare la tecnica macramé mi ha stupita. Non avrei mai detto che sarebbe entrata a far parte del mio bagaglio di tecniche. In Italia è comunque relegata alla tradizione ed all’oggetto decorativo, mentre in Oriente in aggiunta alle espressioni tradizionali, è utilizzata anche in alcune espressioni d’arte contemporanea.

In alcuni lavori di questa serie ho inserito nella tessitura applicazioni come piastre d’argento, manga giapponesi, monili delle acconciature delle spose indonesiane.

Nella serie Tangled (dal 2019) le opere tessili sono inserite in vecchi cassetti di legno provenienti dalle soffitte delle case di famiglia. Amo molto usare la tecnica coiling che ho iniziato ad utilizzare in Indonesia, sebbene questa tecnica sia diffusa trasversalmente nel mondo soprattutto in Africa e Centro America, come anche in Cina e Thailandia per intrecciare i cesti con fibre naturali, o anche per realizzare gioielli o oggetti di uso quotidiano. L’ho fatta mia osservando anche il lavoro di grandi artiste come Sheila Hicks. Sono stata influenzata dai grandi cesti ghanesi che hanno da sempre un fascino su di me che va oltre la bellezza estetica, per il loro valore antropologico soprattutto, per il valore documentale di studio della cultura materiale in generale.

Il Giappone invece è una cultura che conosco e studio da tanti anni, dai tempi dell’università. Tutto ciò che sottintende questa cultura in senso lato mi interessa. Nelle mie opere quindi ricerco gli equilibri, la sensibilità, i concetti che stanno alla sua base. Spesso studio le grafiche dei kimono e mi ispiro alla filosofia dei paraventi, del vuoto. In questo momento sto lavorando ad una serie di opere utilizzando la tecnica  Mokuhanga, una tecnica nata e diffusa in Giappone ai tempi dell’Ukiyoe nel ‘700, tecnica di incisione su carta washi attraverso la realizzazione di matrici in legno, ad essa aggiungo in seguito parti ricamate.

Io: Valorizzazione degli spazi, sostenibilità, natura: sono solo alcuni dei temi che affronti nelle tue opere. Come nascono e come ‘prendono forma’ i tuoi lavori? Quali sono le fonti di ispirazione? Qual è il rapporto tra tecnica/materiali e contenuto/significato nella loro genesi?

MC: Nelle mie opere convivono la necessità di esprimere due bisogni, due emergenze: una fisica e una mentale.

Esse sono un connubio tra l’esigenza di fare con le mani e con il corpo, perchè quando lavoro tutto il mio corpo è fisicamente impegnato in uno sforzo fisico di concentrazione, sia nel macro che nella micro dimensione, e la necessità di esprimere un concetto, di trasformare un pensiero in qualcosa di fisico.

I temi che affronto sono legati sia a tematiche personali (i miei disequilibri, cercare di dare un senso alle mie paure, alla mia visione della femminilità, al mio rapporto con me stessa, sino all’accettazione del se’) e sono le piccole opere che raccontano come pagine di diario questi aspetti legati alla mia vita. Mentre nelle opere di maggiorni dimensioni la materia è il mezzo che mi permette di esprimere concetti più universali, o di ingigantire le mie visioni.

Nell’opera Re-connecting Re-generating Re-bonding esprimo un concetto legato alla riconnessione dei rapporti sociali anche attraverso la valorizzazione dello spazio dismesso, apparentemente svuotato di significati. In questo momento mi preme molto portare avanti questo lavoro perchè voglio che sia portatore di un messaggio universale di unione e riconnessione sia con le origini che con le comunità. Infatti nella sua realizzazione è prevista anche una parte di partecipazione collettiva.

Le mie fonti di ispirazione sono spesso lo spazio entro il quale penso e visualizzo le mie opere, ma fra le mie fonti di ispirazione non posso non citare il mio archivio tessile. Sono una collezionista di tessuti e vecchi campionari tessili (tessuti giapponesi, kimono, sari indiani, nepalesi, ovviamente indonesiani, provenienti da Etiopia, Cina, Messico, Perù…vecchie pezze di canapa, ricami, pizzi e colletti di inizi Novecento, passamanerie indiane…). Possiedo alcuni “cahier du tendences” francesi degli anni ’50 con dei campioni realizzati per Chanel. Quando qualcuno viaggia chiedo sempre di portarmi un tessuto da quel viaggio. Questa mia collezione è di ispirazione non nel senso figurato, ma perchè in essa esiste una grande e profonda energia primigenia, creativa, un sottile fil rouge che accomuna i vari pezzi e crea un’alchimia magica. La consulto spesso, o mi perdo nello spiegare e ripiegare i tessuti, ne contemplo colori, profumi.

Cerco ispirazione nei libri che leggo. Studio moltissimo gli altri artisti, analizzo la vita e le opere delle grandi fiber artist, leggo libri di antropologia, cerco di analizzare ogni sfaccettatura di una cultura. Ma anche altre forme di arte come il mondo della ceramica, il gioiello, in particolare mi affascinano.

Mi ispirano moltissimo la natura ed i suoi accostamenti cromatici. La natura che ogni giorno mi circonda vivendo in una vecchia casa a ridosso del bosco.

L’ispirazione arriva verso il calare del sole, o sul finire della giornata, quando tutti a casa dormono. È solo con il silenzio che il mio pensiero è libero di creare. In un baleno ho una visione completa da subito. Poi il lavoro prenderà forma gradualmente e se ne potrà discostare, ma mai dal suo nucleo primordiale. Ho bisogno di molto tempo per pianificarne la realizzazione.

Mi ispira il concetto giapponese di vuoto, la ricerca dell’equilibrio nelle forme, cercando di far emergere la luce nei vuoti delle mie opere, o dalle parti in ombra.

La natura è un elemento importante nella fase di sperimentazione, la ricerca di un colore, di un effetto su un tessuto. Sperimento tecniche tintorie e a volte mi faccio attrarre dalla storia che circonda quel particolare colore come ad esempio il color kaki e la tercnica giapponese del kakishibu (tintura col frutto del caco) e per la sua storia legata al motivo per cui i pescatori tingevano le cerate per impermeabilizzarle.

L’indigo, ed il suo blu, è un’altra storia che mi appartiene e potrei aprire a parte un capitolo su di esso.

Spesso mi chiedo come la mia opera potrà reagire nel tempo, il tessuto è soggetto a disfacimento, il colore cambia, la polvere lo rende appannato. Le intemperie possono rovinarlo. Con serenità mi dico che non è un grande enigma, posso togliere la polvere, posso ricucire un pezzo se si stacca, e mi piace pensare che quell’opera è un po’ precaria, temporanea, come la nostra vita del resto.

Io: Nell’immaginario collettivo sovente l’attività legata ad ago e filo o altre tecniche tessili è associata all’ambito femminile e quasi sempre con riferimento a finalità che rispondono ad esigenze domestiche e famigliari. Trasformare queste competenze ‘tradizionali’ in arte contemporanea è, secondo te, anche una scelta assertiva che le affranca definitivamente da pregiudizi riduttivi e ghettizzazioni?

MC: Noi donne per prime a volte non abbiamo il coraggio di ribellarci e distaccarci da questo concetto che vede l’uso del telaio o di ago e filo come forma di artigianato o lavoro da manuale femminile. A volte manca la preparazione culturale, a volte è il contesto sociale stesso che lo impedisce. Inoltre sovente siamo noi a non avere il coraggio di assurgerlo ad arte, di vedere che dietro ad un lavoro c’è ben di più che una buona esecuzione, c’è sostanza, c’è quell’emergenza di esprimere un concetto, o semplicemente non realizziamo che possiamo essere “altro” con quell’ago e filo in mano.

Penso che forse sia un atteggiamento più italiano. Noi siamo ancora molto legati ad una visione tradizionale della famiglia dove la donna, la mamma, la moglie, la figlia, ha una vita dove i ruoli sono ancora legati alla visione dicotomica del maschio quale uomo a capo della famiglia e la donna, la femmina, ad accudire la prole.

Penso alle mie vecchie zie che cucivano e ricamavano centrini e chiacchieravano ed intrecciavano non solo fili ma anche relazioni, penso alla mia nonna (e per un po’ anche mia madre) che andava a lavorare in quelle fabbriche ormai oggi dinosauri giacenti al suolo e partiva alle 4 del mattino e a piedi percorreva sentieri, d’estate e d’inverno, penso al suo sacrificio quotidiano e so che si merita un segno che non è andato tutto perduto.

Ecco una delle ragioni per cui uso il tessuto nel mio lavoro. Per me è ricordarmi da dove vengo, è la mia memoria storica personale, fa parte della cultura materiale del luogo in cui sono nata.  Pensare che uso quel tessuto, quei filati che in passato sono passati nelle mani di donne anonime o della mia famiglia per me significa donare dignità alle figure femminili che hanno dedicato la loro vita al tessuto (ironia della sorte arrivo da un territorio dove il tessuto prodotto è prettamente per un mercato di capi maschili). E pensare che io faccio “arte” con essi davvero mi dà un metro di paragone e mi ricorda il grado di libertà che io ho acquisito anche grazie a loro.

Io: Quale opera o progetto ti rappresenta più di ogni altro?

MC: Le opere che ho chiamato Tangled, siano esse inserite nei box o appartenenti allo spazio davvero mi rappresentano molto.

Tangled significa aggrovigliare, legare, unire indissolubilmente.

Quando il primo di questi lavori ha preso forma è nato senza pretendere di diventare una serie e poi un segno distintivo del mio lavoro, tant’è che da piccolo – quasi un monile scacciapensieri di pochi centimetri – ha iniziato ad impadronirsi dello spazio circostante.

Il tutto parte da un semplice concetto: una forma finita, apparentemente un groviglio, che in realtà realizzo a partire da un lunghissimo lavoro con la tecnica coiling che richiede pazienza e ricerca dell’equilibrio, ci vogliono alcuni giorni per realizzare le forme anche più piccole (mi servono dai 2 metri in su di corda come anima per realizzare le forme più piccole).

Io sono un po’ come queste forme. Contorta ma con un senso, tutto per me ha un inizio e una fine, ha dei momenti di tensione e distensione. E tutto in un flusso continuo di energia, che è la nostra vita. Mi sento molto rappresentata da questo lavoro.

Poi c’è un piccolo tessuto che racconta molto di me. Un mix tra le mie origini e le culture orientali che studio. È realizzato con due tessuti: un “fazzoletto” (in gergo tessile: la prova disegno e colore di un tessuto che non sempre viene realizzato poi in produzione) apparternuto ad un campionario di tessuto di alta gamma maschile di una fabbrica oggi dismessa e un tessuto di cotone giapponese.

I due tessuti sono uniti da un ricamo sashiko a raccontare una sorta di storia dell’imperfetto. Mi rappresenta pure lui, nella sua imperfezione e nel non nasconderla. Racconta di me.

Io: Il 2020 è stato un anno difficile, con mostre ed eventi annullati o rimandati a data indefinita. Come ha influito questo periodo sul tuo lavoro in termini creativi ed espositivi?

MC: Ammetto che è stato davvero difficile all’inizio e lo è ancora oggi che siamo nel 2021, anche se in modo diverso (ci sono i vaccini ma allo stesso tempo i continui stop and go stanno mettendo a dura prova anche gli animi più combattivi come il mio!).

Il primo stop sino a data da destinarsi riguarda la mostra “Rebirthing-art to restart” che doveva inaugurarsi in occasione di Paratissima presso l’Artiglieria di Torino dove avrei dovuto presentare una serie di stampe con tecnica mokuhanga e ricamo (alcuni versi scritti da me con filo di seta e di lino tinti naturalmente).

La pandemia è arrivata in una fase della mia vita personale estremamante delicata, in cui stavo tassello dopo tassello ricostruendo i significati ed i legami rientrata dall’Indonesia, cercando al contempo di seguire le mie figlie perchè ammettiamolo esiste lo shock da fine espatrio. Avrei potuto scegliere due strade. O la chiusura e quindi l’abbandono del mio lavoro in modo definitivo, oppure la reazione e la volontà di continuare a fare ciò che mi rende felice. E devo dire che ho tirato fuori una grande grinta, quasi me ne sono stupita ad un certo punto, mi ero dimenticata di averla. Il fuoco atavico che è insito nell’essere umano primitivo, quel fuoco che si accende per la sopravvivenza, si è alimentato ed è così che ho ritrovato il mio “daemon”.

Le mie opere ne sono uscite con emozioni più universali da raccontare come nell’opera Re-connecting Re-generating Re-bonding, nata dalla necessità di riconnettere attraverso un segno artistico quasi a scala architettonica la collettività, le persone, attraverso un gesto nello spazio. Gesto simbolico di reazione al decadimento urbano della mia città nelle sue fasce dismesse dei grandi capannoni industriali (infatti l’opera è nata per fuoriuscire da facciate ed essere inserita in un contesto anche di edifici dismessi), va oltre e diviene un gesto di reazione a questo momento di isolamento.

È una considerazione maturata anche in questi mesi di immobilità forzata dove tutti i paradigmi si sono stravolti, e da cui io ho tratto insegnamento.

A livello espositivo ho risentito ovviamente del momento, ma allo stesso tempo sto avendo la possibilità di concentrarmi su nuovi lavori e stanno maturando nuovi progetti grazie proprio alle riflessioni emerse in questo anno di azzeramento.

Io: A cosa stai lavorando in questo momento e quali progetti vorresti portare a termine nel 2021?

MC: A marzo era prevista l’inaugurazione della mia personale intitolata Iris. Inverno (e poi sarà primavera) presso la galleria BI-BOx Art Space di Biella ma al momento ci sono ancora slittamenti dovuti alle nuove restrizioni e quindi attendiamo per l’apertura. Il lavoro è incentrato sul tema dell’iris con speciale riferimento alla cultura giapponese nell’uso della tecnica mokuhanga e sashiko. Tessile e stampa e opere che fluttuano nello spazio per ricreare un giardino onirico.

Visto che le mostre e le opportunità in presenza per ora sono impossibili ho pensato di iscrivermi al portale di Arte Laguna per poter avere una visibilità più allargata e così sono anche nella art gallery di Paratissima. Di certo la presenza sui social sarebbe importante ma per il momento ho solo il profilo instagram più attivo.

Sto cercando un luogo (e uno sponsor) per la realizzazione della mia opera site specific Re-connecting Re-generating Re-bonding. Alcuni progetti sono stati rallentati, ovviamente questo è uno di quelli.

Il 10 Aprile è lo #SLOWARTDAY ed esporrò presso Casa Regis Contemporary Art l’opera Birth che fa parte del trittico Birth/death/rebirth. Le opere Tangled che sono nate dentro ai piccoli box escono e si ingigantiscono per parlare di concetti più universali e dialogare con lo spazio, infatti l’opera Birth che è pensata in rosso viene realizzata con colori che si ispirano alle decorazioni parietali originali e dialogano anche con i simboli religiosi presenti nel dipinto della Vergine, riferendosi appunto al concetto di nascita.

Altre mostre a cui sto lavorando, curate da Marisa Cortese, sono: la mostra “Per filo e per segno” con una installazione tessile site specific e la mostra “Mail Art” in programma alla Fabbrica della Ruota.

Chi è Michela Cavagna

MICHELA CAVAGNA è nata a Biella nel 1971. Dopo il diploma al Liceo Artistico di Biella, consegue la Laurea specialistica in Architettura Disegno Industriale e Arredamento al Politecnico di Milano.

Formazione tecnica: mokuhanga (xilografia giapponese) con Asako Isishi; tintura indigo sukumo, BUAISOU Tokushima; tintura indigo e guado con Sissi Castellano; tintura naturale base con Stefano Panconesi; tintura naturale, Noesa Plewodoi (tessitori del villaggio Sikka di Nusa Tengara, Flores); serigrafia e stampa manuale su tessuto, Lokka Lekkr & Little Tickle; creazione di matrice e stampa manuale su tessuto, Skoci; tecnica Tifaifai e stampa su tessuto, artista Marta Florio; coiling baskets con fiber artist Alexander Sebastianus; intreccio tradizionale giapponese con bamboo, Takayushi Shimizu; Tessitura arazzo, Willow Folk Studio; Macramé, Janet Jane; basic jewellery, Nathalisa Octavia The Tiny Island; sho-do, Norio Nagayama.

Tra le mostre cui ha partecipato segnalo la personale (2017/2018) “I inhabit: rooms, cities, dreams and fears” all’Istituto Italiano di Cultura di Jakarta, Indonesia e le collettive: (2020) Paratissima Rebirthing Art to restart, mostra curata Torino, IT (selezionata); (2019) Paratissima 15, mostra curata N.I.C.E., L’altro capo del filo, Torino, Italy; Awagami International Mini Print Exhibition AIMPEE Tokushima, Japan; BID, Biella Incontra il Design, Biella, Italy; Fatti ad Arte, Biella, Italy; (2017) collaborative project, Unit Produksi Berita , dialogue_arts gallery, Jakarta, Indonesia; (2014) Salone Internazionale del Mobile, Milano; (2013) Maison & Objet, Parigi, France; (2012) Fuorisalone, Cascina Cuccagna, Milano; (2010) OPERAE, Independent Design Festival, Torino; (2009)B.E.S.T. Cittadellarte, Biella.

Contatti

opere su artelaguna world e artgallery paratissima

facebook Michela Cavagna

instagram Michela Cavagna @michelacavagnart

Elisabetta Cusato alias Eliscus

Dalla progettazione tecnica dell’architettura all’arte tessile, Elisabetta Cusato – Eliscus – crea opere che sono mondi fantastici in cui le uniche regole sono dettate dalla creatività e dalla fantasia.

Eliscus | Alghero la fioraia | cm.100×100

Io: Architettura e arte tessile: come sei arrivata – e perché – ai fili e alle stoffe e come convivono e si contaminano le tue due anime?

EC: Trovo più semplice rispondere a questa domanda con una frase: “Foto rubate a istanti in cui il cuore galoppava e il cammino si apriva leggero, foto stampate su tessuto e lasciate volare…”. Voglio dire che è nei ricordi impressi nella mia mente il cammino leggero nello scoprire cosa mi piacesse fare. C’era il suono della macchina da cucire, una Singer a pedale della mamma, Maria, che apriva le danze tutte le volte che c’era bisogno di vestiti, per me e mio fratello, di un grembiule o di una tovaglia. Quella magia mi incuriosiva, tutte le volte, come se fosse la prima volta. C’era l’attesa di Salvatore, il papà, che aspettavo sul portone di casa tutte le sere, al rientro dal lavoro aveva sempre una storia pronta per me da raccontare: “Oggi abbiamo innalzato la bandiera il tetto è finito!”. Costruiva le case Salvatore, lavorava il ferro per costruire lo scheletro dei palazzi. Una bandiera sventola, verde, bianca e rossa nel vento…e il sogno mi catturava. Architettura e Arte Tessile, senza che me ne accorgessi, diventavano un chiodo sempre più fisso.
Le due anime si completano dal piacere di dipingere nell’adolescenza, alla soddisfazione del progettare e poi fili e stoffe che mi coccolano, come io coccolavo con immensa soddisfazione, a 9 anni, la mia prima bambola di lana rosa chiaro, cucita a mano.

Eliscus | Fiori, semi, insetti e profumi | cm. 90×140

Io: La tua ricerca si orienta sempre più verso una dimensione tridimensionale; è la necessità di un diverso rapporto dell’opera con lo spazio oppure con il fruitore? Oppure qualcos’altro?

EC: Fu una sorpresa scoprire quanti regali mi avesse lasciato Maria, anche se lei non c’era più, tra le cose lasciate, la sentivo vicina, grandi teli di cotone su cui dipingere, tessuti su tessuto. Tutto è iniziato così, divertendomi ad inventare un nuovo linguaggio creativo, semplici composizioni con tessuti colorati applicati e cuciti su fondi a tinta unita, (i primi tempi a macchina), per creare mondi fantastici e giocosi, forme e colori che si rincorrevano. Poi la prima mostra, incoraggiata dal mio compagno di vita, artista, vedere le mie opere esposte accanto alle sue… una sensazione difficile da esprimere, mi piacevano, c’era allegria e ricordi di momenti belli, fissati nel tempo. Gli sono grata per l’ incoraggiamento, fu un’importante stimolo a continuare.

Eliscus | Flying | cm.20×20


Un giorno parlando di Arte Tessile durante una mostra, entra nella mia vita, una grande Artista: Maria Lai. Di lei c’è un particolare che mi colpisce e mi emoziona: è sarda come la mam, motivo di più per provare il desiderio di conoscerla. La sua personalità e filosofia di ricerca mi affascinano, il suo spirito, desideroso di valorizzare la tradizione tessile della sua terra, mi arricchisce, le sue opere, cibo per la mente, diventano prezioso momento di riflessione sull’Arte Tessile. La mia ricerca super stimolata dalla conoscenza di Maria Lai, continua con una nuova vivacità. All’inizio niente di programmato, un’ispirazione in progress, poi l’esigenza di aprire le opere a un nuovo concetto di spazio, il desiderio di creare volumi che si staccano dal fondo piatto della tela, mi spingono a gonfiare le forme, come un respiro trattenuto a lungo e poi finalmente libero di espandersi. È in questo momento che la tridimensionalità comincia a fare capolino tra i miei pensieri e diventa un elemento nuovo ed eccitante. Poi è l’architettura che mi regala nuove consapevolezze creative, tutto merito di due grandi architetti appartenenti entrambi alla corrente dell’ Architettura Decostruttivista: Zaha Hadid (prima donna ad ottenere l’importante Pritzker nel 2004) e Frank Owen Gehry. Le loro fantastiche scelte architettoniche, l’attrazione per i loro progetti che sconvolgono e ribaltano completamente gli schemi dell’Architettura Postmoderna, mi ispirano. Rami rivestiti di tessuti o di lane entrano nella composizione, ad essi, sento il bisogno di legare forme astratte con immagini di fotografie stampate su tessuto che, attaccate a fili di cotone o di rame, viaggiano; e il vento ne diviene amico.
Si uniscono al gioco fili di lana riciclati che hanno vissuto tante vite, ma sono ancora integri per un nuovo utilizzo e poi legni accarezzati dal mare che profumano di azzurro e rami che il vento ha spezzato e trasportato lontano, si vestono di colore avvolti da tessuto o da fili di lana. Il tessuto di fondo reclama più luce, diviene trasparente, l’opera è viva, giocosa, e mi diverte.

Eliscus | La danza | cm.100×100

Io: Le tue opere sono un ‘melting pot’ di colori, materiali, tecniche. Come scegli i diversi componenti per i tuoi lavori? Procedi partendo da un progetto oppure ti fai guidare dall’ispirazione in progress?

EC: La deformazione professionale dell’architetto si prende i suoi spazi: le opere nascono da veri e propri progetti, flash creativi mi suggeriscono composizioni più complesse. La composizione reclama pieni, vuoti, colore, atmosfera ed armonia, il gioco è intatto ma con qualche esigenza in più, le opere diventano piccole installazioni. Il progetto nasce e l’opera è già visualizzata, tutto s’incastra a perfezione, il flash abbraccia il sogno e viceversa, il divertimento è salvo.

Eliscus | L’albero e il mare | cm.100×50

Io: Appare molto presente una cifra ‘fantastica’ nei tuoi lavori. Quanto e come è presente la dimensione infantile nelle tue opere?

EC: Il gioco da piccola, il gioco con i bambini una volta cresciuta, penso che sia impossibile non vivere anche nei miei lavori la dimensione infantile. Osservare il mondo che mi circonda, mi stimola da sempre a vivere il presente con gli occhi di chi si sorprende di fronte alle piccole cose, magie di colore, incantesimi, giochi compositivi e trame di cortecce si svelano e contagiano la mia ispirazione. La cifra fantastica è sempre presente. Il fantastico fa parte del mio DNA.
Scriveva il grande Bruno Munari: “Riuscire a conservare lo spirito del bambino che è in noi, fa di un adulto una persona migliore”; ed io ci provo.

Eliscus | Siena al tramonto | cm60x60

Io: Ti occupi spesso di workshop e laboratori soprattutto per bambini e ragazzi. Quanto è importante questa esperienza per te e per il tuo lavoro creativo?

EC: Energia positiva, ecco cosa cerco nel creare; e cosa c’è di più bello se non avere la possibilità di condividere con altri l’importante dono dell’essere creativi? Ho sentito infatti sin dalle prime mostre il bisogno di organizzare laboratori con bambini e adulti. Non in tutte le esposizioni questo è stato possibile, ma, quando ne ho avuto la possibilità, il piacere di esporre e di condividere con altri la mia esperienza è stato molto importante. Dare la possibilità a chi è presente di maneggiare il tessuto, scoprirne la trama, impararne la tipologia; spesso non si riconosce un tessuto dall’altro, il suo scopo è quello di vestirci o fare bella la nostra casa, ma in genere si vive la sua presenza in maniera distaccata. Capire quanto sia piacevole sentirne la morbidezza, allarga i propri confini nei confronti delle cose più scontate.

Nell’ atmosfera della mostra, il conoscere i miei lavori, il fare domande sul mio percorso creativo, lo scoprire quanto sia piacevole inventare con poco una piccola opera personale ed origina diviene fonte sicura di divertimento, felicità ed autostima. Sul valore dell’esperienza del fare laboratori posso affermare che, creativamente, sia sicuramente un arricchimento. Ogni volta nell’incontro con persone diverse l’approccio al lavoro è sempre nuovo e i risultati sempre sorprendenti.
Amo invitare bambini ed adulti ad osservare le mie opere e a catturarne le idee facendole proprie: fili che scendono, applicazioni di tessuti che escono nello spazio, diventano una scoperta, il processo creativo è stimolato a sviluppare in modo naturale la ricerca di una nuova espressione di sé.

Eliscus | Mexico, one dream | cm.50×50

Oltre ad organizzare laboratori durante le mie esposizioni, ho collaborato e collaboro con l’Associazione Culturale Livia e Virgilio Montani, di Milano, la cui Presidentessa, l’artista Sara Montani, ha tra i suoi progetti culturali quello di diffondere il valore dell’arte nelle scuole. “Artinaula” è uno di questi e in questo caso gli artisti iscritti all’Associazione, ognuno con le proprie personalità e tecniche artistiche – disegno, pittura, scultura, calcografia e nel mio caso arte tessile – entrano nelle classi, espongono le loro opere, raccontano le proprie esperienze creative. È importante la comunicazione e la conoscenza prima di iniziare a lavorare. La classe si trasforma in Galleria d’Arte, galleria in cui anche i lavori dei bambini o dei ragazzi, creati durante il laboratorio, vengono esposti insieme a quelli dell’artista. Durante l’inaugurazione dei lavori fatti anche i genitori visitano la galleria e in questo momento di incontro, i bambini/ragazzi per l’occasione si trasformano in guide culturali e presentano l’artista, le sue opere e raccontano la propria esperienza.

Eliscus | Geometrie | cm.40×40


Quest’anno data la situazione di emergenza legata alla pandemia, ho partecipato per l’Associazione ad Artinaula on line. In questo caso il laboratorio è stato seguito a distanza da ogni artista nel proprio studio. Nonostante la situazione inusuale, posso dire che per quanto mi riguarda, è stata un’esperienza nuova ma anche piacevole sia per i bambini, sia per le insegnanti, che hanno potuto anche curiosare vivendo l’emozione di entrare nello studio di un artista.
Un’altra esperienza meravigliosa, sempre legata a un progetto dell’Associazione Culturale Livia e Virgilio Montani è l’evento della “Biblioteca Fantastica”. Si tratta della creazione di libri d’artista creati nelle classi di scuole di ogni ordine e grado destinati a costituire un fondo di libri creati dai bambini e ragazzi per la Biblioteca Braidense di Milano. Ad ogni artista l’associazione affida una classe da seguire nella creazione di uno o più libri nel caso siano individuali. Sono stata presente in 3 edizioni e ho seguito numerose classi, dai più piccoli della scuola primaria ai più grandi delle scuole superiori. Raccontare la storia dell’importante biblioteca Teresiana è stato sempre l’incipit da cui partire prima di iniziare a lavorare.
Nella prima edizione, ho deciso di lasciare liberi i bambini di costruire la propria pagina tessile facendo scegliere a loro piccoli pezzi di tessuti di vari colori e trame, fili e lane da inserire nello spazio, in un esercizio di libera creatività. A fine laboratorio le pagine create per formare 2 libri si sono rivelate un condensato di energia e ricchezza di creatività tutta da sfogliare.

Eliscus | Arcobaleno | cm.100×50


Nella seconda edizione ho seguito 10 ragazze di una Scuola Media Superiore Professionale con indirizzo tessile legato al settore della moda, nel realizzare 10 progetti per la creazione di nuovi tessuti. Nella terza edizione i bambini di 5a elementare hanno lavorato a 2 libri, le cui pagine costituite da pellicola trasparente sono state completate da composizioni di tessuti colorati, passamanerie e fili, piccole forme tessili tratte dagli abiti che i bambini indossavano durante il laboratorio e una loro foto che rappresentasse un momento felice della loro vita. Un tema riflessivo ed autobiografico a cui hanno partecipato con le loro pagine anche le maestre.
Momenti emozionanti per tutti i partecipanti, nella cornice prestigiosa della Biblioteca durante l’inaugurazione per la donazione dei libri.


Alla luce delle esperienze finora fatte nell’organizzare i laboratori, questi progetti hanno dato sicuramente una marcia in più alla mia vita e alla mia ricerca creativa personale: costituiscono, infatti, un patrimonio di idee pronte per essere utilizzate.
A volte, traggo ispirazione, per organizzare i laboratori, dalla mia ricerca personale, e quindi da esperienze, perché in fondo, mi piace l’idea di far rivivere ad bambini/adulti, le stesse emozioni che ho provato io; a volte sviluppo idee, ma non avendole ancora “testate” personalmente, l’occasione di farlo durante i laboratori è molto eccitante ed appagante.

Eliscus | Water, scent of roses | cm.20×20

Io: Come hanno influito sul tuo lavoro gli avvenimenti di quest’ultimo, difficile anno?

EC: Lo stop inaspettato legato alla pandemia, che ha colto di sorpresa tutti noi, mi ha costretto a sospendere tutti i programmi di lavoro legati all’architettura, ma, al contempo, mi ha permesso di riprendere progetti già in cantiere legati alla mia passione per il mondo del tessile. Nuovi e ritrovati entusiasmi e il fatto di mettere ordine nello studio (decisione sempre rimandata), mi hanno consentito di riscoprire quanti materiali avessi a disposizione e di focalizzare la mia attenzione su nuovi progetti di ricerca con rinnovata e concreta energia. Devo dire che nonostante tutto, lavorare in studio si è rivelata un’ancora di salvezza, ossigeno puro in un momento ricco di incertezze.

Eliscus | Teatrino | cm.50×50

Io: A cosa stai lavorando in questo periodo e quali sono i progetti – o i sogni nel cassetto – per il futuro prossimo?

EC: Tra i progetti programmati (ma annullati per via del lockdown) ci sarà una mostra collettiva dedicata alla FiberArt e quindi sto lavorando alla preparazione di un pezzo importante. Nel frattempo a parte questo progetto rimandato, ho già ricevuto inviti a partecipare a una nuova collettiva che si terrà a settembre, e ad una serie di mostre collegate alle Associazioni di cui faccio parte da parecchi anni, nei mesi prossimi, pandemia permettendo.

Desideri di progetti da realizzare ne ho parecchi: ad esempio ho conservato parecchi tessuti di abiti di mamma Maria, sono abiti da lei usati personalmente a cui sono particolarmente affezionata. Il riuso nell’utilizzarli per realizzare nuove opere, nasce dal bisogno di dedicarle una mostra, un atto di riconoscenza e amore per avermi trasmesso con il suo esempio la passione per il cucito.
Inoltre mi farà molto piacere preparare dei lavori, dedicati alla figura di Salvatore, il papà, mentore e testimone fedele di una grande passione per il suo lavoro.

Eliscus | è Africa, la tua Africa… | cm. 58×50

Un terzo desiderio riguarda la creazione di una serie di opere con l’utilizzo di tessuti ricavati da ombrelli abbandonati lungo le strade. La loro raccolta, iniziata parecchi anni fa, è nata dal pensiero che anche l’ombrello, come tutti gli oggetti usati conservino ancora il fascino del proprio vissuto. Mi piace l’idea di ridare loro una nuova vita a tessuti che sono contenuti di ricordi, testimoni di momenti felici o tristi, spesso manufatti di buona qualità.

E infine un sogno nel cassetto. Tra i tessuti che riempiono i miei scaffali, fanno bella mostra di sé parecchi tessuti etnici, provenienti dall’Africa, dall’America Latina e da paesi orientali, raccolti negli anni viaggiando o acquistati per beneficienza. L’idea è quella di progettare un Solidal Brand per realizzare abiti con inserti etnici che mi rappresentino creativamente, con il valore aggiunto di contribuire con la loro vendita a raccogliere fondi per le Missioni dei Frati Cappuccini.

Chi è Elisabetta Cusato

Elisabetta Cusato (alias Eliscus), nasce a Milano nel 1953. Alla fine degli anni ’80, dopo avere conseguito la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano, inizia la professione nel campo della progettazione e del design, terreno fertile per intensificare il proprio sguardo verso una nuova dimensione estetica. Inizia a creare opere, concentrando la propria attenzione sulle potenzialità espressive dei tessuti. Nascono lavori con una visione astratta in cui la materia intrinseca del tessuto si trasforma, grazie a vibrazioni cromatiche e particolari suggestioni, nel tempo, in vere e proprie installazioni. In questi ultimi anni Eliscus focalizza la sua attenzione nell’utilizzo di materiali riciclicati sperimentando la ricerca di nuovi approcci con il tessuto. Oltre ad esporre le sue opere, nell’ ambito del progetto “Sperimen-Ti-Amo”, promuove durante le mostre personali, laboratori tessili in cui bambini ed adulti, attraverso esperienze giocose, migliorano la propria creatività e conoscenza verso il mondo dell’arte. Ha esposto le proprie opere in gallerie private ed ha partecipato su invito a varie manifestazioni presso importanti spazi pubblici. Nel 2017, ha presentato la propria antologica, una raccolta di opere realizzate dal 2007 al 2017, presso la Sala Gemella del MUSEO DEL TESSILE E DELLA TRADIZIONE INDUSTRIALE del Comune di Busto Arsizio (Va).

Contatti

Instagram ELISCUS: artfrancis_fortuny (https://instagram.com/artfrancis_fortuny)

CREATTIVATI

Sostenere e promuovere i creativi della Svizzera italiana e tra questi, naturalmente, anche gli artisti che lavorano con fibre e tessuti; questo è l’ambizioso progetto di ADRIANA BOCK SCHMITT e ANNALISA D’APICE, ovvero Creattivati.ch.

In questa bella intervista ci raccontano chi sono e quali sono le attività di cui si occupano per creare nuove opportunità per artisti e designer.

Collettiva Il favoloso bosco, Antonia Boschetti, personaggi in juta, 2020

Io: Cos’è CREATTIVATI e quando, come e perché è nata?

ADRIANA: Creattivati.ch promuove e sostiene i creativi di professione della Svizzera italiana grazie alla sua piattaforma e alle sue collaborazioni e spazi sul territorio dedicati alla cultura.

Nasce come tesi per il conseguimento del mio master in management culturale nel quale ho analizzato approfonditamente le politiche culturali della nostra regione e della Svizzera, focalizzandomi sulle esigenze di chi produce arte e cultura. E così è nato il progetto creattivati.chCrea e attivaTI in Ticino.

Nel 2016 prende corpo diventando una piattaforma web nella quale ritrovare tutti gli artisti professionisti della Svizzera italiana nelle differenti categorie d’arte; da quella visiva e applicata, a quella performativa come musica, recitazione e danza. Il suo obbiettivo iniziale era quello di poter far conoscere al territorio chi crea – cosa realizza – dove si trova e cercarlo facilmente in un database sempre aggiornato. Una sorta di elenco telefonico modernizzato. Negli anni poi mi è stata data la possibilità di esporre in spazi legati alla cultura e alla promozione d’arte facendo sì che Creattivati avesse anche un luogo fisico dove portare i propri artisti.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020, sacchetti di plastica lavorati all’uncinetto

Alla fine del 2019, inizia la mia collaborazione con Annalisa, con la quale abbiamo portato avanti nel 2020 la programmazione di mostre curate e progetti diffusi sul territorio ticinese fino ad evolverci e a diventare un’associazione culturale no profit.

Le nostre due figure professionali unite dalla stessa passione per l’arte, hanno permesso a Creattivati.ch di crescere e trasformarsi in quest’ultimo anno.

Personalmente come ideatrice e direttrice sono impegnata nelle relazioni pubbliche del territorio culturale locale e oltre frontiera con istituzioni e stakeholder, nella gestione amministrativa e nella creazione di nuove sinergie con le differenti realtà artistiche.

Annalisa, architetto e curatrice, a lei invece la creazione di nuovi progetti di promozione e curatela per gli artisti di creattivati e la mappatura di nuove proposte culturali sul territorio artistico locale, nazionale ed internazionale.

Insieme ci impegnano a divulgare nuove idee per rendere l’arte e la cultura accessibile a tutti.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Io: A chi si rivolge la piattaforma? E come funziona?

ADRIANA: Il pubblico a cui ci rivolgiamo è abbastanza ampio. Si parla di artisti che vogliono far conoscere il proprio lavoro, di figure del settore o semplicemente appassionati d’arte.

Creattivati.ch si rivolge quindi a tutti i singoli artisti professionisti della Svizzera italiana (svizzeri e non) e ai ticinesi residenti all’estero che desiderano presentare e valorizzare la propria attività, essere promossi ed essere facilmente raggiunti. A tutti loro si offre sulla base di una quota annuale un profilo sempre aggiornato completo di fotografie e informazioni per poterli contattare direttamente e la possibilità di rientrare in un progetto curatoriale.

Come anticipato prima, la piattaforma si propone anche come strumento di riferimento per le associazioni di categoria, le istituzioni, i media e gli operatori culturali.

Non viene fatta nessuna selezione se non il sentirsi un professionista nella propria arte. Non si chiedono titoli di studio particolari ma dei riconoscimenti nel campo in cui ci si dedica.

Collettiva Il favoloso bosco, Laura Mengani, ecoprint, 2020

Io: Promozione e divulgazione e…quali sono le principali attività di CREATTIVATI?

ANNALISA: Parallelamente alla piattaforma virtuale, portiamo avanti la promozione dei singoli artisti attraverso i nostri canali social dedicando ciclicamente una settimana alla scoperta del loro lavoro.

Questo ci permette di avere sempre contenuti aggiornati e mostrare a chi ci segue qualcosa di nuovo e interessante ogni volta.

Oltre alla divulgazione di contenuti artistici tramite il web, la nostra forza è quella di avere spazi non museali che ci permettono di organizzare un programma annuale di mostre curate. Negli ultimi anni inoltre, abbiamo lavorato anche su progetti collaterali quali esposizioni di poster d’arte in contesti urbani, come strade e piazze e, gallerie temporanee in negozi momentaneamente in disuso, facendo diventare la città il vero spazio espositivo.

L’importanza di uscire dai contesti tradizionali e di portare l’arte contemporanea en plein air ci ha permesso di iniziare un discorso sul territorio tra comunità̀ e artisti senza intermediari e di raggiungere un pubblico più ampio di fruitori.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, 2019, batik

Io: Il Ticino ha una tradizione tessile che affonda le radici lontano nel tempo….

ANNALISA: Il legame tra il Ticino e il mondo del tessile ha forti radici storiche; la posizione geografica e i rapporti di scambio con la vicina area insubrica e principalmente con Como, datano la nascita soprattutto nel Mendrisiotto di molte “filande” già̀ a partire dal 1700.

Un’attività̀ florida durata fino agli anni 70 del ‘900 in cui la produzione di seta e di cotone alimentava l’economia del posto e introduceva il territorio ai grandi scenari industriali dei filati. Radicata nella storia e nella memoria locale, la produzione tessile è stata assimilata con gli anni dalla cultura del luogo, dando il via ad una vera e propria tradizione ticinese di textile design e di fiber art.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020

ADRIANA: Seguiamo da anni e con particolare attenzione questa tematica, dedicando al tessile vari progetti curatoriali (come Passione tessile nel 2019) o cercando di introdurre in collettive artisti che operano in questo campo.

Il mandato di promuovere questo tipo di arte nei propri spazi da parte de La Filanda di Mendrisio, memoria storica di quella che è stata un tempo e oggi sede della biblioteca cantonale, ci ha infatti permesso di raccontare cosa accade sul territorio, trasformando di volta in volta gli spazi dell’edificio in luoghi di incontro e di scambio artistico. Di per sé concepita come una piazza al coperto, La Filanda ogni anno ripercorre la sua storia attraverso le opere tessili degli artisti di creattivati.ch.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Io: Nel panorama contemporaneo dei creativi di cui vi occupate ci sono artisti che utilizzano il medium tessile per la loro ricerca?

ANNALISA: Oggi sono molti gli artisti e gli artigiani ticinesi che dedicano il proprio lavoro alla riscoperta di questa tradizione e alla reinterpretazione della materia attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo.

Come anticipato da Adriana, ogni anno dedichiamo una mostra a La Filanda di Mendrisio al tema del design tessile e fiber art. Abbiamo portato in esposizione lavori eseguiti attraverso tecniche di tessitura tradizionali, stoffe stampate con tecniche naturali e disegni su tessuto; non solo, anche lavori incentrati su tematiche come natura e memoria, ecologia e infanzia, che attraverso il medium tessile esprimono un pensiero e concretizzano grazie alle trame e ai colori della materia una ricerca personale.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, 2019

Io: Quali progetti (e sogni) avete nel cassetto per il prossimo futuro?

ADRIANA: Molti sono i progetti concreti già infilati nel cassetto dei sogni e pronti per la loro realizzazione.

Nel 2020, nonostante tutte le limitazioni della pandemia, siamo riuscite a realizzare ben 6 progetti espositivi e siamo state riconosciute per le nostre competenze e professionalità.

Vorrei che potessimo proseguire il nostro lavoro con la stessa passione e tenacia che ci contraddistingue per rompere barriere e preconcetti che limitano la fruizione dell’arte e della cultura.

Come obbiettivo futuro, vorrei inoltre che creattivati.ch avesse un proprio spazio dove gli artisti all’interno della piattaforma possano non solo avere un luogo dove poter lavorare ma abbiano modo di scambiarsi idee, esperienze e arti. Un luogo di contaminazione artistica dove far nascere progetti.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, Mariana Minke, Arlena Ton, 2019

ANNALISA: Creattivati è una macchina sempre in funzione e quello che ci auguriamo per il futuro è di continuare con questa costanza a proporre progetti d’arte sul territorio attraverso appuntamenti fissi come le mostre curate negli spazi ormai dedicati e i progetti collaterali come festival e gallerie temporanee.

Il focus che abbiamo ora sul Ticino sicuramente sarà una costante anche per il futuro, ci piace l’idea di poter scoprire nuovi giovani talenti e guardare cosa è stato già fatto in precedenza sul territorio per imparare e dare valore; ma uno degli obbiettivi che ci prefiggiamo è quello di guardare oltre i confini geografici per creare nuove sinergie con persone mosse dalla nostra stessa passione.

Sogni nel cassetto ne abbiamo parecchi, per citarne uno, abbiamo voglia di crescere e di diventare un punto di riferimento per l’arte contemporanea della Svizzera Italiana. Ci piacerebbe promuovere l’arte e il territorio svizzero creando opportunità di scambio tra artisti provenienti da qualsiasi parte del mondo istituendo residenze annuali e avviando progetti multidisciplinari con le varie istituzioni del posto.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Chi è CREATTIVATI

ADRIANA BOCK SCHMITT – Nata a Locarno (Ticino) vive e lavora a Lugano, Svizzera. Dopo aver completato la formazione in recitazione a Ginevra e lavorato per un periodo in ambito cinematografico a Roma, da oltre vent’anni è collaboratrice alla Radiotelevisione della Svizzera italiana. Oggi è referente delle operazioni di sponsorizzazione per la Radio e la TV.

Dalla sua tesi per il conseguimento di un Master in Management Culturale ha dato il via a crattivati.ch; inizialmente una piattaforma nella quale dare vita a nuove collaborazioni e opportunità agli artisti professionisti della Svizzera italiana, oggi diventata associazione culturale no profit.

ANNALISA d’APICE – Nata a Pompei, vive e lavora a Lugano, Svizzera. Nel 2011 si diploma presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio e nello stesso anno inizia a collaborare con uno studio di progettazione di Lugano. Nel 2017 si avvicina alle pratiche curatoriali per l’arte contemporanea frequentando il corso N.I.C.E. New Independent Curatorial Experience organizzato da Paratissima Art Fair di Torino. Segue giovani artisti in mostre collettive e personali, congiuntamente alla realizzazione di cataloghi, curandone testi e grafica. Alla fine del 2019 inizia la collaborazione con Creattivati.ch per la promozione dell’arte contemporanea della Svizzera Italiana.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020

Contatti

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