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Il filo conduttore

Ogni volta che mi imbatto in un manufatto d’artigianato tessile, un’opera di fiber art, un tappeto di design o altre creazioni di textile art rimango affascinata dalle infinite possibilità di un semplice filo.

Questo blog racconta le meraviglie che ho scoperto seguendo quel filo: le storie, le persone, le opere, i luoghi.

I SEGNI PERMANENTI DI PINA DELLA ROSSA: UN ALTRO 25 NOVEMBRE

Scrive Ippolito Nievo nella pagina di apertura di Le confessioni di un Italiano: “La narrazione di una vita acquisisce e dà senso a una vicenda collettiva, come la singola goccia dà la direzione della pioggia”. Una citazione che si riaffaccia alla memoria osservando il percorso artistico degli ultimi anni di Pina Della Rossa, dove l’esperienza personale si è fatta arte, dapprima attraverso la narrazione della propria storia che nella catarsi artistica ha trovato forza curativa e veicolo espressivo, per diventare poi testimonianza di una vicenda collettiva, appunto, che non riguarda, infatti, soltanto vittime e carnefici, bensì l’intera comunità, le fondamenta stesse di questa società, che vogliamo civile e civilizzata, in cui viviamo. A questo secondo approdo appartiene il filo rosso che attraversa – talvolta fisicamente, talaltra idealmente – le fotografie che compongono il suo progetto SEGNI PERMANENTI, nato nel 2018 e realizzato, nella sua prima parte, nel settembre 2019 al Museo MACRO di Roma.

Segni (rossi) permanenti che vanno a comporre un alfabeto tracciato dalle persone che hanno aderito all’invito dell’artista, impegnandosi attivamente, mettendoci la faccia – o meglio il proprio ritratto – per ribadire che non si può mai abbassare la guardia di fronte ad un fenomeno, quello della violenza domestica e della violenza di genere, che al netto delle molte battaglie intraprese, registra solo nell’ultimo anno (nonostante l’approvazione della legge sul CODICE ROSSO) un incremento di casi dell’11%. Una guerra, dunque, la cui vittoria è ancora al di là da venire e che anche quest’anno, come ogni anno, torniamo a sottolineare il 25 novembre nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

In tempi di lockdown che costringe ad una convivenza asfittica vittime e carnefici è ancor più necessario unire la propria voce, nell’ambito che compete ad ognuno, per diffondere e consolidare una cultura che condanni senza riserve ogni forma di violenza, da quella psicologica a quella fisica, e che sappia sviluppare una rete di sostegno e di soccorso ampia ed articolata. In questa urgenza, si colloca il lavoro di Pina Della Rossa, artista impegnata su questo fronte da molto tempo, che dall’esperienza personale ha saputo elaborare opere che partono dalla narrazione introspettiva e risolutiva del ciclo intitolato DOPO LA BATTAGLIA, per evolvere in un progetto che si rivolge ad un’ampia platea di interlocutori coinvolti quali attori al pari dell’artista stessa.

Se infatti la prima serie di opere si muoveva tra l’analisi e la pacificazione delle tensioni interiori alla ricerca di una via salvifica dell’arte, SEGNI PERMANENTI supera la dimensione personale e sollecita l’intervento di quella comunità che – tutta – è chiamata a sentirsi coinvolta nelle istanze che attraversano la società, nel bene e nel male. Avendo trovato in sé la forza ed il coraggio per sconfiggere la paura, l’isolamento e la solitudine in cui sprofondano le vittime – e che tanta parte ha nel timore di denunciare – oggi la Della Rossa testimonia con il suo lavoro da un lato le cicatrici che il trauma della violenza lascia dietro di sé e dall’altro la possibilità di superamento e di rinascita ad una vita piena e libera.

SEGNI PERMANENTI è dunque un progetto d’arte che richiede partecipazione, è un mosaico testimoniale composto di fotografie, poesie, testi, interventi: un coro di molteplici voci per spezzare i troppi silenzi delle vittime, un’opera aperta, un luogo franco come solo l’arte sa creare, in cui gli individui agiscano per riaffermare i principi di giustizia, solidarietà, libertà e – perché no – il diritto alla felicità. È un passaggio dall’esperienza personale all’intervento sulla realtà che dà senso alla lunga battaglia sin qui condotta: è la vittoria di chi, riappropriatasi della propria vita, può finalmente condividerla con l’altro nella speranza di una presa di coscienza collettiva indispensabile per sottrarre sempre più donne alla persecuzione, sempre più vittime al sacrificio. Il progetto è un richiamo alla responsabilità individuale: occorre essere, ognuno, quella singola goccia che cambierà la direzione della pioggia, fino a quando il 25 novembre non sarà che una data qualunque sul calendario.

Pina Della Rossa | SEGNI PERMANENTI

Silvia Capiluppi

Silvia Capiluppi si racconta e ci racconta tutto sul suo progetto dei LenzuoliSOSpesi arrivato in questi giorni al n.100 in questa lunga intervista sul filo rosso che lega persone, affetti, luoghi e ricordi in un’unica straordinaria narrazione.

4º e 5º “Il Libro della Storia – mi racconti la Storia? Scriviamola insieme” – Silvia Capiluppi, 1ª Residenza per artisti presso T.A.NA. – ph.credit Giulio Martino

Io: Silvia Capiluppi e i LenzuoliSOSpesi. Ma non solo. Come è nata la tua ricerca artistica con il filo?

SC: Il progetto dei LenzuoliSOSpesi è nato da un sogno ed è la manifestazione dell’esperienza di vita. All’alba del 14 febbraio 2018 sognai di ricamare il mio nome con il Filo Rosso su un Lenzuolo Bianco. Prima di quel momento avevo ricamato solo delle fotografie; da ragazzina mi divertivo a cucirle con la macchina a pedale e nel febbraio 2012 avevo iniziato a cucirle a mano.

Mentre ero bloccata in casa per la rottura di una rotula, il Maestro Ercole Pignatelli mi propose di lavorare su due stampe della fotografa Ornella Cucci. Sulla prima creai una tenda con trentasei corde, nei cinque colori degli elementi della tradizione tibetana e 108 nodi scorpione di protezione; sulla seconda intervenni con un collage di fotografie, che avevo scattato ad una ballerina nel 2000 e ricamai con il filo rosso e giallo delle puje indiane. Da quella esperienza nacque l’idea della mostra performativa ed esperienziale “Venti Veggenti – φtra la Luce”, che inaugurai nel novembre dello stesso anno a Vigevano, coinvolgendo 40 artisti e i bambini e dove si creò un dialogo grazie al filo con cui tessei 20 telai a raggiera dal centro dell’ex spazio industriale – studio dell’artista Carlo Vella – e ricamai le scritte su alcune mie fotografie e sui lavori degli artisti coinvolti.

3º “127 nomi” – Nubya Freitas da Silva

Seguì poi nel 2013 la video installazione “La Pupilla della Dea” e “Balam Project”, che mi guidò sino a Kathmandu. Insomma, il filo è lungo passando dai lavori per il Padiglione Tibet, a cura di Ruggero Maggi, alla tessitura nel 2014 dell’iride arcobaleno “Sri Eye” – l’installazione dedicata al terzo occhio della Dea dell’Abbondanza Lakshmi – in un tubo dell’acqua del diametro di 2.5 metri, presso il MAF – Museo Acqua Franca di Milano, dove poi l’anno seguente ho ricamato 21 zanzariere metalliche, per l’installazione “PIN”, dedicata alla ghiandola pineale.

1º “Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza” – Silvia Capiluppi

Io: I LenzuoliSOSpesi: un progetto in fieri a cui sei molto legata. Me lo racconti?

SC: LenzuoliSOSpesi prende forma anche dal desiderio di comprendere gli esseri umani, osservandoli talvolta con lo sguardo di un’antropologa, o forse in senso un po’ più lato di un’anemologa; nasce dall’egoismo di voler essere felice, circondata da persone felici, che sorridono per tutto ciò che sono e hanno; nasce dai giochi che facevo da bambina con le mie sorelle, quando costruivamo le capanne degli indiani con coperte e lenzuola, (da cui nacque anni dopo l’installazione “La Nave Itzà”, presso l’Acquario Civico di Milano, dove stesi/sospesi un labirinto/capanna di lenzuola ed invitai le persone a dedicare i loro pensieri d’amore all’acqua contenuta in fialette) unite poi ad altre fialette); nasce dall’esperienza di Progetto Nodo – il collettivo ad energia femminile, che fondai nel 2009 per la libera condivisione della bellezza e del sapere.

Stavo cercando qualcosa e quel qualcosa forse ha trovato me.

82º “W ROSETTA” – RSA “Residenza Rosetta” di Crema

Mentre passavo l’ago, seguendo i tratti a matita degli 83 nomi di donne – nomi di sorelle, cugine, amiche, nomi di regine, di eroine e di dee, insieme lungo l’antico filo rosso, per raccontare che siamo tutti uniti da un’unica antica radice e che il nome che portiamo è stato scelto per noi, forse per riattivare antiche memorie – prese vita il 1° Lenzuolo, “Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza”, e non avevo idea che avesse avuto inizio il racconto dell’infinita storia d’amore. Mai avrei immaginato che dopo alcuni giorni Ornella Cucci m’inviasse la fotografia del nome di sua sorella, ricamato da lei con il filo rosso su un lenzuolo bianco; che Nubya Freitas da Silva mi scrivesse da Barcellona, per dirmi che vedendomi ricamare aveva iniziato anche lei a ricamare i nomi delle donne della sua famiglia – ne ricamò 127, tra cui anche il mio; che mi invitassero insieme a Marisa Albanese alla 1° Residenza per artisti presso T.A.NA. per ricamare i due Lenzuoli che intitolai “Il Libro della Storia – mi racconti la Storia? Scriviamola insieme”.

92º “TiAMAtrice” a cura di Barbara Pavan e Fabrizio Berardi – Amatrice

La parola LenzuoliSOSpesi, prende spunto dalla tradizione napoletana del “caffè sospeso” – perché i Lenzuoli oltre ad essere regalati, sono da sempre sospesi nei vicoli di Napoli – e custodisce un S.O.S. , acronimo per me di Sail Our Souls e anche di Soul Our Sails.

Dico sempre che i LenzuoliSOSpesi sono catalizzatori di impegno sociale condiviso; arazzi contemporanei, in una nuova forma di graffitismo metropolitano, con un medium – l’ago e il filo rosso – che invita al tempo lento e alla gioia di stare insieme.

“Sail Our Souls” – mostra alla Baia di Parè, giugno 2019

I Lenzuoli possono essere tappeti volanti, mantelli magici, veli, sudari, grandi bandiere di preghiera Lung-ta, che condividono il loro messaggio d’amore, con tutto il creato. Sono porte d’accesso alla gioia e all’abbondanza. Sono vele di un grande veliero salpato nella notte del 9 marzo 2018, quando, in occasione dell’inaugurazione della mostra di Paola Rizzi, – per la presentazione del libro “Un gelato per Amore”, scritto da Roberta Colli e Massimilano Scotti, il cui ricavato di vendita è devoluto all’Associazione Kore – fui invitata a realizzare una perfomance e al grido di “Liberi tutti!” prese forma la 1ª PEM – Pratica di Evasione di Massa – di Pacifier, la Donna Falco pacificatrice, rieducata ai sensi grazie al contatto con le persone amorevoli, che l’hanno aiutata a liberarsi dallo chaperon – il copricapo per l’addestramento dei falchi, che privandoli della vista fa sì che s’immobilizzino, rinunciando a volare.

I Lenzuoli sono scrigni di anime amanti e vanno trattati con rispetto. Abbiatene cura, mentre loro si prendono cura di noi.

6º “ROSSO RICORDO” – studenti 5º anno IIS E. MAJORANA di Cesano Maderno

Io: Dopo il primo lenzuolo, ne sono stati attivati quasi 100, ad oggi. Come funziona l’attivazione? Chi ti contatta abitualmente e come?

SC: Di solito chi sceglie di dare inizio ad un nuovo Lenzuolo mi contatta tramite Facebook, scrivendomi su Messenger sul mio profilo personale o sulla pagina di “Pacifier – Pratiche di Evasione di Massa”, dove al momento sono caricati gli album fotografici, i video e le informazioni dei quasi 100 LenzuoliSOSpesi; esiste anche il sito in costruzione http://www.lenzuolisospesi.com , dove già ora è possibile compilare una scheda, indicando i propri dati di contatto, una descrizione del Lenzuolo che si intende ricamare e il titolo che si propone. Anche se si ricamano prevalentemente nomi, il titolo funziona da connettore delle persone, che parteciperanno.

Segue una telefonata, per parlarne e poi viene assegnato un numero in progressione, che dovrà essere ricamato sul Lenzuolo stesso, così da poterlo riconoscere, quando verrà esposto insieme ad altri.

Ho dato pochissime “regole”, perché so che spesso ne abbiamo necessità per non perderci e perché ricordo il professor Corrado Levi che all’inizio del corso di Composizione III ad Architettura ci disse: “Questa è probabilmente l’ultima occasione che avrete per essere liberi; fuori di qui ci saranno i committenti, i regolamenti comunali…Date spazio alla fantasia e divertitevi!”

Il primo nome ricamato sul 1º Lenzuolo “Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza”

È semplice! Basta avere un lenzuolo bianco, possibilmente matrimoniale – così c’è più spazio – magari di quelli delle nonne, tessuti a mano per il loro corredo o preparati per il nostro; chiusi ormai da tantissimi anni negli armadi e felici di tornare a respirare nel vento, per condividere i sogni. Se non l’avete potete chiedere! A me, ad esempio, Maria Cristina Tebaldi e Monique Anghileri ne hanno donati tantissimi. E poi occorre una matita, un ago e il filo rosso.

Il filo rosso è presente in tante antiche tradizioni, dalla Pūjā indiana, ai rituali tibetani, al filo rosso fatto girare intorno alla tomba della grande matriarca Rachele; dona protezione e forza per immaginare il nostro mondo, ricordando che, come disse James Hillman, l’anima è l’atto stesso dell’immaginare.

31º “Pianeta Terra – verde complementare”, esposto insieme al 9º “Mater Water” a “Laudato Si’ – l’arte contemporanea e la cura della casa comune” mostra a cura di Mario Quadraroli e Maurizio Caroselli, Palazzo Zanardi Landi – Guardamiglio (LO)

Le curatrici e i curatori dei Lenzuoli ne diventano responsabili ed organizzano il ricamo, documentandone le varie fasi con fotografie e per chi vuole anche con video, che vengono poi condivisi sulla pagina Facebook e al più presto sul sito. Consiglio sempre di tenere un diario, dove annotare eventuali pensieri personali e delle persone che partecipano…chissà che in un futuro non possano poi diventare dei libri.

Spesso chi mi contatta, ha partecipato al ricamo di un Lenzuolo, o ne ha sentito parlare, tramite il passa parola o leggendo un articolo.

8º “AMATE”, staffetta di quaranta donne, dal 6 gennaio al 14 febbraio 2019

Io: Alcuni lenzuoli hanno temi legati al sociale, altri sono un sostegno a battaglie per i diritti civili. Ce ne racconti qualcuno?

SC: Il progetto nasce con l’intento di portare l’attenzione sulla tutela delle donne, estendendosi poi naturalmente alla tutela della natura, della Madre Terra e dell’anima, perché credo che solo rispettando le donne possiamo avere rispetto di tutto ciò che ci circonda. Ad oggi vi sono 97 Lenzuoli ricamati da migliaia di persone in Italia e all’estero. Ci sono Lenzuoli ricamati da associazioni, scuole, gruppi privati, centri antiviolenza, strutture di supporto ai disabili, Università delle Tre Età, Fondazioni e così via.

Presso il Museo Madre di Napoli per “MeM – Me e Madre” – il workshop che ero stata invitata a realizzare, in occasione del progetto didattico “Io sono Felice!” promosso dalla Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee, dedicato all’integrazione sociale – più di 250 persone hanno ricamato due Lenzuoli in quattro giorni, con i loro nomi e i nomi di figure genitoriali, che hanno svolto la funzione di Madre; presso la Casa Circondariale Femminile di Lecce le detenute hanno ricamato un Lenzuolo, migliorando le relazioni interpersonali e dando poi vita ad una performance teatrale, che le ha viste protagoniste, nel narrare cos’ha significato per loro l’esperienza, cos’ha rappresentato il Lenzuolo e la storia dei loro Nomi.

25º “Noi insieme” – “Donne per Soncino”, 25 novembre 2019 – Giornata contro la violenza alle donne, Crema

C’è il Lenzuolo delle “AMATE”, ricamato da quaranta donne, in una staffetta di quaranta giorni, durante i quali ognuna ha ricamato il proprio nome e i nomi di persone, da cui si sente amata; c’è “Mater Water”, ricamato presso la Centrale dell’Acqua di Milano, insieme agli artisti dell’Associazione e Movimento “Arte da mangiare mangiare Arte” e poi varato nel Naviglio dai canoisti della Canottieri San Cristoforo; c’è il Lenzuolo della Squadra di Rugby Femminile di Napoli; c’è quello dagli atleti nazionali di windsurf e vela; c’è “TiAMAtrice”, il Lenzuolo per ricucire il tessuto sociale della terra colpita dal sisma e il Lenzuolo ricamato in ZOOM durante la quarantena, per continuare ad essere insieme.

Ci sono i Lenzuoli ricamati dagli ospiti dell’RSA “Residenza Rosetta” di Crema, che dopo aver terminato durante il lockdown il primo Lenzuolo “Rosetta insieme” – intorno al quale si sono riuniti, dandogli forza ed energia per tutti noi – hanno iniziato “W ROSETTA” e a breve inizieranno il loro terzo Lenzuolo. Pur non essendoci mai incontrati fisicamente, il legame che ci unisce è fortissimo. Dopo aver esposto a BORDERLINE – Arte Festival Varallo e poi alla Baia di Parè il loro primo Lenzuolo, ricamato con grande armonia ed eleganza l’ho indossato come un mantello, sentendone tutto l’amore, in un abbraccio capace di travalicare lo spazio-tempo. Talvolta ci scambiamo video, raccontandoci le novità e tutto questo fa bene al mio cuore.

“(…) porto il nome di tutti i battesimi. Ogni nome il sigillo di un lasciapassare (…) cit.Fabrizio De André, “Khorakané”

62º “GENERIAMOCI” – Promosso da ASSOCIAZIONE SLOSSEL e ARCI di CREMA NUOVA

C’è il Lenzuolo che il writer FLYCAT ha ricamato con il suo nome e ha donato al progetto, dopo aver scritto con le bombolette spray il titolo della mostra “Soul Our Sails”, tenutasi lo scorso anno, in occasione di “Habitat – abitazioni d’artista – 1a Biennale OFF” a Milano; quello dell’architetto Mario Quadraroli, dedicato a “NATURARTE – percorsi artistici nel lodigiano dal 1998”; il Lenzuolo “Pianeta Terra – verde complementare”, dove le persone possono simbolicamente stringere un patto d’alleanza con le varie parti della Terra, ricamando il proprio nome sul planisfero.

C’è il 68° LenzuoloSOSpeso voluto da Diana De Marchi – che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano – e ricamato lo scorso febbraio, presso il Consiglio Comunale (è stato incredibile vedere come gli Assessori e i Consiglieri comunicassero con grande calma, perché concentrati nel prestare attenzione al punto; sarebbe fantastico far ricamare durate le riunioni e magari un giorno anche in Parlamento).

C’è l’87° Lenzuolo “Mas de 72 MEMORIA VERDAD Y JUSTICIA – per ricostruire il futuro” a cura di Daniela Gioda con Carovane Migranti a 10 anni dal massacro di oltre 72 migranti a Tamaulipas, Messico.

“SFILATA DEI LENZUOLI” – Naviglio Grande, 14 febbraio 2019 – Milano

Io: Il ricamo è un medium lento e anche di condivisione. C’è un ulteriore lettura di questo progetto in questo senso?

SC: Quando ho ricamato il primo Lenzuolo sono rimasta affascinata dal gesto della mano e dal suono sordo dell’ago che dopo aver trapassato la tela, si affaccia sul vuoto per far scorrere il filo in un sussurro. L’ago diviene una piccola e potente spada pacifica, a tutela della libertà, della natura e dell’anima. Il movimento diventa ipnotico, quasi estatico. Ricamare da sola un Lenzuolo è una traversata in solitaria nell’oceano delle emozioni; è una pratica di meditazione e forse una guarigione sistemica.

40º “Sail Our Souls” a cura di Surferia – Baia di Parè (LC)

Le nostre nonne la sapevano lunga; avevano imparato a fare tesoro delle pratiche; l’avevo già percepito con il progetto “Pasta Madre” che avevo sviluppato insieme a  “Progetto NoDo” invitando le persone ad impastare il lievito naturale del pane, per entrare in contatto con la memoria e attivare il Meridiano di Rene – Polmone, che passa nelle ascelle. Muovere le mani in modo creativo, attiva nuove sinapsi cerebrali.

I LenzuoliSOSpesi sono quasi sempre ricamati in gruppo e questo crea lo scambio, nella gioia di stare insieme. Si condividono racconti di vita con persone che magari non si conoscono; si riscopre il piacere di ascoltare e ascoltarsi.

9º “Mater Water”, ricamato presso la Centrale dell’Acqua di Milano, insieme agli artisti dell’Associazione e Movimento “Arte da mangiare mangiare Arte”

Io: Chi sono i/le ricamatori/trici dei tuoi lenzuoli? Che cosa viene ricamato sui lenzuoli abitualmente?

SC: Il progetto è assolutamente trasversale! Ricamano tutti, uomini, donne, bambini senza limite di età. Non è necessario saper ricamare, anzi è quasi meglio non aver mai preso in mano un ago, perché non si tratta di mettersi alla prova nel bel ricamo; ciò che è importante è il volerci essere, insieme.

Si ricamano i Nomi. Si dice che il nome porti già scritto il progetto. Nomen omen – “il nome è un presagio, un destino”; forse è un mantra, capace di richiamare gli spiriti tutelari, i numi – Nomen Numen.

67º “Rosetta insieme” – RSA “Residenza Rosetta” di Crema

Già il solo scriverlo a matita sul lenzuolo è un momento importante. Scegliere il punto dove scriverlo, lisciare il lenzuolo per preparare il campo, crearsi lo spazio e poi ricamarlo, con l’attenzione ad ogni singolo punto, senza forzare, seguendo il flusso del respiro e lasciando svuotare la mente del rumore costante di fondo è un dono. Se poi si decide di ricamare il nome di persone che si amano, il cuore si apre, ricordando tutto quello che ci lega in un augurio d’amore. Spesso vengono poi anche disegnati simboli: cuori, fiori, spirali, labirinti, biciclette, scarpe, stelle… quasi a ricordare degli ex voto.

Nel periodo del lockdown più di una ventina di Lenzuoli sono usciti dagli schemi e credo che siano stati un’importante manifestazioni del momento storico e anche dei rituali di guarigione.

14º e 15º “MeM – Me e Madre” – work shop presso il Museo Madre di Napoli

Io: Quando un lenzuolo è terminato, qual è la sua sorte? Viene esposto? In quali luoghi e in quali occasioni?

SC: Il Lenzuolo resta ai Curatori, che possono autonomamente organizzare delle esposizioni, comunicandone le coordinate, a tutte le persone collegate al Filo Rosso; oppure i Lenzuoli vengono esposti insieme, come nel caso della mostra di Fiber Art “Poetici Orditi”, curata da Marisa Cortese la scorsa estate, presso la Fabbrica della Ruota a Pray, presso Villa Giulia a Pallanza, alla Baia di Parè sulla facciata della casa di famiglia o come è successo negli scorsi anni presso il carcere di Lecce, a Napoli nei quartieri Spagnoli e al Museo Madre, all’Arsenale di Bertonico, a Vigevano presso il Castello, a Cesano Maderno presso Palazzo Arese Borromeo, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne: i LenzuoliSOSpesi si prestano per essere esposti con grande semplicità ovunque e ci sono già nuovi appuntamenti per la prossima primavera.

13º “INCIPIT – Apri amo ci” a cura di Marialisa Leone e Marisa Fugazza, con il prezioso supporto di Anna Borghi

Io: Quanti e quali lenzuoli sono attivi al momento?

SC: Al momento sono attivi 25 Lenzuoli. Due sono stati recentemente attivati: il 97° “Ossigeno” a cura di Cristina Pennati a Varese e il 94° “Infinite siamo noi” a cura di Adriana Perego a Chiavenna.

A breve avrà inizio anche il 95° Lenzuolo a cura di Alessia La Salandra con i suoi studenti delle scuole superiori in provincia di Foggia e il 96° Lenzuolo a cura degli ospiti della Residenza Rosetta di Crema.

87° “Mas de 72 MEMORIA VERDAD Y JUSTICIA” a cura di Daniela Gioda a Chieri

Sono in corso di ricamo il 93° “Il Viaggio” a cura di Francesco Lasalandra a Cinisello Balsamo; il 92° “TiAMArice” a cura di Barbara Pavan e Fabrizio Berardi ad Amatrice; il 91° a cura di Maritta Nisco a Cinisello Balsamo; l’89° “Progetto Ombra incontra i LenzuoliSOSpesi” che ricamerò, dopo aver tracciato le linee insieme a Ruggero Maggi, nel corso di una performance presso Palazzo Zanardi Landi a Guardamiglio lo scorso 18 ottobre; l’87° “Mas de 72 MEMORIA VERDAD Y JUSTICIA” a cura di Daniela Gioda a Chieri; l’83° “Discorsi tra generazioni” a cura di Simonetta Battoia a Genova; il 79° “Buon Riposo” iniziato da Agata Bernard, che me l’ha poi passato; il 74° “Amata Cernusco Ama” a cura di Maria Cristina Tebaldi a Cernusco; il 70° “SERENDIPITY” a cura di Roberta Moretti a Casatenovo; il 69° “Le paperette di Nolo” a cura di Irene Biassoni a Nolo, Milano con i bambini; il 68° a cura di Diana De Marchi a Milano; il 66° “Alla sera il mio nome canta” a cura di Cris Carry a Milano; il 65° “IL DONO” per il Maestro Ercole Pignatelli; il 64° “Assieme si fanno cose meravigliose” a cura delle Socie di Quiltitalia; il 45° “Il Lenzuolo delle Rimembranze” a cura di Angelo Reccagni.

“Poetici Orditi”, mostra di Fiber Art a cura di Marisa Cortese – Fabbrica della Ruota a Pray, 2020

Restano aperti ad accogliere nuovi nomi anche il 44° “AmaTI – AmaLO” a cura di Cristina Robbiani e Maria Cristina Tebaldi tra Ticino (CH) e Lombardia; il 42° “GUARDANDO QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO” a cura di Irene Biassoni a Milano; il 29° “Madri*Comadri*Sorelle” a cura di Margherita Arkaura; il 26° “TUTTO PASSA”a cura di Annamaria Festa a Casseggio e il 10° “ama Lui ama lei” a cura dell’Osservatorio Figurale di Milano.

Sta inoltre per essere ultimato il 100° Lenzuolo “Chiamami amore” a cura di Ornella Cucci, che ha voluto ricamare da sola la parola AMORE in 100 differenti idiomi, come messaggio ben augurante a tutti noi insieme nel mondo.

A breve inizierò il 101° ricamando i Titoli dei primi 100 LenzuoliSOSpesi, che andranno a comporre il Racconto. 

Mostra “Soul Our Sails”, in occasione di “Habitat – abitazioni d’artista – 1a Biennale OFF” a Milano, maggio 2019

Io: Quale futuro per questo progetto?

SC: Sinceramente non lo so e questo mi piace, molto! Mi piace l’idea di lasciarmi sorprendere da quello che verrà! Come ogni volta che qualcuno propone un nuovo lenzuolo ed è per me una sorpresa vedere le fotografie, gli scritti e i video. Potrebbe diventare un libro cartaceo con le storie dei primi 100 lenzuoli; potrebbe diventare una raccolta di brevi racconti del 79° Lenzuolo “Buon Riposo”…potrebbe…

Solitamente i desideri non si dicono, ma oggi, mentre scrivo è una giornata speciale: la Dea Lakshmi fa visita alle case per potare abbondanza e realizzare i sogni e dunque se dovessi pensare ad un futuro per questo progetto, vorrei che nel mondo tantissime persone si riunissero per ricamare i Lenzuoli, così da poter sentire la gioia che questo porta; mi piacerebbe che i Lenzuoli venissero esposti ovunque, così che chi potrà avere la fortuna di passargli accanto, possa sentire l’abbraccio d’amore con cui sono tessuti.

Vorrei che diventassero il corredo del mondo.

71º “IN TUO ONORE” – Centro Antiviolenza Angelita di Rieti

Contatti


E-mail: silviacapiluppi@ymail.com

Facebook: https://www.facebook.com/Pacifier-Pratiche-di-Evasione-di-Massa-179760286085299/

Website: http://www.lenzuolisospesi.com

37º “GENERAZIONI: IL FILO ROSSO CHE UNISCE” – Le DONNE del CENTRO DIURNO ARCOLBALENO Auster Insieme Pianego

Pietrina Atzori

Un’intervista ricca di molti contenuti quella con Pietrina Atzori che partendo dal suo lavoro di artista tessile, mi ha accompagnato in un lungo excursus attraverso tecniche, materiali, territorio, comunità. Con i piedi ben piantati nella sua terra sarda ma lo sguardo che vede lontano. Un’artista che sa raccogliere dal passato e operare per il futuro.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: Sei sarda e per di più del borgo di San Sperate, paese-museo da più di mezzo secolo. Quanto ha influito sulle tue scelte artistiche?

PA: Nascere e vivere a San Sperate ha influito tantissimo. Quando sono nata in questo paese era in atto un fermento culturale e artistico, iniziato appunto negli anni sessanta, ad opera di un importante e straordinario scultore, oggi non più tra noi, Pinuccio Sciola.

Sardo di nascita e di San Sperate, come me, ha condotto una monumentale ricerca durata tutta la vita che lo ha portato a sovvertire concetti indiscussi sulla pietra scolpendola, manipolandola, forgiandola fino ad approdare alla “pietra sonora”. Tutta la sua vita di artista è stata condizionata dalla sua ricerca. Poiché le sue opere non erano facilmente trasportabili, partecipare alle esposizioni era limitato dallo spostamento tutt’altro che semplice dei suoi monoliti; perciò ha presto trasformato questo limite in una opportunità: “Se io non posso andare dagli altri farò in modo di portare gli altri qui da me”, gli sentii dire in alcune occasioni.

Questa condizione originaria unita ad un grande, immenso bisogno di fare arte ha fatto arrivare in 50 anni a San Sperate numerosissimi artisti da tutto il mondo: oltre a Sciola, molti nomi di chiara fama come Aligi Sassu, Costantino Nivola, Pablo Volta, Elke Reuter, Diego Asproni, Anglo Pilloni, Raffaele Muscas, Rosaria Straffalaci, tanto per citarne alcuni, e altri meno conosciuti ma altrettanto bravi hanno realizzato murales di grandi dimensioni sulle case, installato sculture di pietra, di ferro ed altri materiali (ad oggi si contano 600 murales e centinaia di sculture disseminate in tutto il centro abitato) in un movimento che è ancora vivo e attivo. Tanti sono stati gli artisti di ogni arte – teatro, cinema, musica – che venivano ospiti da Pinuccio, per esprimersi artisticamente, scambiarsi esperienze e lasciare un segno del loro passaggio.

Tutto questo era offerto a tutta la comunità e da essa partecipato: tutta la comunità,infattim si è trovata coinvolta in una delle prime forme di arte ambientale e pubblica in Italia. In questo “ambiente” ogni giorno nel paese succedeva qualcosa, ogni giorno il paese era nuovo e diverso, ogni giorno potevi uscire di casa e fare incontri che ti arricchivano dentro e spingevano il tuo sguardo oltre l’orizzonte.

Io sono cresciuta in questo clima. Da qui parte la mia scintilla.

Non ho condotto studi accademici ma ovviamente ho molto studiato – e studio tuttora – perché ho sempre considerato seriamente il fare arte. Il mio paese natale e tutta la regione sono un continuo rimando all’arte, anche quella antica – basti pensare ai bronzetti nuragici, alle sculture megalitiche come i nuraghi, le tombe dei giganti, i dolmen, menhir ecc. – disseminata in tutta l’isola, tanto che in ogni momento puoi inciampare in una testimonianza del nostro passato. Tutte queste presenze hanno costituito per me la culla e l’energia per la mia pratica d’artista.

Probabilmente all’appartenenza all’isola devo due caratteristiche della mia personalità: la curiosità per ciò che sta oltre il confine e il saper fare delle mani, che in una terra come questa era fondamentale dato che, fino ai primi decenni del ‘900, tutto veniva prodotto in loco.

La mia comunità e il modo di vivere, la mia fervida immaginazione, la ricchezza di espressioni artistiche intorno a me fin da piccolissima mi hanno naturalmente indirizzato alla pratica dell’arte.

Pietrina Atxori § Book Graffito

Io: Radici, territorio, comunità: tre termini che caratterizzano molta della tua ricerca artistica. Che valore e che significato hanno per te?

PA: Per me è vitale sentirmi radicata al terreno, camminare a piedi scalzi, sentire che tutto il mio essere poggia sul suolo. Appartengo ad una comunità contadina. Ogni cosa necessaria diventava disponibile per attingervi: valori, pratiche, attenzioni, conoscenze, riti e rituali imprescindibili per la vita. Sono anche una donna contemporanea che ha vissuto, come tanti di noi, grandi cambiamenti e quello che maggiormente mi inquieta oggi è la mancanza di identità verso cui ci stiamo muovendo. I legami con la tradizione e la natura sono recisi. Qualunque “valore” duraturo è negato. Nella più ampia cultura occidentale, di cui siamo parte, è esaltata la provvisorietà, la precarietà, l’effimero in tutti gli aspetti dell’esistenza: il che è davvero un controsenso.

Nel mio lavoro d’artista le radici sono riconoscibili nei materiali naturali che utilizzo: lana, cotone, lino, seta, canapa. Non mi limito ad utilizzarli, spesso li produco; ciò vale specialmente per il filo di lana. I colori li ottengo a partire dalle piante del territorio in cui vivo. Radici sono anche le numerose tecniche, in particolare quelle tessili, che ho imparato a praticare molto bene per poi, solo dopo, “decostruirle” in modo espressivo, spesso in modo non convenzionale ma più divertente e funzionale alle mie esigenze comunicative. Infatti solo dopo aver studiato, appreso e praticato i fondamenti ho potuto costruire un mio codice espressivo attraverso i materiali tessili. Nel mio lavoro quindi materiali e tecniche rappresentano le radici che manipolo, trasformo e impiego per costruire una riflessione ed una narrazione intorno ad alcuni temi della nostra contemporaneità.

La comunità è il luogo in cui mi identifico; la storia del mio paese e della mia regione incidono e influenzano il mio sguardo. La comunità è un po’ come la mamma: è il luogo in cui trovo protezione, accoglienza. Talvolta può anche risultami stretta ma è sempre lì a ricordarmi chi sono e da dove vengo. Dipende sempre da come guardi le cose.

Nel tempo ho allargato il mio orizzonte andando a scoprire altri spazi, altri luoghi per conoscere – e riconoscere – pratiche che erano anche le mie ma in nuove modalità di organizzarsi, di esprimersi e di codificare il proprio gruppo. Ciò che più mi incuriosisce è vedere come ogni comunità si rapporta con la sua identità: è lì che trovo sovente ispirazione per il mio lavoro.

Spesso essa si caratterizza in funzione delle risorse del territorio e il territorio condiziona la vita delle persone. Molte tracce del passato sono ancora rintracciabili nel presente, ma di altre si è persa la memoria; un vero peccato perché con essa si perde anche l’identità.

Non penso al passato come valore nostalgico ma conoscerlo per fruirne nel presente proiettandolo nel futuro credo sia importante. Mi spiego con un esempio: se in passato una comunità fondava la sua sussistenza sull’allevamento delle pecore e da essa traeva tutti i benefici possibili, oggi la stessa comunità se punta tutto solo sul latte o sulla carne abbandonando, ad esempio, la lana perde non solo questa produzione ma tutto un sapere che ha conseguenze non solo sulla perdita di quella risorsa ma anche sulla cultura di quella stessa comunità.

È importante sapere, poi, che l’attività pastorale è fondamentale per la cura e conservazione di un territorio: la sua perdita determinerebbe un progressivo e inesorabile abbandono delle campagne con conseguenti e irreparabili risvolti sull’habitat naturale e sull’uomo.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: Tra le prime installazioni ci sono i giardini “pensili”. Ci racconti cosa sono e quali messaggi veicolano?

PA: La lana è sempre al centro della mia ricerca. Nel 2010 le mie competenze nel campo delle fibre naturali erano già conosciute e già mi ero affacciata nel panorama dell’arte isolana con opere di “filo”. Così un giorno ho ricevuto l’incarico della direzione artistica per la realizzazione di una installazione diffusa nel quartiere antico di San Sperate. La missione era quella di portare il verde nelle vie storiche del paese utilizzando materiali naturali. Ho accettato con entusiasmo e ho realizzato dei contenitori di lana sarda capaci di accogliere piante e fiori per portare colore e natura nel grigiore urbano. Il materiale non mancava e l’opportunità era ghiotta per proporne un nuovo utilizzo. In questo modo avrei avuto l’opportunità di sollevare il problema del destino inaccettabile di questa risorsa naturale e rinnovabile che è tuttora classificata come rifiuto speciale. Nel giro di pochi giorni ho contattato gli abitanti del quartiere e insieme abbiamo realizzato un lavoro fantastico, specialmente con le donne. Partendo da prototipi di vasi di lana infeltrita ne abbiamo riprodotti un centinaio di diverse dimensioni per installarli nelle pareti delle case adiacenti alla strada, sui cancelli, sui balconi. Successivamente vi abbiamo messo a dimora fiori colorati ed essenze profumate. Tempo un mese, tutto il quartiere era abitato dal verde delle piante. Questa è stata la prima volta in cui ho impiegato la lana sarda in una installazione. Altri giardini verticali sono stati installati successivamente in altre città, tra cui Cagliari.

Da allora attraverso i giardini verticali con i contenitori di lana contribuisco al dibattito sempre più attento su questa risorsa e sui possibili impieghi alternativi all’ambito tessile. Valorizzare la lana avvantaggia l’allevatore che vi trova una fonte di reddito supplementare invece che un costo per lo smaltimento e conseguentemente può arginare l’abbandono del presidio del territorio. In modo più sintetico direi che attraverso i contenitori di lana si potrebbe usare meno plastica per esempio. Sono appunto un simbolo, una visione a mio avviso virtuosa per un futuro più sostenibile.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: La lana è, dunque, il materiale che prediligi tanto da saperla lavorare dal fiocco al tessuto. Come hai acquisito questo patrimonio di “saperi”. Oltre che di competenze tecniche?

PA: Fin da piccola ho fatto esperienza manipolativa e trasformativa del filo con l’uncinetto, la maglia, il ricamo, le stoffe, ecc. fino a diventare molto brava ma sempre meno divertita e appagata, tanto da abbandonare tutto per alcuni anni. Finché un giorno, incontrando alcuni cataloghi delle opere di Maria Lai, ho trovato la spinta che mi ha portato e mi porta tuttora a fare arte con questo medium. La Lai e i suoi telai hanno fatto riemergere il mio sogno nel cassetto di imparare ad usare il telaio. Guardavo al telaio come mezzo per produrre non tappeti e arazzi convenzionali bensì lo immaginavo come possibilità di realizzare tele in cui portare il mio immaginario, quindi applicato all’arte contemporanea. Alla prima occasione ne ho acquistato uno, l’ho ristrutturato da sola e, prese alcune lezioni di tessitura base da Adele Vigo – una bravissima artigiana piemontese – ho cominciato a muovere i miei primi passi. Ben presto si è presentato il problema dell’approvvigionamento del materiale da tessere, disponibile ma costoso. Così ho cominciato a pormi l’obiettivo dell’autoproduzione. La tradizione tessile sarda, non casuale visto la sovrabbondanza della materia prima proveniente dalla più diffusa attività pastorale d’Italia, mi era abbastanza famigliare e, pensavo, facilmente avvicinabile. Così non è proprio stato e per imparare a produrre fili di lana da tessere e tingere ho dovuto andare fuori dall’isola.

Ho conosciuto e contattato Eva Basile a capo del Coordinamento tessitori e ideatrice della manifestazione internazionale Feltrosa che ho frequentato per diversi anni. Lì ho imparato le basi della lavorazione della lana in particolare la lana cardata e la lavorazione del feltro. Sempre in quegli anni, tra il 2000 e il 2011 ho frequentato diversi insegnanti internazionali della fibra e del colore naturale applicato alle fibre come Vilte Kazlauskaite, fashion designer lituana, specializzata in infeltrimenti innovativi e moderni realizzati attraverso un’ampia varietà di materiali naturali; Leena Sipila, finlandese, docente di arti tessili e Membro del Arts Council of Central Finland; Irit Dulman israeliana ricercatrice e insegnante di stampa botanica; Jane Callender, inglese, nata e cresciuta in Malesia, ricercatrice, studiosa e insegnante della tecnica tradizionale dello shibori, delle tecniche ad ago e nell’uso dell’indaco naturale e ancora Sheila Rocchegiani e Ilaria Margutti, entrambe artiste italiane con il quale condivido il fare arte con sensibilità, competenza e passione per l’arte contemporanea. La mia formazione mi permette di tenere corsi per insegnare la lavorazione della lana dal fiocco, appunto, al filo. Ho avuto anche l’opportunità di insegnare feltro allo IED di Cagliari e di essere invitata a importanti convegni tematici.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: Negli ultimi lavori, quelli dedicati alle “connessioni territoriali” utilizzi – tra l’altro – la lana della pecora nera di Arbus di cui ti sei occupata in più di un intervento. La scelta dei materiali ha anche un valore simbolico oltre alla funzione tecnica?

PA: Da dieci anni ho eletto la lana della Pecora Nera di Arbus come materiale prediletto. Questa lana ha la particolarità di essere di un nero straordinario. Altro elemento caratterizzante è che questa pecora è una biodiversità di cui si contano appena 4.000 esemplari in tutto il mondo e di queste 2.000 si trovano proprio ad Arbus, paese sardo del sud-Sardegna. Questo paese e il suo territorio hanno una storia importante. Fino agli anni ’60 la sua economia si divideva tra la pastorizia e l’attività mineraria. Le miniere della vicina Bugerru furono il teatro del primo sciopero operaio in Italia e molti dei paesi della regione del Sulcis ebbero un forte impulso dall’attività estrattiva che determinò anche una significativa crescita demografica ed economica. Cessata l’estrazione, però, molte persone, specialmente giovani, emigrarono; così che la pastorizia divenne pressoché l’unica attività da cui le famiglie potevano trarre sostentamento unitamente a una nuova presenza, quella turistica, in un territorio incontaminato ma anche carente di servizi.

Inizialmente andavo ad Arbus principalmente per reperirvi la lana.

Il territorio è un susseguirsi di montagne, colline, piccole piane, mare, paesaggi minerari e, diversamente dal resto della regione, quando vedi animali al pascolo questi possono essere pecore ma anche molte capre. I pastori locali spesso le allevano entrambe e le loro greggi non sono mai solo bianche, anzi spesso sono bianche e nere, oppure solo nere.

Credevo che la Pecora Nera di Arbus, meno performativa della razza bianca, si fosse conservata in questo territorio per affetto e tradizione. Ma la vera ragione risiede nella relazione che si instaura tra le caratteristiche della pecora nera e il suo territorio. Queste conoscenze acquisite negli anni di frequentazione mi hanno indirizzato naturalmente verso una modalità operativa incentrata sulla relazione tra arte, territorio, società in un flusso che riconduce ai cardini dell’arte relazionale.

In questo habitat sono nati almeno due miei grandi progetti: “Il viaggio di un filo di lana” realizzato nel 2019 e “Connessioni territoriali” tuttora in divenire.

Il primo è un progetto immateriale nel quale il filo di lana non diventa opera ma è piuttosto concetto, pensiero, azione dove lo spettatore, se vuole, può prendervi parte. Nel secondo progetto la fibra o, meglio, le fibre sono diventate quattro opere tessili di grandi dimensioni.

Con l’operazione “Il viaggio di un filo di lana” ho realizzato un ordito simbolico su tutto il territorio italiano piegato a diventare, per l’occasione, il mio telaio. In scooter, per 17 giorni ho inviato ai Sindaci delle città che ho visitato qualche metro di filo di lana di pecora nera di Arbus. Attraverso questa operazione tutta l’Italia è stata unita da un filo di lana, che per quanto fragile preso da solo, può creare legami umani e territoriali forti e duraturi. Questo progetto è stato seguito via Facebook da un vasto pubblico che lo ha sostenuto e alimentato in vario modo. Volevo dimostrare che attraverso l’arte si possono generare nuovi punti di vista, nuove prospettive, risposte, connessioni territoriali e umane. Ma è stato evidenziato anche un aspetto sociale legato alle minoranze.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

“Connessioni territoriali” invece è un lavoro che si sviluppa su tavole di legno in cui ho composto successioni orizzontali o circolari di lana di Pecora Nera di Arbus, bianca di Mamoiada e di Nurri. Ho posto in relazione fibre di animali di territori diversi. Ho creato una relazione con un’altra fibra animale prodotta ad Orgosolo, la seta, lavorata finemente all’uncinetto a racchiudere il bozzolo da cui prende origine; con la lana rossa, tinta con tecniche naturali, lavorata all’uncinetto e ricamata, associo alluminio, a formare terre e isole, meteore e costellazioni, universi dove la materia esercita attrazione e repulsione. Poi arriva l’accostamento del ferro, in tessere squadrate, ossidate dall’umidità della notte, dalla pioggia, dal vento che leviga, e infine quello della lenza, un tempo filo resistente ricavato da fibre vegetali o animali e oggi di nylon, in un confronto tra materie compatibili e incompatibili, in un sistema ecosostenibile.

Pietrina Atzori § BoroBoro

Io: Oltre alla lana, impieghi molti filati, fibre e tessuti – nonché materiali – di scarto oppure diventati inutili o superflui. È una scelta etica, filosofica, concettuale o cos’altro?

PA: Nella scelta dei materiali privilegio quelli che hanno un rapporto con la natura, sia animali che vegetali, e quelli disponibili nel quotidiano o non più usati del passato, possibilmente non acquistati, a meno di particolari esigenze. Altra caratteristica, devono avere un’anima.

Studi tessili delle culture di popoli nel mondo mi hanno permesso di conoscere i Boro giapponesi. Si tratta di capi di abbigliamento e per la casa – kimono, pantaloni, coperte, borse – che i pescatori del nord del Giappone confezionavano con frammenti piccolissimi di cotone che cucivano con piccoli punti sashiko.

I Boro racchiudono i “principi estetici ed etici della cultura giapponese, come la sobrietà e la modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (mottainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano”. Da questo incontro la scelta dei materiali è diventata per me una scelta etica e filosofica irrinunciabile che estendo anche alla loro provenienza.

Dalla conoscenza della tradizione dei Boro è nato il “Kimono Boroboro”.

Ho sentito la necessità di immedesimarmi nella vita di un pescatore giapponese che ha bsogno di cucire un abito per coprirsi e a questo scopo utilizza tutto, ogni singolo pezzetto di stoffa. Volevo conoscere ed entrare nel presente di una storia, sentire il sapore e il dolore del passato in contrasto con la condizione di abbondanza, di superfluo del consumismo, che caratterizza la nostra epoca. Per questa operazione/opera ho chiamato a raccolta “i mercanti di stracci” contemporanei, cioè tutte quelle persone che avrebbero potuto contribuire a realizzare il mio progetto. Ho lanciato un appello sul mio profilo FB affinchè chi voleva poteva farmi avere dei pezzi di cotone blu e gugliate di filo dismesse. Per tre mesi ho cucito punto dopo punto minuscoli ritagli di stoffa con gugliate a volte lunghe appena 20 cm, materiali arrivati da tutta Italia. Ho lavorato fino a perdere la sensibilità dei polpastrelli, ma volevo vivere sulla mia pelle questa  esperienza, vedere cosa ne avrei tratto. Ho compreso che anche un pezzo di tessuto può avere una sua sacralità. Dipende da come lo usi, dal valore che dai al tuo gesto.

Da BoroBoro in poi ho molti “fornitori” di stracci, fili e materiali. Tra i tanti, un’amica volontaria in un’associazione che si occupa di rifugiati. Tra le attività dell’associazione c’è lo svuotamento di appartamenti che cambiano proprietà. Con il recupero dei mobili, elettrodomestici e altre suppellettili si arredano gli alloggi dei rifugiati, specialmente donne. Spesso in queste abitazioni da liberare si ritrovano i cestini del cucito, del ricamo o dei lavori a maglia, anche tagli e ritagli di qualche donna che probabilmente praticava la sartoria. Da alcuni anni questi materiali raggiungono il mio studio. Fin dalle prime volte, aprire e frugare nei pacchi che arrivavano è stato estremamente emozionante. Ricordo la volta in cui mi portarono una trentina di mutande appartenute al corredo di suore di clausura dei primi del novecento. Fu una folgorazione! Da quelle mutande, nel 2016, nacque l’installazione “Anche il clero porta le mutande” che ho esposto per la prima volta al Paulo Setubal Museum di Tatuì nello Stato di San Paolo e successivamente, con il titolo “Linfe”, nelle Marche e poi a Cagliari. Sedici mutande che ho tinto con le radici di robbia ad evocare il sangue mestruale e “indossate” su supporti sintetizzanti la figura umana, realizzati con rami d’albero, in parte scortecciati con tagli secchi e imprecisi indicanti lo slancio trascendentale che anima i corpi. A terra la parte grossa delle gambe, impiantate nell’argilla, descriveva la dimensione esistenziale di matrice terrestre, ben radicata al suolo, che tenta di elevarsi, farsi essenza, non arrivando mai davvero a trasfigurarsi.

Pietrina Atzori § Linfe

Un altro lavoro nato da ritagli di tessuto e grovigli di fili di ricamo sono “I pezzinni” piccole opere in cui ogni frammento diventa memoria e si eleva a oggetto prezioso. Scarti scampati al macero, all’oblio; recuperati, riuniti, assemblati, cuciti, ricamati in piccole forme diventano sculture dell’anima. Sempre con scarti tessili ho realizzato numerosi libri d’artista. “Graffito” e “Botanical explorations” sono due opere la cui forma e dimensione delle pagine si ispirano alle Lung-Ta, le bandierine di preghiera tibetane. In entrambi i libri, le pagine recano il messaggio di tutti coloro che esplorano la natura, la onorano e la rispettano.

Pietrina Atzori § Pezzinni

“Tensioni precarie in equilibri precari” invece sono sculture ricavate da parti metalliche probabilmente appartenute a legni naufragati che la forza del mare ha ridotto a frammenti. Le correnti galvaniche hanno procurato piccole fessure in cui affacciarsi per immaginari da ricamare; concrezioni marine formatesi durante la vita nel fondale diventano musa ispiratrice. Li avvolgo con fili di vari spessori, in una tensione ricercata nell’incerto equilibrio dei metalli, metafora evidente della precarietà dell’esistenza.

Pietrina Atzori § Tensioni precarie in equilibri precari

Io: Quali sono le tecniche che utilizzi per le tue opere? E cos’è il tuo “ricamo contemporaneo”?

PA: Nelle mie opere utilizzo tutte le tecniche che conosco. Le piego alle mie esigenze e spesso tendo a scompigliare le regole della tecnica. Talvolta cerco di operare come non se impiegassi quella tecnica per la prima volta, ad esempio utilizzando gli attrezzi con la mano destra invece che con la sinistra (io sono mancina). In questo modo ottengo dei lavori che sembrano realizzati da chi non conosce la tecnica o da chi ancora la maneggia da principiante. Mi piace molto provare a decostruire il mio saper fare: mi permette di esplorare nuove soluzioni. Capitolo a parte è il ricamo. Mentre con le altre tecniche ho un rapporto di vecchia data, con il ricamo ho sempre avuto un rapporto conflittuale. Più di altre tecniche, infatti, il ricamo tradizionale è estremamente lento e costrittivo per il mio bisogno di spazio; così ho trovato un mio personale modo di praticarlo.

Il mio ricamo contemporaneo è un ricamo spesso di grandi dimensioni e realizzato su superfici inedite come lo skai (o finta pelle) oppure la rete metallica – quella a quadretti di un centimetro per lato – ed anche sulla carta. La carta è la base su cui realizzo molti prototipi di grandi installazioni. Per i fili spesso attingo ai materiali usati dai pescatori reti e sagole poiché questi materiali sono particolarmente resistenti e duraturi. Nel mio ricamo contemporaneo mi capita di includere anche altri materiali che assemblo sulla superficie, in una composizione che può essere un po’ patchwork, intreccio, ricamo e cucito a macchina. Con questa tecnica utilizzo materiali contemporanei per realizzare opere che trattano i temi della contemporaneità, prevalentemente grandi installazioni pubbliche come “Intragnas” e “MigrAZIONI”.

Pietrina Atzori § Intragnas

Io: Lavori che affrontano i temi dell’attualità – come appunto l’opera permanente MigrAZIONI. Quali altre sono le tue fonti di ispirazione e come nascono le tue opere?

PA: Spesso i temi attuali sono fonte di ispirazione che si traducono in opere – necessità ma anche contributo, il mio personale, per dire che attraverso l’arte possiamo impegnarci, partecipare, denunciare, proporre punti di vista che vanno oltre il presente.

In quest’ottica nasce l’installazione “MigrAzioni”, un lavoro in cui interpreto gli ostacoli del viaggio verso la libertà, percorso intralciato da barriere personali e sociali. Qui ho utilizzato la tecnica del ricamo contemporaneo per intrecciare significati e significanti. Su una sottile ma robusta rete metallica sono drappeggiati fiori di plastica stilizzati, assemblati e cuciti con la macchina da cucire e a mano. Questa vela non potrà mai trattenere il vento, trasformandosi così nell’immagine di un’assoluta immobilità. Attualmente la vela è installata in una piazza pubblica su un legno che circa 20 anni fa ha traghettato nell’isola i primi profughi provenienti dal nord Africa. 

Su vibrazioni emotive universali nasce invece “Intragnas”, opera di arte pubblica commissionata da un Comune isolano per installarla sul muro all’ingresso di una scuola. “Intragnas” parla di emozioni e sentimenti. Un grande ricamo a campiture ampie realizzato su skai con grosse lenze nere e rosse. Al centro è il senso di precarietà in cui l’umanità si sta impantanando. Il contemporaneo fenomeno migratorio se osservato oltre ogni partitismo, nazionalismo, razzismo, fedi religiose opposte, guardato con empatia e rispetto non è altro che il teatro delle emozioni, delle paure, delle, speranze, dei sogni, degli odi, degli amori, delle aspettative tradite e di quelle soddisfatte, dei privilegi, della rabbia, della frustrazione. In questo teatro, se venisse spenta la luce non ci sarebbero bianchi e neri, musulmani e cristiani, migranti ed esuli, ricchi o poveri, belli o brutti, ma solo dei fili luminosi la cui luce si manifesta in tonalità che si riconducono ai sentimenti che provano. E sapete quale è la scena che si presenterebbe ai nostri occhi? Scopriremmo di essere un unico popolo.

Altre volte invece ho un approccio istintuale. Curiosità, emozioni, sensazioni, ricordi sono ciò che fa nascere in me il bisogno di raccontare delle storie. Quando questi stati si incontrano con la materia, l’intangibile diventa tangibile, l’idea diventa forma/oggetto. L’opera che ne scaturisce diventa il mio racconto, a volte anche quello che non sapevo di voler raccontare.

Pietrina Atzori § Migrazioni

Chi è Pietrina Atzori

Non c’è molto da aggiungere per delineare la personalità ed il lavoro di Pietrina Atzori oltre al ritratto esaustivo che esce da questa lunga intervista. Non mi rimane che segnalare le sue mostre ed i suoi interventi negli ultimi anni:

(2012) “Il Feltro dello Sciamano – sulle orme di Joseph Beuys” – Biella; “OPERE TESSILI DA INDOSSARE” Abilmente – VICENZA. (2013) “INTERSEZIONI” Museo Florestal O.Vecchi – S.Paulo – BRASILE; “Artistic and Altered Books” G.I.L.D.A. Concorso Internazionale – PARMA. (2014) “BORO-BORO” Mostra abiti realizzati con materiali di riciclo – CAGLIARI; “Artistic and Altered Books” G.I.L.D.A. Concorso Internazionale – PARMA. (2015) “BOOK SEEDS” – VIII Festival del libro d’artista –BARCELLONA; “Strati- LAYERS” con Sheila Rocchegiani – VERONA TESSILE – VERONA. (2016) “Reflexões” – Mostra Personale – Sao Luis do Maranhao – BRASILE; “Anche il Clero porta le mutande” mostra personale Museo Historico P.Setubal – Tatuì – BRASILE; “Linfe” installazione Festival Arte Contemporanea NOTTE NERA – SERRA DE CONTI; “Linfe” installazione Alig’Art – EXPO Centro Culturale LAZZARETTO – CAGLIARI. (2017) “Io sono – Arte” – Mostra collettiva Galleria BERGA – VICENZA; “Pensieri duraturi – un punto per volta” – Mostra Personale – ASSEMINI. (2018) HOPING Percorsi visivi sulle migrazioni – Mostra collettiva– CAGLIARI. (2019) VERSO ORIENTE – Mostra collettiva – Centro Giovanni Lilliu – BARUMINI; BIXINAU – Residenza e Mostra arte contemporanea Convento Santa Rosa – NURRI; 20X20 SEGNI – Mostra collettiva – ORISTANO; CONNECTING PEOPLE – Mostra arte contemporanea – MAMOIADA; INVENTARIO 20 – Biennale FiberArt – Museo MURATS – SAMUGHEO.

INSTALLAZIONI ED ALTRI PROGETTI: (2010) “Cuncambias Festival”, Direzione Artistica – Creazione e installazione Vertical Garden – SAN SPERATE (CA); “Festival Marina Cafè Noir”, INSTALLAZIONE PERMANENTE GIARDINO VERTICALE contenitori in feltro di lana sarda – CAGLIARI. (2011) “Festival Posidonia”, INSTALLAZIONE PERMANENTE GIARDINO VERTICALE contenitori in feltro di lana sarda – CARLOFORTE; “Felt United” Parco delle pietre sonore – Pinuccio Sciola a San Sperate. (2012) “Festival do Castanho – Montalegre PORTOGALLO. (2017) “INTRAGNAS” trittico 3,2×1,90 Via Portotorres – ASSEMINI. (2018) “SUL FILO DEL TEMPO” Installazione 50’ anni Muralismo – SAN SPERATE; “MigrAzioni” Installazione ricamo contemporaneo – SAN SPERATE.

PARTECIPAZIONI E COLLABORAZIONI: (2017) Murales “FABULA” di Rosaria Straffalaci – ASSEMINI; “Andando via” omaggio a Grazia Deledda – Partecipazione all’Asta di opere d’arte organiz. Archivio Maria LAI e Galleria Macca di CAGLIARI; “PARTITURA PER AGO E FILO” Pietrina Atzori e Gianluca Verlingieri – CUNEO. (2018) Murales “PUNTO GAMMA” di Rosaria Straffalaci – VILLA SAN GIOVANNI – RC. (2019) BIXINAU Residenza internazionale arte contemporanea- a cura di IVYNode – NURRI. (2010-11-14) Expo “Filo, lungo filo un nodo si farà” ed. 2010, Villaggio Leumann – TORINO; (2011) CONCORSO: “PURA LANA SARDA” – Concorso di idee per la realizzazione di prototipi in Lana di Pecora Sarda (8° clas.) promosso da Provincia di Sassari – CNR Ibimet Sassari e CCIAA Sassari – SASSARI. (2012) “Geo&Geo” su RAI 3 RADIO TELEVISIONE ITALIANA. (2019) Collaborazione alla stesura del disciplinare sulla lana per MARCHIO PECORA NERA DI ARBUS.

PERFORMANCE E VIDEOARTE: (2016) “POSEIDONIA” performance di e con Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci – porticciolo San’Elia – CAGLIARI. (2017) “SINTESI” performance di e con Pietrina Atzori, Rosaria Straffalaci, Mixa Fortuna e Mario Massa – Festival Sant’Arte I°ed. – Fondazione Sciola – SAN SPERATE. (2018) “AEQUA NOX” performance di e con Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci – Filanda Cogliandro a VILLA SAN GIOVANNI – RC; “HUMAN SIZED BOUQUET” performance di e con Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci – Festival Sant’Arte II°ed.– Fondazione Sciola – SAN SPERATE

PREMI: (2010) “Filo, lungo filo un nodo si farà”, Villaggio Leumann – TORINO; (2013) 1° premio “G.I.L.D.A. Concorso Internaz. Artistic and Altered Books” – PARMA. (2019) Premio Biodiversità “Concorso Internaz. “Trame a Corte – Cosa mi metto in testa” – PARMA.

Pietrina Atzori § Migrazioni

Contatti

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Angela Di Blasi

Angela Di Blasi è un’illustratrice che attraverso ago e filo veicola favole, messaggi, sogni, valori e un immenso amore per la sua terra e le sue tradizioni. Abbiamo chiacchierato un po’ e mi sono fatta raccontare quanto è difficile – ma anche bellissimo – vivere del proprio talento e della propria creatività.

Cucilibro | Chichibio e la gru

Io: Ti definisci illustratrice di fiabe di stoffa. Mi racconti come sei diventata l’una e l’altra?

ADB: L’illustrazione è sempre stata una mia passione, il disegno, i colori. Quando mi sono iscritta in Accademia e ho cominciato a fare proprio quello, ho pensato che matita e colori non bastavano, avevo bisogno di qualcosa che si potesse toccare, ho pensato ai bambini e a me da piccola, ma anche da adulta, mi piaceva e mi piace toccare le cose per capire come sono fatte. E’ già un primo passo – pensai – che materiale posso usare per realizzare un libro bello da vedere e bello da toccare? E dopo tanti tentativi sono arrivata alla conclusione che la stoffa poteva essere il materiale migliore per esprimere questo. Così cominciai a cercare a casa delle stoffe e indumenti dismessi. Secondo passo, dovevo capire come rendere unico il lavoro non utilizzando la colla…ago e filo? Ma io non so cucire… e invece no, inventai un modo di cucire, creativo, non perfetto, che non segue schemi, proprio come sono io. Terzo passo, dare un nome originale, visto che realizzavo per la maggior parte fiabe con la stoffa ho deciso di chiamarle “Fiabe di stoffa”. “Fiabe di stoffa” oggi è diventato il mio laboratorio. Ad oggi, inoltre, posso dire di avere fatto la scelta giusta perchè adesso il cucito e le fiabe sono la mia vita, il mio lavoro.

Cucilbro | La Sirena di Palermo

Io: Qual è il tuo rapporto con fili e fibre? Che cosa rappresentano per te?

ADB: Amore puro, posso considerarlo così, materie prime dalle quali parte un’idea che le trasforma.  Sono il mezzo che mi permette di realizzare le mie opere e le mie fiabe di stoffa. Sono la base di un processo artistico e intellettuale, dove quello che penso e quello che realizzo si incontrano. Rappresentano le radici, i legami che si creano. Quando crei un’opera stai dando vita al tuo pensiero che si materializza.

Il mio gatto viola

Io: Hai scelto la professione artistica. Quali difficoltà e quali soddisfazioni finora?

ADB: Ho scelto la carriera artistica perchè nella vita ho deciso di fare quello per cui ho studiato e soprattutto nella mia terra, terra ricca di contraddizioni ma anche di bellezza, alla quale sono fortemente radicata e ancorata. Non è stato e non è facile anche adesso, ma posso dire che rifarei questa scelta un’altra volta e un’altra volta ancora. Le difficoltà ci sono state, non è facile lavorare ed essere artista in una Sicilia come questa, dove non esiste la meritocrazia. Troppi artisti, molti nipoti e parenti di… e quindi devi sgomitare tanto prima di emergere dalle acque più profonde. Oggi posso dire che sono felice del mio lavoro e della mia carriera artistica, ringrazio chi ogni giorno mi sostiene e ha fatto diventare i miei sogni realtà, ringrazio me stessa per metterci tutto l’amore, la passione, la fede e per credere sempre in quello che faccio, forse è questa la carta vincente per arrivare al cuore delle persone.

Madama Butterfly

Io: E il teatro. Qual è la differenza fra le tue grandi scenografie in stoffa e, ad esempio, i grandi arazzi?

ADB: Il teatro, altra grande mia passione. I costumi, le scene. Dopo un corso, presso la Sartoria Pipi di Palermo, dove sono stati realizzati costumi per le opere del Teatro Massimo, toccare con mano quegli abiti, dopo avere sostenuto esami di costume in Accademia e dopo un corso per costumista e scenografa per il teatro, dove per l’esame ho realizzato una scenografia di stoffa, avevo pensato di continuare. Avevo voglia di realizzare delle grandi scenografie per il teatro ma in verità non mi sono mai proposta. Un giorno una scuola contatta me e mio marito, lo scultore Alberto Criscione, il sostenitore dei miei sogni,  per far realizzare una scenografia di Natale, potevo realizzare il mio sogno. Così insieme ad Alberto abbiamo realizzato quella e, negli anni, tante altre, per scuole ma anche per eventi artistici alla Rinascente di Palermo. In seguito l’ho riproposta come attività progettuale nelle scuole facendola realizzare ai bambini. La cosa bella è quella di insegnare ai bambini a sognare in grande e a lavorare in gruppo.

Scenografie di stoffa

Io: Utilizzi spesso materiali di recupero. Perché questa scelta?

ADB: Inizialmente perchè non volevo pesare ulteriormente sui miei genitori, in Accademia ci sono tante spese da affrontare e poi perchè, dopo avere capito che volevo realizzare qualcosa di tattile e qualcosa che al tatto potesse emozionare, mi piaceva l’idea di riutilizzare indumenti e stoffe dismesse, cose che hanno una storia, dei ricordi, come una copertina di lana che era della mia mamma quando era piccola, grazie a quella copertina ho realizzato tante opere. In questo modo le cose rimangono nella nostra memoria anche se vengono trasformate.

Song of the sea #2

Io: Sei anche insegnante. Quanto è importante per te trasmettere le tue conoscenze?

ADB: È importante lasciare un segno, una traccia del nostro lavoro ma, soprattutto, è importante fare capire ai bambini che i sogni si possono realizzare e che dobbiamo credere sempre in quello che facciamo, questa è una premessa che faccio sempre ai bambini che seguo al lavoro ma anche a tutti quelli che seguono laboratori con me. I bambini sono il nostro futuro ed è giusto spiegare loro dei valori e insegnare a rispettare l’ambiente e le nostre tradizioni. Infatti nei miei laboratori i bambini imparano cosa sono le fiabe, le favole; c’è sempre un racconto, una morale dietro; il riciclo creativo, riutilizzare per rispettare e non inquinare l’ambiente; siamo troppo abituati all’usa e getta. Imparano a conoscere la nostra terra e le bellezze che ne fanno parte; imparano i vecchi mestieri, come ad esempio il cucito, ma anche la lavorazione della lana e come tutte queste antiche tradizioni sono importanti nella nostra vita.

Song of the sea | work in progress

Io: Tecniche e materiali: quanto sperimenti per tutte le tue molteplici attività in ambito artistico? Quali sono le tecniche e i materiali che ti sono invece più famigliari, quelli che utilizzi con più frequenza?

ADB: Diciamo che attualmente le sperimentazioni sono sempre legate alle stoffe e tutto ciò che ne fa parte, oggi la mia tecnica si sviluppa attraverso la macchina da cucire, mentre prima solo ago e filo. Ho sperimentato il disegnare con essa e devo ammettere che è difficile ma il risultato mi meraviglia ogni volta di più. Il cucito per me è una forma di meditazione, mi fa entrare in contatto con la parte più profonda di me. Tempo fa ho letto un articolo che parlava del fatto che attraverso le mani veicoliamo le nostre emozioni, riusciamo a guarire il nostro dolore. Le mani sono strumenti divini. Oltre al cucito mi sono appassionata alla lavorazione della lana cardata. Mi piace utilizzare questo materiale per l’effetto che dà lavorandolo con la macchina da cucire. Un’altra tecnica è realizzata con metalli con cui realizzo le mie collane Inturciuniate® di ADB, girocollo realizzato grazie all’aggrovigliamento del filo metallico dove unisco perline, perle ceramiche, oggetti trovati in spiaggia e elementi naturali. Le perle ceramiche nascono da un progetto con mio marito, ma ancora è un work in progress, che al momento non voglio svelare. Tra qualche mese mi cimenterò in un nuovo progetto, la tessitura, seguirò un corso specifico e vediamo cosa nascerà.

Song of the sea #9 | lana cardata

Io: Come nascono i tuoi progetti?

ADB: Nascono dalla voglia di insegnare a saper fare delle cose, a imparare delle tecniche ma a far capire che ognuno di noi può reinventarsi ogni giorno. Ogni giorno possiamo decidere di fare qualcosa di nuovo che migliora la nostra vita. Nascono dalla voglia di lasciare memoria di ciò che è stato fatto, nascono dall’amore di trasmettere tradizioni, nascono dal racconto, e dal rispetto per la nostra terra, infatti sono sempre queste le tematiche che girano attorno ai miei progetti.

Song of the sea #9 | work in progress

Io: A cosa stai lavorando in questo periodo?

ADB: Diciamo che sono una persona che non si risparmia, mi piace fare il mio lavoro per cui cerco sempre nuovi stimoli, nuove idee e nuove collaborazioni. Attualmente, sono un educatore professionale per un’associazione che si occupa delle famiglie del quartiere Zen, facciamo potenziamento didattico, li aiutiamo dove hanno carenze, in più io mi dedico alla parte creativa. Organizzo per loro e per le loro mamme dei laboratori che girano attorno al tema della creatività, manualità e sull’economia circolare. Spiego loro come riutilizzare le cose per non buttarle e come valorizzarle. Sto realizzando nuove opere per la Galleria Centro d’Arte Raffaello con cui collaboro dal 2019. Ho avviato un corso online di CuciArte per tutti i bambini che seguivano i miei laboratori e si sono aggiunte anche persone nuove da Milano. Spero di riprendere i miei progetti nelle scuole e all’Ecomuseo Mare Memoria Viva dove conduco dal 2014 il mio laboratorio Fiabe di Stoffa e all’Agriturismo Bosco Tumminia dove conduco laboratori sulla lana cardata. Tutti luoghi legati alla natura e al mare, fonte per la mia ispirazione. Ho dei progetti artistici insieme a mio marito, Alberto Criscione, legati anche a dei viaggi in merito. E altre collaborazioni in corso con un’amica fotografa e un’amica poetessa, e spero che possa partire il Progetto con l’Associazione Arces, sull’economia circolare, al momento work in progress. Come vedi non mi fermo mai, questo mi rende viva.

Impermanenza

Io: Un sogno nel cassetto?

ADB: Penso che i questi anni ho dato vita ai miei sogni nel cassetto, fissandomi degli obiettivi e perseguendoli con tenacia, passione e non mollando mai la presa. Forse l’unica cosa che vorrei realizzare è che i miei libri, le mie illustrazioni possano prendere il volo.

Omaggio a Klimt | Ph.credit Daniele Fulco

Chi è Angela Di Blasi

Angela Di Blasi, nata il 16 agosto 1979 a Palermo, dove vivo e lavoro. Mi sono laureata nel 2007 presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, indirizzo Decorazione e oggi sono un Educatore professionale, mi occupo di Potenziamento didattico e laboratori creativi e sul riciclo e sull’Economia Circolare,  presso l’Associazione Bayty Baytyk. Dal 2003 mi dedico all’illustrazione di Fiabe e racconti per bambini e adulti, realizzate con materiale da riciclo cuciti a mano e a macchina. La scelta dei materiali da riuso avviene, dopo una lunga e accurata ricerca, per una scelta di realizzare qualcosa di materico, che stimolasse il tatto provocando delle emozioni diverse in ogni individuo. Prima di terminare gli studi, avevo già cominciato a interessarmi ai materiali da riciclo, creando così i primi libri di Fiabe in stoffa, realizzati con ogni materiale buttato via dagli armadi, dai cassetti, da ciò che si considera ormai inutile o inutilizzabile. Sono designer di gioielli e accessori, ho realizzato e registrato un marchio chiamato Inturciuniate di ADB. Ho collaborato con l’Occhio del Riciclone di Roma dove ho esposto e venduto le mie creazioni. Negli anni ho dato vita alla mia CuciArteche comprende CuciLibri, CuciDipinti e le Inturciuniate®. Dal 2003 ad oggi, realizzo i CuciDipinti, quadri realizzati con materiale da riuso cucito a mano e a macchina, impreziositi da passamanerie, cotone, lana, elementi naturali. Fonte d’ispirazione è il mare, le barche, i fari, la natura. Sono esperta di scenografia e costume per lo spettacolo, con stage presso la sartoria Pipi. Ideatrice e creatrice di scenografie realizzate con materiali da riuso per scuole (Istituto Minutoli, Istituto Mattarella) ed eventi artistici culturali (Rinascente) in collaborazione con lo scultore Alberto Criscione. Specializzata in Arte e Immagine,  Disegno e Storia dell’Arte, Discipline Pittoriche. Collaboro con scuole private e scuole pubbliche, associazioni, librerie e musei dove conduco i miei laboratori. Oggi collaboro con l’Associazione Arces Collegio Universitario per il progetto Helios, sull’Economia Circolare e con la Galleria D’Arte Raffaello di Palermo, con L’Ecomuseo Mare Memoria Viva e l’agriturismo Bosco Tumminia.

Song of the sea #8

Contatti

Cell.: 3894395491

Email: adb.79reuse@gmail.com – angeladiblasi35@tyahoo.it

Sito: cuciarte.com

Instagram: cuciarte

FB: La CuciArte di Angela Di Blasi

Youtube: La CuciArte di Angela Di Blasi

Song of the sea #6


Simonetta Battoia

Dai primi damaschi e taffetas, Simonetta Battoia realizza oggi opere tridimensionali sperimentando diversi materiali, tra cui il nylon. Una ricerca che conduce con rigore e leggerezza da molti anni, mietendo successi e riconoscimenti.

Più che un’intervista, la nostra è stata una piacevole chiacchierata tra fili, progetti e ricordi.

Dove vanno i nostri sogni, 2020 – 101×100 cm, nylon trasparente e rosa.

Io: Ad un certo punto, nel 1992, ti sei iscritta ad un coso di tessitura. È stata una decisione improvvisa oppure c’erano già, tra i tuoi interessi e le tue attività, le premesse per approcciare il telaio?

SB: Mi sono sempre occupata di attività manuali: cucito, maglia, uncinetto… perciò quando ho iscritto mia figlia a scuola ho visto il corso libero e mi sono incuriosita; così ho iniziato a conoscere il telaio

Io: Dai primi damaschi alle sculture di fiber art il passaggio è notevole. Quando hai cominciato ad applicare le tecniche tessili per realizzare opere d’arte contemporanea anziché tessuti più tradizionali?

SB: È stato il caso, mentre leggevo una rivista (che sarebbe poi diventata “Tessereamano”) trovai un concorso dal tema “Arditi orditi e tenere trame” subito mi domandai come facesse un ordito ad essere ardito?”. Provai, nacque Ali. Il mio primo lavoro con il quale vinsi il primo premio.

Ali, 1996 – 26×100 cm, fili d’erba, cotone, lana.

Io: Cosa ti ispira per la creazione di un’opera? Come procedi dall’idea alla sua realizzazione?

SB: Non è un procedimento fisso, può essere una forma che mi attira, che osservo, che memorizzo per poi utilizzarla; può essere un tema di qualche competizione che mi dia modo di utilizzare quell’intreccio o quella forma che mi aveva colpito. È il fondere l’idea con ciò che mi piace e che posso modificare strada facendo secondo le esigenze tecniche. Non c’è un progetto vero e proprio con disegno e misure; dall’idea passo alla ricerca del materiale più adatto e alla tecnica più valida per rendere queste caratteristiche. Talvolta sono proprio queste stesse caratteristiche che realizzano l’opera. Non c’è la prevalenza di nessun componente ma un equilibrio tra loro.

Maretta, 2019 – 100x85x75 cm, nylon

Io: Quali sono le tecniche che prediligi?

SB: Mi piace molto la tecnica del telaio a triangolo, che poi ho trasformato in cerchio, perché al termine del lavoro ogni lato è rifinito. L’intreccio che amo è la tela: è semplice, pulita e mette in risalto il materiale.

Anonimo, 2003 – 140×60 cm, lino e seta

Io: Quanto è importante per la tua ricerca artistica la sperimentazione di nuove tecniche e materiali?

SB: È molto importante sperimentare il materiale, abbinarlo a tecniche diverse per comprendere come reagisce alle varie manipolazioni e contemporaneamente trovare la tecnica più adatta per metterlo in evidenza.

Sorella acqua, 2015 – 60×33 cm, nylon, cotone, lurex.

Io: Da qualche tempo utilizzi il nylon con il quale riesci a creare anche strutture complesse. Cosa ti ha portato a scegliere un materiale così difficile da ‘governare’?

SB: Il nylon è trasparente come il vetro, se illuminato sapientemente dà riflessi ed ombre inaspettate e mutevoli, quasi sognanti; contemporaneamente non richiede cure (non è delicato come il vetro) è facilmente trasportabile se si sporca lo si pulisce facilmente. Come dici, non è facile da ‘governare’ ma se lo stai a sentire diventa amico.

Leggerezza, 2018 – 100×170 cm, nylon-seta vegetale-cotone-sintetico

Io: Quale tua opera ritieni ti rappresenti maggiormente e per quale motivo?

SB: L’opera “Io” è la mia impronta digitale, tessuta in seta di tutti i colori. Amo i colori e le loro sfumature; in quest’opera mi sono persa, filo dopo filo, tono dopo tono, in un mare di colori.

Io, 2000 – 85×60 cm, seta.

Io: Come ha influenzato le tue opere il lungo periodo di lockdown?

SB: La chiusura non ha influenzato le mie opere, io sto molto volentieri in casa; mi ha aiutato a terminare l’ultimo lavoro.

Utopia, 2020 – 74×54 cm, nylon-cotone bianco-laminato oro.

Io: A cosa stai lavorando in questo periodo?

SB: Ho terminato da poco l’opera per “Trame a Corte”. Sto progettando un lavoro che avrà come soggetto il cerchio, che abbraccia e accoglie; sto riflettendo sullo spessore del filo di nylon; cercherò, e sarà l’impresa del nylon colorato.

Stella serpentina, 2004 – 52×38 cm, bacchette di vetro-seta.

Io: Un progetto, un’opera, un sogno nel cassetto che vorresti vedere realizzato?

SB: Mi piacerebbe realizzare un lavoro dove la trasparenza del nylon possa essere riempita da una tessitura in fili di seta, sia in trama che in ordito, fino ad oggi non ci sono riuscita nonostante molte prove. Ma sono fiduciosa.

Bellezza deturpata, 2017 – 29x14x10 cm, filo metallico-seta-juta.

Chi è Simonetta Battoia

Simonetta Battoia, genovese, ha imparato a tessere frequentando un corso di tessitura presso la scuola Duchessa di Galliera in Genova (1992 -1995) ed un corso di tessitura serica, velluti, damaschi con stage presso Fondazione Lisio di Firenze e presso la Ditta Brozzetti di Perugia. Nel 1995 contribuisce alla costituzione di “ERGASTERION”, gruppo per la ricerca tessile storico artistica con il quale partecipa alla confezione di taffetas destinato al Museo d’Arte Orientale di Venezia e alla mostra “Tessuto d’arte: il tempo continuato”, organizzata dall’Associazione Arte e Cultura di Celle Ligure (Sv) in collaborazione con Tessitura Gaggioli di Zoagli (Ge) e Fondazione Lisio di Firenze; due anni dopo tesse il taffetas utilizzato per la confezione del nuovo Gonfalone di Genova.

Nel 1996 partecipa al concorso “Arditi orditi e tenere trame” organizzato dal Circolo Artistico Culturale Aquarius91 di Torino, classificandosi al primo posto. Da questo primo successo, inizia una sperimentazione sempre più orientata verso l’utilizzo di fili, tessuti e fibre in ambito artistico partecipando a mostre e contest in ambito nazionale ed internazionale: dalla Biennale d’Arte Tessile “Trame d’autore” della città di Chieri (To) a “Dialogue 98” a Chisinau, in Moldavia, Miniartextil Como, la Biennale del Baltico di Gdynia (Polonia), la Triennale di Bucarest,“Mini Texile Art” di Kerson (Ucraine),  “Scythia 2008” VII International Biennal on Contemporary Texile Art, “Suave” III Biennal Internacional de Accesories Textiles di Madrid, “Trame a Corte” a Parma, “Verona Tessile – la via della seta”, “Vanish –Survive” alla Galleria Arka di Vilnius. Solo per citarne alcuni.

Geometrie, 2001 – 18x10x11 cm, bacchette di vetro-seta.

Vincitrice del concorso per il logo del coordinamento tessitori. “Brava casa” le ha dedicato un articolo, “Scultrice al telaio”, di Gabriella Kuruvilla e fotografie di Rossella Murgia. Le sue opere sono nella collezione permanente della Collezione Civica di Chieri; della Collezione White Frigate “Dar Pomorzia”, Museo galleggiante di Gdynia; dell’Associazione “Arti e Mestieri di Macerata e della collezione dell’Associazione Arcadia.

Contatti

L’artista è presente su facebook ed è contattabile via mail sim.mike@libero.it

Caos&cosm,o 2004 – 12×12 cm, bacchette di vetro-seta-feltro.

Verena Giavelli

Autentica, curiosa e visionaria. E sinceramente innamorata della libertà. Così, dovendo, definirei Verena Giavelli. E così definirei anche il suo lavoro, specchio puntuale dell’artista, un inno alla sperimentazione delle infinite possibilità dell’arte e della vita.

Verena Giavelli | SOLID LOVE

Io: Come sei arrivata a scegliere di esprimerti attraverso fili, fibre e tessuti?

VG: Sono sempre stata attratta da ogni forma artistica e da ogni mezzo espressivo e ho sperimentato vari medium alla ricerca di quello che si adattasse in pieno al mio scopo comunicativo. In questo percorso, l’incontro, che risale a ormai a una ventina di anni fa, con l’arte tessile e la fiber art è stato folgorante. Avevo finalmente trovato come poter esprimermi e lavorare in modo totalmente spontaneo, elaborando e trasformando fibre tessili naturali e sintetiche in opere che esprimevano a pieno il mio sentire. Ciò che mi attrae particolarmente dell’arte tessile è il suo potenziale dimensionale, di movimento e di flessibilità. Ma c’è un altro aspetto che mi ha portato a innamorarmi della fiber art ed è quello del suo forte potenziale comunicativo. E questo per una ragione molto semplice: il tessuto è un materiale consueto per ognuno di noi, col quale ci rapportiamo strettamente tutti i giorni, a prescindere dalla nazionalità, dalla religione, dal sesso o dalla classe sociale. Ho l’impressione che questa familiarità col medium induca l’osservatore di un lavoro di fiber art a entrare in connessione con l’artista e la sua opera in modo più istintivo e diretto.

Verena Giavelli | ARABESQUE

Io: Le tue sono opere imprevedibilmente colorate, difficile delineare una ‘tavolozza’ che ti identifichi. Che rapporto hai con i colori e come li scegli quando approcci un nuovo lavoro?

VG: Hai ragione, non ho una tavolozza di colori che mi identifica e questo perché quando lavoro scelgo i colori in modo totalmente istintivo, spontaneo ed emozionale, cosciente del fatto che attraverso di essi lascio una traccia, una rappresentazione di me in quel momento. In questo senso trovo divertente verificare come le mie palette cromatiche siano variate nei diversi periodi della mia vita, dandomi indicazioni precise su me stessa e in particolare sulle mie emozioni e sentimenti di quel periodo.

I colori che impiego, nelle loro tonalità e sfumature, sono l’espressione delle mie emozioni e credo che producano un’atmosfera in grado di modificare l’umore di chi li osserva; il colore infatti ha una forte ripercussione sulle emozioni. Lo stesso Kandinskij afferma che il colore è un mezzo per stimolare l’anima in modo diretto e io credo che sia proprio così!

Verena Giavelli | ALCANTARA

Io: Si può dire che sperimentare tecniche e materiali sia per te un’esigenza non solo artistica ma, oserei dire, quasi una filosofia di vita?

VG: Sì, nel mio caso la sperimentazione è una fase fondamentale del lavoro. Una delle domande che mi pongo più frequentemente è proprio questa: “cosa potrei ottenere se provassi a…?” o “come posso rimediare a questo sbaglio?” Per me è basilare continuare a testare nuove idee e nuovi materiali mai usati prima. A volte ho l’impressione che la fase di sperimentazione rappresenti la parte essenziale del mio cammino artistico e che l’opera in sé sia solo uno dei punti di arrivo della precedente fase di ricerca e verifica. E come per tutti i viaggi, quello che mi attrae è il percorso e non l’arrivo.

Verena Giavelli | MASH UP

Io: Parlando dei tuoi lavori, libertà e possibilità sono i due termini che utilizzi più spesso. Che significato hanno all’interno della tua ricerca artistica?

VG: Sono due termini che artisticamente parlando mi piacciono molto; sono convinta infatti che il processo creativo passi attraverso la libertà espressiva, senza pregiudizi e senza tecnicismi. Nel mio lavoro infatti quasi mai attraverso una precisa fase progettuale preliminare; inizio con un telo bianco o nero, sul quale segno grossolanamente delle aree o linee che mi sembrano interessanti. Il resto viene da sé, come se già esistesse da qualche parte e io dovessi solo seguire il flusso delle forme e dei colori. La gioia di creare in totale libertà, allontanandosi dai sentieri già percorsi e dalla propria “comfort zone” è immensa. Credo che sia importante essere autentici, curiosi e visionari, divertendosi a sperimentare le molteplici possibilità che la ricerca artistica, e la vita in generale, offrono.

Verena Giavelli | COLLISIONI

Io: Per le tue opere impieghi materiali di recupero e di scarto. Una scelta etica, stilistica, funzionale o altro?

VG: Vero, per le mie opere recupero e impiego materiali alternativi e materiali di scarto riciclati ai quali mi piace dare una nuova vita con valenza creativa ed artistica. Raccolgo e rielaboro materiali che intraprenderebbero altrimenti la strada per la discarica, facendo loro riconquistare valore e trasformandoli in strumento artistico. Il rispetto e la tutela dell’ambiente e, in particolare, la gestione consapevole dei rifiuti sono temi che mi stanno particolarmente a cuore; in tal senso l’intenzione esortativa del mio lavoro si traduce nell’utilizzo di materiali di recupero, quali tessuti di riciclo, sacchetti di plastica, incarti alimentari, fogli di cellophane o fogli da imballaggio, e altri materiali di scarto.

Verena Giavelli | LUDWIGITE

Io: Con la tua tecnica di manipolazione a caldo dei materiali c’è sempre un margine di casualità. Come vivi questa impossibilità di controllare del tutto il risultato finale?

VG: Il motivo per cui mi piace lavorare con questa tecnica è l’unicità e l’imprevedibilità delle nuove strutture ottenute. Posso solo immaginare il risultato finale e lasciarmi stupire ogni volta dagli effetti che ottengo. Questa impossibilità di poter controllare totalmente il risultato finale è uno degli aspetti che più mi attrae, stimola e anche insegna.

In una società in cui ci viene chiesto di avere tutto sotto controllo, esercitare, consapevolmente, il processo dell’accettazione, accogliendo ciò che ci viene offerto, mi sembra una pratica di grande interesse. Lasciare spazio all’imprevedibile riconoscendo le molteplici possibilità di crescita che porta con sé, significa anche mettere da parte i nostri giudizi, le nostre certezze e provare a vedere le cose con occhi nuovi. Ho l’impressione che questo processo di accettazione ci conduca a una maggior libertà, sia nella vita sia nel nostro personale percorso creativo.

Verena Giavelli | FIRE AND WATER VIBRANCE

Io: I tuoi arazzi sono prevalentemente astratti. Come nascono e si sviluppano?

VG: L’ispirazione per un nuovo lavoro la trovo nella mia mente, nella mia immaginazione e nei miei sentimenti, in sostanza nell’ascolto della mia interiorità. Ad esempio dopo anni di pratica di Reiki e QiGong ho imparato che tutto è frequenza e tutto è vibrazione: noi siamo Energia come lo è il mondo che ci circonda. Ne deriva che siamo tutti profondamente connessi, sia a livello fisico sia a livello spirituale, secondo il concetto di entanglement espresso dalla fisica quantistica.

Coi miei lavori aspiro a trasmettere e irradiare l’energia sottile delle mie emozioni, dei miei pensieri e delle mie sensazioni in modo che entri in risonanza con le energie dell’osservatore. Sono convinta che tali espressioni dell’animo umano producano vibrazioni energetiche invisibili che vengono riversate e riconosciute nel proprio operato durante il processo creativo. Ecco perché rappresento spesso dei vortici e dei flussi di energia esortando gli osservatori a seguire, sentire e sperimentare tali vibrazioni, mettendo a riposo la mente razionale per guardare con la mente intuitiva, quella fantasiosa, creativa, deputata alla percezione di segnali sottili non logici.

Verena Giavelli | STAR CIRCLE

Io: Dagli arazzi alle installazioni tridimensionali: come cambia il rapporto delle tue opere con lo spazio e soprattutto anche con l’osservatore che vi si trova ‘immerso’?

VG: Mi sono dedicata solo da poco alla creazione di installazioni tridimensionali spinta da un desiderio di libertà scaturito acutamente durante il periodo di lockdown a causa del Coronavirus. Come tutti noi mi sentivo in gabbia e l’unico modo che avevo di fronteggiare questo stato d’animo opprimente era quello di dare libertà e nuovo spazio alle mie opere.

Sentivo fortissima la pulsione di creare una convivenza fra l’unità e la separazione degli elementi, rendendo questi ultimi liberi di galleggiare nell’aria. Le mie installazioni sono realizzate con gli stessi materiali dei miei pannelli e sono concepite per muoversi liberamente nello spazio e ondeggiare in maniera fluida nell’ambiente. È come se parti dei miei pannelli tessili avessero trovato la strada per la libertà, quella libertà che a noi esseri umani è così tanto mancata in quei tragici mesi in cui siamo stati prigionieri nelle nostre case.

Verena Giavelli | TI BAO SHI

Io: Il gioco è leggerezza e serietà: quanto giochi nel creare un’opera?

VG: Sono figlia unica e come tale sono sempre stata abituata a giocare da sola. Il gioco ha sempre avuto un posto in prima fila nella mia vita e l’ho sempre considerato una cosa seria! E ancora oggi solo quando gioco sono veramente libera di immaginare, di esprimermi e di essere creativa.

Come dice Pablo Neruda, ‘l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che è dentro di sé’ e io non ho mai voluto smettere di giocare. Da bambina uno dei miei giochi preferiti era quello del “facciamo finta che…”, gioco che continua ad attrarmi e che oggi si esprime in “facciamo finta che sono un’artista”.

Verena Giavelli | WATER ENDLESS DANCE

Io: A quale progetto stai lavorando? O a cosa vorresti dedicarti?

VG: Ecco, questa è una domanda a cui non so davvero rispondere, sicuramente continuerò a sperimentare cose nuove, a giocare e a lasciarmi sorprendere dall’inaspettato.

Chi è Verena Giavelli

Nata a Milano nel 1959 coltiva da sempre tre grandi passioni tra cui l’arte. Laureata in Medicina Veterinaria, ha trovato nell’arte tessile il suo mezzo espressivo di elezione. Tra le tante mostre a cui hanno partecipato i suoi lavori segnalo le più recenti: (2020) “Esposizione collettiva”, M’Arte, Milano; (2019) “Segnalibro d’Artista”, Libreria Bocca, Milano; “Oppositions”, 25eme Carrefour Europeen du Patchwork (F); “Personale di Arte Tessile”, Piombino; “Esposizione internazionale di pittura e scultura”, M’Arte, Milano; “Arte e Moda a Milano”, Galleria Arcadia, Milano;  “International event for needlecrafts”, Nadelwelt, Karlsruhe (DE); (2018) “Identity”, Centro Culturale “Cascina Grande”, Rozzano; “Le note dell’arte”, Ca’ Zenobio, Venezia; 12th Prague Patchwork Meeting, Praha (CZ); “Jabberwocky”, Espacio Gallery, London (UK).

Verena Giavelli | WINE NOT

Contatti

Site: www.verenagiavelli.com

Facebook Page: Verena Giavelli Textile Art

Instagram: VerenaGiavelli – textile art

Email: giavere@alice.it

Poetici orditi alla Fabbrica della Ruota

L’ex Lanificio Fratelli Zignone, a Pray, in provincia di Biella, oggi conosciuto come Fabbrica della Ruota, iniziò l’attività nel 1878 per poi chiudere definitivamente nel 1964. Dopo due decenni di abbandono l’edificio tornò a vivere nel 1984, quando iniziò a manifestarsi nel biellese un diffuso interesse per l’archeologia industriale che portò alla costituzione del DocBi – nel cui logo si ritrova appunto la grande ruota metallica che caratterizza la fabbrica.

FdR | ph.credit Teodolinda Mengo

Carlo Beretta premiò l’impegno profuso dal DocBi nel recupero dell’edificio, donandolo all’associazione nel  1992 e decretandone in tal modo la rinascita. Il recupero per finalità culturali sia del complesso industriale che dei terreni circostanti che costituiscono le ultime propaggini delle “Rive Rosse” (un’area di particolare pregio ambientale) ha consentito di aprire al pubblico l’antico lanificio conservando le tracce dell’attività che qui si svolgeva e della sua storia – dall’insegna con le indicazioni delle distanze chilometriche dipinta sulla facciata nord, alle macchie d’olio sulle volte che testimoniano la posizione dei telai al piano superiore.

La Fabbrica della Ruota è così divenuta un centro culturale che ospita regolarmente mostre, rassegne conferenze, convegni e concerti. L’ex Lanificio Zignone fa parte del sistema ecomuseale della Provincia di Biella e può essere oggi considerato uno dei simboli dell’industrializzazione tessile. (cfr per saperne di più: “La Fabbrica della Ruota“, Giovanni Vachino, Interlinea Edizioni, 2005)

Nei suoi spazi è in corso fino all’11 ottobre (aperta tutte le domeniche, orario 14.30-18.30) POETICI ORDITI, una mostra curata da Marisa Cortese, che ospita le opere di artisti che hanno impiegato, per questo progetto, un medium tessile – fibre, filati, tessuti.

I saloni che ospitarono il ritmico rumore dei telai e delle macchine tessili trovano nella rilettura degli spazi ad opera di artisti contemporanei di diverso background nuovi contenuti di valorizzazione. L’opera d’arte diventa implicitamente testimone della quotidiana fatica che ha abitato – e che ancora echeggia – in questi saloni e si trasforma in silenzioso omaggio al lavoro di generazioni di tessitori, cardatori, rammendatrici, orditrici e, per estensione, a quello di uomini, donne e bambini di ogni tempo e di ogni latitudine.

Attraverso una molteplicità di linguaggi, l’arte sollecita una riflessione sui molti luoghi della terra in cui temi etici e sociali come il lavoro minorile, la dignità del salario, il diritto alla libertà di espressione non sono memorie di un secolo trascorso ma istanze a cui è dato rispondere alla contemporaneità.

Alle opere delle compiante Maria Luisa Sponga e Martha Neuwenjuijs – appartenenti al fondo SIVIERA come anche i delicati lavori dell’artista Chen Li – si aggiungono nel percorso museale quelle di Carlo Bava, Giustino Caposciutti, Pierangelo Costa, Teo De Palma, Pierangela Orecchia, Patricia Orem, Stefania Reitano, Rosa Spina e Maria Cristina Tebaldi.

Installazioni aeree come PROIEZIONI dell’artista cileno Marco Esteban Cavallaro – opera articolata su più pannelli intrecciati in diversi materiali e sospesi tra i telai sui quali l’artista è intervenuto con colori acrilici scrivendo in modo ripetitivo ed ossessivo la parola Amor – si alternano a piccole opere più intimiste.

Come, ad esempio, le due di Giulia Nelli, giovane e talentuosa fiberartist lombarda che utilizza il collant come medium espressivo: una, RICORDI DI PIOGGIA, affronta il tema dei ricordi consumati dal tempo, lo sforzo dell’individuo per riportare in vita dalla memoria luoghi e relazioni passate; l’altra, I SEGNI DEL TEMPO, rappresenta la trasformazione subita dai legami intessuti dall’individuo nell’arco della sua vita. Il gioco di pieni e di vuoti, che crea forme dolci e forti al tempo stesso, indica un percorso segnato da fratture, solitudini e fallimenti, eppure teso alla crescita e allo sviluppo di legami simbiotici capaci di mantenere la propria vitalità anche indipendentemente dal nodo che li ha generati.

Sembrano, invece, piccole scatole delle meraviglie le due opere di I LIKE A MESTIZO WORLD di Susanna Cati, che raccolgono frammenti di mondi diversi, intrecci e connessioni, storie di lana, cotone, plastica e rame, con un’attenzione particolare alla parola scritta mescolata al gusto della classificazione e all’ironia dell’accostamento surreale all’inquietudine della reliquia; elementi dissonanti tra loro ma capaci di restituire un insieme armonico e vitale, metafora di una società che si arricchisce tesaurizzando l’apporto di culture differenti.

Volano via dal loro NIDO DI ROSE AI PIEDI DELL’ARCOBALENO verso i grandi finestroni, verso la luce e la libertà, le farfalle in tessuto non tessuto realizzate secondo la sequenza di Fibonacci da Emanuela Mezzadri e Marisa Cortese

mentre più in là scendono dal soffitto i I LenzuoliSOSpesi di Silvia Capiluppi, catalizzatori di impegno sociale condiviso, arazzi contemporanei, in una nuova forma di graffitismo metropolitano, con un medium, che invita al tempo lento e alla gioia di stare insieme. Nel 2018 l’artista ha ricamato Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza, dando inizio a Pacifier – Pratiche di Evasione di Massa e al progetto LenzuoliSOSpesi, che conta ad oggi più di 85 lenzuoli, ricamati da migliaia di persone in Italia e all’estero, presso associazioni, scuole, gruppi privati, presso il Museo MADRE di Napoli e la Casa Circondariale Femminile di Lecce. Nella parola LenzuoliSOSpesi è custodito un S.O.S. acronimo per l’artista di SoulOurSails e anche di SailOurSouls. Un progetto per dire ‘Io ci sono!’ per la difesa dei diritti umani.

Sul ponte esterno, infine, Corinna Farchi e Associazione Sul filo dell’arte hanno realizzato IRIDE un’installazione corale di yarn bombing e invitano anche il pubblico che visita la mostra a portare catenelle fatte all’uncinetto e della lunghezza minima di 5 metri, in qualunque sfumatura dei colori dell’arcobaleno, da aggiungere all’opera.

Fabbrica della Ruota si trova in Regione Vallefredda, 1 a Pray (BI).

Per informazioni:
fabbricadellaruota@gmail.com
Tel: +39 015766221 (lun. – ven. 9:00 – 13:00),
Sito istituzionale:
http://www.fabbricadellaruota.it

La “Fabbrica della Ruota” è aperta al pubblico tutte le domeniche estive, nell’ambito della Rete Ecomuseale Biellese.
Per il resto dell’anno è aperta tutti i giorni su prenotazione per gruppi.

Si ringrazia per il materiale fotografico Teodolinda Mengo.

Francesco Marzetti

Difficile trovare una definizione capace di descrivere il genio creativo di Francesco Marzetti. Uno sguardo, il suo, che riesce a vedere l’essenza misteriosa e poetica del mondo intorno a lui, fatto di piccole e semplici cose, e che sa trasformare in un paese delle meraviglie. Dai capolavori dell’arte realizzati con fili sovrapposti, fino ai personaggi fantastici dei vecchi scarponi e dei guanti consunti o all’arca di Noé con tutti i suoi animali da salvare, Francesco riscatta il valore dello scarto, dell’inutile e del banale costringendo anche noi a tornare un po’ bambini e a immaginare il mondo possibile nascosto dietro l’ovvietà del reale.

Io: Per il tuo progetto FILO LIBERO utilizzi esclusivamente fili sovrapposti. Come è nata l’idea di utilizzare questa tecnica e perché hai scelto di sperimentarla rivisitando le opere dei grandi artisti del passato?


FM: Questa tecnica l’ho inventata in Svizzera, più precisamente a casa dei miei suoceri. Era, purtroppo, un’occasione triste ed avevo bisogno di creare per scaricare le tensioni del difficile momento. L’unico materiale che ho trovato in casa erano i fili del cucito di mia suocera. Con quelli, per sovrapposizione, ho ri-creato “L’urlo” di Munch. Dopo quel primo lavoro ho continuato facendo rivivere le opere dei grandi artisti attraverso questa nuova tecnica. Amo in particolare realizzare gli autoritratti.

Io: Molti lavori di Van Gogh. È una scelta dettata da una ‘affinità’ oppure da ragioni puramente stilistiche e ‘tecniche’?


FM: Le opere di Van Gogh mi sembrano particolarmente adatte. Tra l’altro lui per provare gli accostamenti dei colori usava i fili di lana.

Io: Di tanto in tanto, spunta l’intervento con il filo su una verza o in un nido di vespe. Dobbiamo aspettarci un’evoluzione sperimentale di questa tecnica?

FM: Tutto è possibile!

Io: Trasformare i materiali dismessi o di scarto in opere d’arte è un intervento di upcycling che veicola anche un bel messaggio sulla necessità di riciclare e riutilizzare. Molta della tua ricerca artistica, peraltro, si muove in questa direzione. È corretto dire che l’attenzione e la sensibilità per i temi legati all’ambiente, alla natura, allo spreco sono profondamente radicati in tutto il tuo lavoro?


FM: Sicuramente. Ho iniziato anni fa, raccogliendo legni e materiali vari portati dal mare sulle spiagge. Mi diverte molto far rivivere oggetti in disuso creando personaggi fantastici.

Io: Un termine che mi ritorna spesso in mente sfogliando i tuoi lavori è ‘meraviglia’ o meglio la capacità di guardare al mondo con gli occhi meravigliati dei bambini che riescono a scoprirne anche le possibilità invisibili oltre a quelle apparenti. Quanto conta la cifra ludica, quasi infantile nella tua arte?


FM: Moltissimo! Mi piace giocare e sperimentare, far sognare stupire e divertire la gente.

Io: Guanti consunti, vecchie scarpe, mascherine monouso; tutto ciò che passa attraverso le tue mani acquista una seconda identità. Come arriva l’ispirazione? Qual è la genesi di questi lavori?


FM: Non so rispondere a questa domanda. Ad ispirarmi può essere qualsiasi cosa ed in qualsiasi momento della mia giornata.

Io: Una parte del tuo lavoro è sicuramente effimera: frutta, verdura, fiori, persino le uova strapazzate. Più che un gioco o un divertissement, una filosofia di vita e una visione del mondo?


FM: Direi piuttosto un modo di essere, più spontaneo di una filosofia.

Io: Non è fiber art ma non posso non chiederti di raccontare ai miei lettori cosa sia la tua l’Arca di Noè…


FM: L’arca è un riciclo del riciclo. Stavo realizzando un pavimento di legno nella nostra casa riciclando i legni di vecchi pallet. Avevo molto scarto, legni storti o rovinati, così mi è venuto in mente di costruire un rifugio per tutte le mie creature e simbolicamente per tutti noi. Nell’anno che ho incominciato la costruzione c’erano piogge torrenziali nella nostra regione e quindi il rifugio spontaneamente ha preso la forma di un’arca. Inizialmente la gente mi guardava con una certa diffidenza, ma ben presto molte persone hanno cominciato a contribuire con materiali in disuso delle loro cantina e garage. In cambio prenotavano i posti nell’arca, nell’eventualità che la situazione meteo precipitasse!

Io: Molte delle tue ‘creazioni temporanee’ – per la loro stessa natura – sono ‘fruibili’ dal pubblico solo virtualmente, ad esempio sui tuoi profili social. Con questa formula tutti possono goderne gratuitamente e nessuno potrà mai ‘possedere’ l’opera. Quanto è importante per te condividere con l’altro la tua esperienza artistica?

FM: Effettivamente condividere per me è importantissimo. Comunque uscirà anche un libro, una raccolta di foto delle opere effimere.

Io: Un progetto che vorresti realizzare o un sogno nel cassetto che aspetta il momento giusto per concretizzarsi?

FM: Mi piacerebbe fare una performance al museo di Van Gogh ad Amsterdam realizzando un suo autoritratto dal vivo, davanti al pubblico.

Chi è Francesco Marzetti

Francesco Marzetti si diploma presso il Liceo Artistico Tuscia di Viterbo nel 1979. Successivamente consegue il diploma di laurea presso l’Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo in Scenografia e si specializza con un corso biennale in Storia e Restauro della Ceramica nel 1984.


Nel 1985 inaugura un Atelier sul restauro della ceramica medioevale, affinando sempre più anche la sua vena artistica. Nello stesso anno viene chiamato dal Comune di Montefiascone e inserito nel comitato scientifico di lavoro per il Museo Territoriale presso i locali della Rocca dei Papi.
Nel 1987 è docente in Storia del Costume presso la Scuola d’Arte C.E.I.S. S. Crispino” fino al 1988 quando dovrà lasciare per seguire il suo Atelier che si amplia anche con restauro di mobili, manifattura di cornici di alta qualità e opere artigianali di altissimo pregio (lampade, porte, sedie ecc.).


Nel 2005 realizza una scuola d’Arte co-finanziata dalla Regione Lazio e GAL degli Etruschi. Nella stessa scuola dal 2007 al 2009 è stato attivato un progetto rivolto alla disabilità attraverso laboratori artistici ad orientamento relazionale dove partecipa anche come docente di materie artistiche.

Da qualche anno espone con continuità i suoi lavori in spazi pubblici e privati su tutto il territorio nazionale. Vive a Bagnoregio, nel cuore della Tuscia.

Contatti

Web site: http://www.francescomarzetti.com

Email: info@francescomarzetti.com

Gloria Campriani

Dal laboratorio tessile di famiglia della sua infanzia fino agli anni trascorsi nel mondo della moda, tutta la storia personale di Gloria Campriani è intrecciata con i fili. Inevitabile quasi che la sua ricerca artistica si orientasse definitivamente verso la fiber art di cui declina le tecniche off loom creando piccoli e raffinati lavori, installazioni site specific e opere ‘monumentali’ complesse e suggestive.

In questa intervista mi ha raccontato di sè e del suo rapporto con il medium ‘filo’, dei suoi progetti e della sua visione dell’arte che è anche la sua filosofia di vita.

Gloria Campriani | KUNDALINI | fibra riciclata su cavo di acciaio, tessuto bianco su cornice in legno e tronco di albero con anelli di ferro | cm.292×292 | 2018

Io: Scorrendo la tua biografia sembra che il filo, in una forma o nell’altra, sia nel tuo DNA. Dedicarti alla fiber art è stata una scelta maturata lentamente oppure un ‘inevitabile destino?

GC: Sono cresciuta nel laboratorio artigianale di famiglia, in cui ho giocato fin da piccola con i rocchetti e gomitoli di filo. La famigliarità con i filati e i miei percorsi successivi, nel campo della moda, sono stati determinanti nella mia scelta di vita. Le aziende, per le quali ho lavorato, per esempio, collaboravano con i migliori brand internazionali e i miei primi maestri devono essere ricercati anche fra i designer, con i quali sono entrata in contatto durante questo periodo.

Gloria Campriani | Colonna | installazione | 2014

Io: Il filo non è soltanto un medium per te: che significato simbolico e quale valore ‘concettuale’ gli attribuisci?

GC: Io filo per dar forma al mio pensiero. Il linguaggio simbolico legato al filo è continua fonte di ricerca per me. Interpreto “tessiture” di rapporti sociali attraverso l’incessante sperimentazione nel campo della Fiber art. La mia ricerca si basa, sostanzialmente, sul comportamento umano in termini di interazione, su cui costruisco anche performance. Focalizzo nel comportamento empatico la possibilità di trovare varie vie allo sviluppo in tutti i campi. Promuovo e aderisco, pertanto, a tutti quei progetti che riescono a costruire e sviluppare una forte interazione fra cultura, istituzioni, impresa e economia per il raggiungimento di obbiettivi comuni e una crescita insieme.

Gloria Campriani | HABITAT | installazione | 2012

Io: Le tue opere sono realizzate off loom, ovvero non a telaio, senza strumenti se non le mani; perché questa scelta? E è una tecnica che utilizzi sin dall’inizio oppure che hai maturato nel tempo?

GC: Come tessitore d’arte (o artist weaver), non prevedo l’utilizzo di alcun strumento tecnico, eccetto l’uso delle mani. Nella Fiber Art, corrente a cui faccio riferimento, infatti, la tessitura si sostiene da sola, senza ricorrere all’aiuto di nessun adesivo o colle. Il mio particolare metodo Off loom (senza l’utilizzo di telai), prevede l’annodamento a mano, come mostro in molte mie perfomance interdisciplinari, in collaborazione con vocalist, poeti e performer; anche per sottolineare, l’importanza dell’interdisciplinarietà, nei vari campi del sapere.

Gloria Campriani | SINTESI D’ORIENTE | fibra riciclata, tempera acrilica su anima di ferro | cm.71×135 | 2012

Io: Se volessi trovare due parole chiave per raccontare le tue opere direi ‘relazione’ e ‘interazione’. Trovi che siano appropriate?

GC: Si! Il filo per me è modello di connessione, interazione, dialogo, sintonia, contaminazione, relazione, legame, continuità ecc.

Gloria Campriani | RUOTA | Fibra riciclata e tempera acrilica su tela | cm.100×150 | 2010

Io: La tua ricerca artistica ti ha condotta fino ad installazioni molto complesse a cui si aggiungono video e performance/interventi. È importante – e quanto – continuare sempre a sperimentare nel tuo lavoro?

GC: L’arte contemporanea è prevalentemente ricerca, ciononostante, nel tempo si elimina quello che non serve più e si portano avanti gli elementi che continuano ad essere sempre validi per le nuove indagini.

Gloria Campriani | TRE PALI DI TOTEM | Fibra riciclata e tempera acrilica su anima di canne di bamboo e base di ferro | cm.240×25 | 2014

Io: Come nascono le tue opere?

GC: Io sono un’inguaribile curiosa e le mie fonti di ispirazione possono essere di varia natura: la lettura di un libro, l’esperienza di un viaggio, un film, un’opera teatrale, ecc. Prima di iniziare a realizzare una scultura tessile, indago, scelgo materiali e colori infine schizzo. Negli altri casi, accolgo la proposta a tema e cerco di interpretarla al meglio.

Gloria Campriani | SPAZI INTEGRATI | fibra riciclata e tempera acrilica su anima di ferro | cm.100×150 | 2013

Io: Hai realizzato diverse installazioni site specific, alcune di arte ambientale e land art. Quali sono le sfide e le difficoltà di operare in stretto rapporto con i luoghi?

GC: Recentemente mi sono state commissionate installazioni di land art site specific. Mi è stato richiesto di interpretare la natura all’interno del Parco dei Pini di Bologna, presso Teatri di Vita. Mi è piaciuto molto lavorare in tal senso, poiché, ancora una volta, ho creato interazioni, dialoghi, sintonie, relazioni, legami e armonie e equilibri. Questa è la mia metafora!

Gloria Campriani | ALBERO DELLA CONOSCENZA | installazione in onore dello scrittore Vittorio Vettori | Biblioteca Nazionale Centrale | Firenze

Io: Quali sono i materiali che prediligi?

GC: I filati che utilizzo mi vengono donati dall’azienda Filpucci Gualtieri di Prato. Non scelgo i filati ma ritiro rimanenze di magazzino confezionate in una scatola chiusa. Quando progetto e faccio ricerca nei colori, sono solita metterne insieme più di uno per ottenere il risultato desiderato.

Miscelo e sfumo, come avviene quando si dipinge con le tempere. Nel caso in cui mi mancano colori basilari per il mio piano di lavoro, faccio una richiesta precisa presso l’azienda, oppure li acquisto altrove. La bellezza del filato e strettamente legata al risultato che devo ottenere per il progetto.

Gloria Campriani | SENZA TITOLO | installazione (dettaglio) | fibra riciclata su cavo d’acciaio | 2018

Io: Quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione o le istanze da cui nascono le riflessioni che sfociano poi in un’opera d’arte?

GC: Il tutto scaturisce sempre e comunque dall’osservazione. Focalizzo il comportamento umano in termini di interazione e lo racconto da un punto di vista artistico con installazioni, performance, sculture e video.

Gloria Campriani | ARTE A PERDERE | installazione | Livorno | 2012

Io: Quali messaggi vuoi veicolare attraverso il tuo lavoro?

GC: “Da soli non andiamo da nessuna parte!” Nonostante il crescente egoismo sociale è fondamentale assumere un atteggiamento più empatico possibile che possa aiutarci a stare insieme con buon senso civico. Un atteggiamento di fiducia nei confronti degli altri, orientato alla disponibilità a cooperare, è l’unica possibilità per migliorare la nostra società e proteggere l’ambiente in cui viviamo.

Gloria Campriani | installazione per Festival Cuore d’Italia | Parco dei Pini | Bologna | 2020

Chi è Gloria Campriani

Gloria  Campriani  nasce  a  Certaldo  e  cresce  nel  laboratorio  artigianale  tessile  di famiglia.  Lavora  per  anni  in  aziende  che  collaborano  con  i  migliori  brand  di  moda internazionali. I suoi primi maestri vanno ricercati anche fra i designer con i quali è entrata in  contatto  durante  la  sua  attività  professionale.  Queste  esperienze  si riveleranno, più tardi, determinanti nella scelta dell’utilizzo del filo come uno degli strumenti principali del suo percorso artistico. La sua formazione multidisciplinare passa attraverso gli studi di lingue  con  lunghi soggiorni all’estero,  di pedagogia, di teatro e d’arte frequentando corsi presso varie Accademie incluso il corso di Anatomia artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Attenta alle mutazioni della società nel 2018, frequenta il corso di antropologia sociale con la professoressa Simonetta Grilli presso l’Università di Siena. Le sue origini legate al filo le impongono una particolare attenzione alla corrente della Fiber Art, da cui trae ispirazione declinandone i linguaggi in chiave contemporanea.

Gloria Campriani lavora, da sempre, insieme ad artisti e ricercatori confrontandosi con la sperimentazione. Da anni i suoi lavori sono esposti in sedi istituzionali e gallerie d’arte, in mostre collettive e personali, e selezionati nell’ambito di progetti e premi nazionali ed internazionali. Alcune sue opere sono nelle collezioni permanenti di siti museali e pubblici.

Gloria Campriani | FIUME | Installazione | fibra riciclata, sassi di marmo, sabbia | 2016

Contatti

Instagram: @gloriacampriani

Facebook: https://www.facebook.com/gloriacampriani.arte

LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/gloria-campriani-a8773012a/

Gloria Campriani | ROSONE | fibra riciclatasu tela e tempera acrilica | cm.100×100 | 2013

Eva Basile

Da quasi trent’anni Eva Basile è in Fondazione Lisio: un’autorità in fatto di tessuti. Ma non solo: studiosa e appassionata di tecniche tessili, è tra i fondatori del Coordinamento Tessitori, conduce workshop, laboratori, corsi. Scrive, tesse, crea opere di fiber art. Un’infaticabile globetrotter dei fili e dei tessuti che, tra un impegno e l’altro, sono riuscita ad intervistare.

Io: Quando e come è nato il tuo interesse per il mondo delle fibre tessili?

EB: Sono stata una bimba artigiana, per tenermi buona bastava darmi le matite, o un paio di forbici o qualcosa da fare. A quattro anni, quando fui mandata da mia nonna per via dell’alluvione, imparai i rudimenti dell’uncinetto. Credo che la passione dimostrata allora ha ispirato un regalo di Natale graditissimo: il telaio Clementoni, un pettine liccio da bambini che conservo ancora.
Quando finalmente ottenni di poter frequentare l’Istituto d’Arte fra le varie opzioni scelsi tessitura: fotografia sarebbe stata la mia prima scelta, ma era troppo frequentata e caotica.

Eva Basile, Interlacement, 2008 | Cotone, ferro | Tessitura con telaio a strascico dell’Africa Occidentale, assemblaggio

Io: Da molti anni collabori con la Fondazione Lisio. Di cosa ti occupi e in cosa consiste il tuo lavoro?

EB: Sono arrivata alla Fondazione in veste di allieva, nel 1993. Dopo un anno se ne andò la persona che mi aveva insegnato – un francese di nome Thierry Favre – e mi venne chiesto di seguire un’artista tessile statunitense che voleva tessere del velluto. Conoscevo sia la tecnica del velluto che l’inglese e mi trovai ad essere la persona giusta al momento giusto!

Il mio maestro oltre ad insegnare era anche il tecnico ed uno dei tessitori, così mi trovai coinvolta anche in questioni che riguardavano la progettazione dei tessuti e la loro messa in opera.
Qualche anno dopo, in Fondazione, ho approfondito le tecniche storiche ed ho studiato l’analisi e catalogazione dei tessuti antichi, sotto la guida di Roberta Orsi Landini, una storica del tessuto di grande spessore.
Faccio molte cose disparate, dal seguire gli studenti a progettare, e a volte scrivo anche per la rivista pubblicata dalla Fondazione, Jacquard e per convegni a cui prendo parte. Il più recente è stato sui tessuti a tavolette del Museo Stibbert di Firenze.

Eva Basile | Repeat-Chinese-Papercut, 2018 | 4 pannelli cm 60x60x2 ciascuno | Seta, rafia viscosa | Progettazione al CAD, tessitura manuale su telaio digitale

Io: Quale aspetto del tuo lavoro ti gratifica o ti appassiona maggiormente e perché?

EB: Mi piace il fatto che posso spaziare, non potrei fare disegni al CAD per 40 ore la settimana, come fanno alcuni dei miei allievi o insegnare a ripetizione, sarebbe usurante e poco stimolante: mi piace cambiare.

Io: Sei tra i fondatori dell’associazione Coordinamento Tessitori. Mi racconti che cos’è, come è nata e quali sono le sue attività?

EB: Negli anni ‘80-’90 un gruppo di tessitori artigiani si collegarono tramite l’invio di lettere circolari, delle specie di notiziari ciclostilati. Una di loro era un’amica d’infanzia e compagna di scuola all’Istituto d’Arte. Mi mandò una delle loro lettere di collegamento e risposi. Qualche anno dopo decidemmo di darci una veste più istituzionale e così dalla fine del 2002 siamo un’associazione: potemmo raccogliere delle quote e pagare una tipografia per stampare un notiziario. Poi è arrivato un sito web e nel 2006 ho iniziato ad organizzare, assieme all’associazione, Feltrosa, il meeting dei feltrai.

Io: E poi c’è il tuo lavoro di artista. Quando hai iniziato a sperimentare le fibre come medium artistico?

EB: Ho iniziato verso la fine degli anni ‘90. In un viaggio in Polonia ero rimasta affascinata dell’uso di tecniche tessili, quali l’uncinetto, in opere d’arte visiva. Ho studiato arti visive al DAMS a Bologna, anche quello era il mio mondo. Ho semplicemente unito due interessi.

Eva Basile, The dirty dozen – Matthew 26:45, 2010, installazione cm 150x150x25 circa
Lana, pittura acrilica, colla | Infeltrimento ad acqua, pittura
foto Daniel V. Kevorkian

Io: Quali sono le tecniche che prediligi?

EB: Ho provato varie tecniche ma quelle che conosco meglio sono il feltro e la tessitura operata: uso quelle. Ho deciso così per non essere troppo dispersiva. Ho fatto un po’ di macramé, intreccio a lacci, tessitura a tavolette, ma non ho il tempo per approfondire tutto, se voglio posso usarle, ma non in modo esclusivo.

Eva Basile, My Kpevi, 2003, cm 55x120x5
Cotone, ferri da telaio, pietre votive africane | Tessitura con telaio a strascico dell’Africa Occidentale, assemblaggio

Io: Quali sono e come scegli i materiali che utilizzi per i tuoi lavori?

EB: Uso filati di diversa natura e consistenza per i progetti a telaio: i telai Jacquard della Fondazione Lisio, che ho usato in alcuni lavori, montano orditi in seta. In trama metto quello che di volta in volta mi serve per il progetto che ho in mente: ho usato filato metallico d’argento, ma anche acrilico o ciniglie di seta.

Io: Quali sono le tue fonti di ispirazione per la realizzazione di un’opera?

EB: A volte il tema deriva da un bando di concorso a cui decido di prender parte, quella che elaboro è la mia interpretazione. È  accaduto in diverse occasioni: il tema proposto lo studio – a volte addirittura sui libri, ad esempio quando partecipai ad una mostra sulla mummia del Similaun – e piano piano arrivo alla forma che voglio dare al mio elaborato. Anni fa, dopo un viaggio studio in Ghana, usai per diverso tempo il telaio a strascico dell’Africa Occidentale, un telaio che permette di tessere strisce strette. Quelle strisce le unii a barre di ferro e cornici arrugginite per una piccola serie di lavori.
Un’altra serie riguarda i motivi decorativi classici, è un lavoro in divenire perché per realizzarlo ho bisogno di un telaio della Fondazione Lisio che spesso è impegnato.

Eva Basile, Daphne, 2014, cm 20x18x4
Lana, filo metallico, garza di cotone | Infeltrimento ad acqua
foto Daniel V. Kevorkian

Io: Tra le tue molteplici attività, conduci anche workshop, seminari, laboratori. Che ruolo ha l’insegnamento per te?

EB: È un’attività gratificante e socializzante, mi è sempre piaciuto insegnare. Mi è capitato di insegnare a persone con problemi cognitivi o deficit motori, a ragazzi in difficoltà – ad  esempio a San Patrignano, molti anni fa – come mi è capitato di tenere un corso alle restauratrici e a due funzionari dei Musei Vaticani. Insegno da anni tecnologia tessile all’Accademia di Moda Koefia, a Roma e tecniche Jacquard agli allievi delll’Accademia di Belle Arti di Firenze.
In parallelo mi diverto ad insegnare la tessitura base, quella del telaio a pettine-liccio. L’ho insegnata nei saloni dell’hobbistica, agli anziani ed a ragazzi nell’alternanza scuola-lavoro. Ad agosto sarò in Valcamonica a tenere un corso nella Scuola Estiva di Lavorazione della Lana. Sono sfide diverse, tutte interessanti.

Eva Basile, Repeat, 2009, 4 pannelli, cm 60x60x2 ciascuno
Seta, lana, filo dorato in carta, nylon, telaio in legno da dipinti | Progettazione al CAD, tessitura manuale su telaio digitale, montaggio su telaio a mo’ di quadro
foto Daniel V. Kevorkian

Io: Da studiosa a fiber artist, sei sempre in un dinamico equilibrio tra passato e futuro: a quali progetti stai lavorando o a quali sogni stai dando forma?

EB: La recente crisi sanitaria mi ha fatto apprezzare il mondo digitale – che amo da sempre a dire il vero, il primo computer l’ho acquistato assieme a mio padre nel 1985 – da una parte e quello vegetale dall’altra: il potenziale vitale che si racchiude in una radice o un seme. Già qualche anno fa avevo realizzato un lavoro con una serie di potature di salice, mi piacerebbe approfondire il tema, ma tutte queste curiosità hanno un solo nemico, il tempo. Fortunatamente non ho bisogno di dormire più di 6-7 ore per ricaricare le batterie!

Eva Basile

Chi è Eva Basile

“Sono nata a Firenze da genitori non fiorentini, o meglio, da una madre nord europea ed un padre di famiglia numerosa e cosmopolita. Ho voluto studiare prima decorazione del tessuto e poi arti visive contemporanee. Da piccolissima sono andata a danza – per avere modi più aggraziati, diceva mia madre preoccupata da una mia camminata piuttosto rozza – e, per compiacere mio padre, ho studiato pianoforte per lunghi anni, con scarsi risultati. Il suono che si perde e non si afferra mi piace, ma non ho un trasporto particolare ad essere io a produrlo.

Fare cose con le mani invece è sempre stata la massima gioia per me, il mio libro preferito era il volume ‘Come si fanno le cose’ dei Quindici, l’enciclopedia per bambini degli anni ‘70, ancora prima avevo giocato con il giornalino Miao, un altro portentoso contenitore di giochi creativi per l’infanzia.

Per iscrivermi all’Istituto d’Arte ho dovuto impormi, con grandi discussioni in famiglia: infondo erano stati loro a farmi amare l’arte e la manualità.
Il resto è venuto da sé. Avevo dato tutta me stessa a scuola e quindi già ai tempi della scuola un’insegnante mi propose ad un’azienda tessile; avevo meno di vent’anni quando ebbi il primo assegno per un lavoro di progettazione: pensai di essere la persona più fortunata al mondo, mi compensavano per fare cose che avrei fatto pagando!
Il mondo del lavoro ha i suoi momenti difficili, alti e bassi, noia ed incomprensioni, ma nell’insieme è stato così: sono stata compensata per quel che farei gratis, ma è bene che non si sappia troppo in giro…

Contatti

Eva Basile
www.evabasile.it
mob. +39-331 850 9502
evabasile@gmail.com
skype id: evabasile
pinterest: www.pinterest.it/evabasile/
instagram: www.instagram.com/eva_basile/

Coordinamento Tessitori: https://tessereamano.it/

Fondazione Arte della Seta Lisio: www.fondazionelisio.org/it/

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