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Il filo conduttore

Ogni volta che mi imbatto in un manufatto d’artigianato tessile, un’opera di fiber art, un tappeto di design o altre creazioni di textile art rimango affascinata dalle infinite possibilità di un semplice filo.

Questo blog racconta le meraviglie che ho scoperto seguendo quel filo: le storie, le persone, le opere, i luoghi.

CREATTIVATI

Sostenere e promuovere i creativi della Svizzera italiana e tra questi, naturalmente, anche gli artisti che lavorano con fibre e tessuti; questo è l’ambizioso progetto di ADRIANA BOCK SCHMITT e ANNALISA D’APICE, ovvero Creattivati.ch.

In questa bella intervista ci raccontano chi sono e quali sono le attività di cui si occupano per creare nuove opportunità per artisti e designer.

Collettiva Il favoloso bosco, Antonia Boschetti, personaggi in juta, 2020

Io: Cos’è CREATTIVATI e quando, come e perché è nata?

ADRIANA: Creattivati.ch promuove e sostiene i creativi di professione della Svizzera italiana grazie alla sua piattaforma e alle sue collaborazioni e spazi sul territorio dedicati alla cultura.

Nasce come tesi per il conseguimento del mio master in management culturale nel quale ho analizzato approfonditamente le politiche culturali della nostra regione e della Svizzera, focalizzandomi sulle esigenze di chi produce arte e cultura. E così è nato il progetto creattivati.chCrea e attivaTI in Ticino.

Nel 2016 prende corpo diventando una piattaforma web nella quale ritrovare tutti gli artisti professionisti della Svizzera italiana nelle differenti categorie d’arte; da quella visiva e applicata, a quella performativa come musica, recitazione e danza. Il suo obbiettivo iniziale era quello di poter far conoscere al territorio chi crea – cosa realizza – dove si trova e cercarlo facilmente in un database sempre aggiornato. Una sorta di elenco telefonico modernizzato. Negli anni poi mi è stata data la possibilità di esporre in spazi legati alla cultura e alla promozione d’arte facendo sì che Creattivati avesse anche un luogo fisico dove portare i propri artisti.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020, sacchetti di plastica lavorati all’uncinetto

Alla fine del 2019, inizia la mia collaborazione con Annalisa, con la quale abbiamo portato avanti nel 2020 la programmazione di mostre curate e progetti diffusi sul territorio ticinese fino ad evolverci e a diventare un’associazione culturale no profit.

Le nostre due figure professionali unite dalla stessa passione per l’arte, hanno permesso a Creattivati.ch di crescere e trasformarsi in quest’ultimo anno.

Personalmente come ideatrice e direttrice sono impegnata nelle relazioni pubbliche del territorio culturale locale e oltre frontiera con istituzioni e stakeholder, nella gestione amministrativa e nella creazione di nuove sinergie con le differenti realtà artistiche.

Annalisa, architetto e curatrice, a lei invece la creazione di nuovi progetti di promozione e curatela per gli artisti di creattivati e la mappatura di nuove proposte culturali sul territorio artistico locale, nazionale ed internazionale.

Insieme ci impegnano a divulgare nuove idee per rendere l’arte e la cultura accessibile a tutti.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Io: A chi si rivolge la piattaforma? E come funziona?

ADRIANA: Il pubblico a cui ci rivolgiamo è abbastanza ampio. Si parla di artisti che vogliono far conoscere il proprio lavoro, di figure del settore o semplicemente appassionati d’arte.

Creattivati.ch si rivolge quindi a tutti i singoli artisti professionisti della Svizzera italiana (svizzeri e non) e ai ticinesi residenti all’estero che desiderano presentare e valorizzare la propria attività, essere promossi ed essere facilmente raggiunti. A tutti loro si offre sulla base di una quota annuale un profilo sempre aggiornato completo di fotografie e informazioni per poterli contattare direttamente e la possibilità di rientrare in un progetto curatoriale.

Come anticipato prima, la piattaforma si propone anche come strumento di riferimento per le associazioni di categoria, le istituzioni, i media e gli operatori culturali.

Non viene fatta nessuna selezione se non il sentirsi un professionista nella propria arte. Non si chiedono titoli di studio particolari ma dei riconoscimenti nel campo in cui ci si dedica.

Collettiva Il favoloso bosco, Laura Mengani, ecoprint, 2020

Io: Promozione e divulgazione e…quali sono le principali attività di CREATTIVATI?

ANNALISA: Parallelamente alla piattaforma virtuale, portiamo avanti la promozione dei singoli artisti attraverso i nostri canali social dedicando ciclicamente una settimana alla scoperta del loro lavoro.

Questo ci permette di avere sempre contenuti aggiornati e mostrare a chi ci segue qualcosa di nuovo e interessante ogni volta.

Oltre alla divulgazione di contenuti artistici tramite il web, la nostra forza è quella di avere spazi non museali che ci permettono di organizzare un programma annuale di mostre curate. Negli ultimi anni inoltre, abbiamo lavorato anche su progetti collaterali quali esposizioni di poster d’arte in contesti urbani, come strade e piazze e, gallerie temporanee in negozi momentaneamente in disuso, facendo diventare la città il vero spazio espositivo.

L’importanza di uscire dai contesti tradizionali e di portare l’arte contemporanea en plein air ci ha permesso di iniziare un discorso sul territorio tra comunità̀ e artisti senza intermediari e di raggiungere un pubblico più ampio di fruitori.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, 2019, batik

Io: Il Ticino ha una tradizione tessile che affonda le radici lontano nel tempo….

ANNALISA: Il legame tra il Ticino e il mondo del tessile ha forti radici storiche; la posizione geografica e i rapporti di scambio con la vicina area insubrica e principalmente con Como, datano la nascita soprattutto nel Mendrisiotto di molte “filande” già̀ a partire dal 1700.

Un’attività̀ florida durata fino agli anni 70 del ‘900 in cui la produzione di seta e di cotone alimentava l’economia del posto e introduceva il territorio ai grandi scenari industriali dei filati. Radicata nella storia e nella memoria locale, la produzione tessile è stata assimilata con gli anni dalla cultura del luogo, dando il via ad una vera e propria tradizione ticinese di textile design e di fiber art.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020

ADRIANA: Seguiamo da anni e con particolare attenzione questa tematica, dedicando al tessile vari progetti curatoriali (come Passione tessile nel 2019) o cercando di introdurre in collettive artisti che operano in questo campo.

Il mandato di promuovere questo tipo di arte nei propri spazi da parte de La Filanda di Mendrisio, memoria storica di quella che è stata un tempo e oggi sede della biblioteca cantonale, ci ha infatti permesso di raccontare cosa accade sul territorio, trasformando di volta in volta gli spazi dell’edificio in luoghi di incontro e di scambio artistico. Di per sé concepita come una piazza al coperto, La Filanda ogni anno ripercorre la sua storia attraverso le opere tessili degli artisti di creattivati.ch.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Io: Nel panorama contemporaneo dei creativi di cui vi occupate ci sono artisti che utilizzano il medium tessile per la loro ricerca?

ANNALISA: Oggi sono molti gli artisti e gli artigiani ticinesi che dedicano il proprio lavoro alla riscoperta di questa tradizione e alla reinterpretazione della materia attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo.

Come anticipato da Adriana, ogni anno dedichiamo una mostra a La Filanda di Mendrisio al tema del design tessile e fiber art. Abbiamo portato in esposizione lavori eseguiti attraverso tecniche di tessitura tradizionali, stoffe stampate con tecniche naturali e disegni su tessuto; non solo, anche lavori incentrati su tematiche come natura e memoria, ecologia e infanzia, che attraverso il medium tessile esprimono un pensiero e concretizzano grazie alle trame e ai colori della materia una ricerca personale.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, 2019

Io: Quali progetti (e sogni) avete nel cassetto per il prossimo futuro?

ADRIANA: Molti sono i progetti concreti già infilati nel cassetto dei sogni e pronti per la loro realizzazione.

Nel 2020, nonostante tutte le limitazioni della pandemia, siamo riuscite a realizzare ben 6 progetti espositivi e siamo state riconosciute per le nostre competenze e professionalità.

Vorrei che potessimo proseguire il nostro lavoro con la stessa passione e tenacia che ci contraddistingue per rompere barriere e preconcetti che limitano la fruizione dell’arte e della cultura.

Come obbiettivo futuro, vorrei inoltre che creattivati.ch avesse un proprio spazio dove gli artisti all’interno della piattaforma possano non solo avere un luogo dove poter lavorare ma abbiano modo di scambiarsi idee, esperienze e arti. Un luogo di contaminazione artistica dove far nascere progetti.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, Mariana Minke, Arlena Ton, 2019

ANNALISA: Creattivati è una macchina sempre in funzione e quello che ci auguriamo per il futuro è di continuare con questa costanza a proporre progetti d’arte sul territorio attraverso appuntamenti fissi come le mostre curate negli spazi ormai dedicati e i progetti collaterali come festival e gallerie temporanee.

Il focus che abbiamo ora sul Ticino sicuramente sarà una costante anche per il futuro, ci piace l’idea di poter scoprire nuovi giovani talenti e guardare cosa è stato già fatto in precedenza sul territorio per imparare e dare valore; ma uno degli obbiettivi che ci prefiggiamo è quello di guardare oltre i confini geografici per creare nuove sinergie con persone mosse dalla nostra stessa passione.

Sogni nel cassetto ne abbiamo parecchi, per citarne uno, abbiamo voglia di crescere e di diventare un punto di riferimento per l’arte contemporanea della Svizzera Italiana. Ci piacerebbe promuovere l’arte e il territorio svizzero creando opportunità di scambio tra artisti provenienti da qualsiasi parte del mondo istituendo residenze annuali e avviando progetti multidisciplinari con le varie istituzioni del posto.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Chi è CREATTIVATI

ADRIANA BOCK SCHMITT – Nata a Locarno (Ticino) vive e lavora a Lugano, Svizzera. Dopo aver completato la formazione in recitazione a Ginevra e lavorato per un periodo in ambito cinematografico a Roma, da oltre vent’anni è collaboratrice alla Radiotelevisione della Svizzera italiana. Oggi è referente delle operazioni di sponsorizzazione per la Radio e la TV.

Dalla sua tesi per il conseguimento di un Master in Management Culturale ha dato il via a crattivati.ch; inizialmente una piattaforma nella quale dare vita a nuove collaborazioni e opportunità agli artisti professionisti della Svizzera italiana, oggi diventata associazione culturale no profit.

ANNALISA d’APICE – Nata a Pompei, vive e lavora a Lugano, Svizzera. Nel 2011 si diploma presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio e nello stesso anno inizia a collaborare con uno studio di progettazione di Lugano. Nel 2017 si avvicina alle pratiche curatoriali per l’arte contemporanea frequentando il corso N.I.C.E. New Independent Curatorial Experience organizzato da Paratissima Art Fair di Torino. Segue giovani artisti in mostre collettive e personali, congiuntamente alla realizzazione di cataloghi, curandone testi e grafica. Alla fine del 2019 inizia la collaborazione con Creattivati.ch per la promozione dell’arte contemporanea della Svizzera Italiana.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020

Contatti

wwww.creattivati.ch

Margherita Levo Rosenberg

Intervistare Margherita Levo Rosenberg è stata un’esperienza impagabile: dalle chiacchierate al telefono fino al confronto via mail, tra un lockdown e l’altro, conoscere meglio lei ed il suo lavoro è stato, per me, un vero arricchimento.

Il risultato non è un’intervista ma un racconto in cui le mie domande sono soltanto l’incipit di ogni singolo capitolo all’interno di una narrazione appassionante e sempre in fieri.

Margherita Levo Rosenberg, SFRANGIA-MENTE n2, materiale pubblicitario, cm45x45x8

Io: Che cos’è l’arte per te e che ruolo ha nella tua vita? Che rapporto hai con le tue opere?

MLR: L’arte, per me, significa ‘pensarmi’, immergermi in un tutto dove l’insieme delle cose è molto più della loro somma, dialogo, condivisione, pienezza del vivere. È attitudine creativa che si realizza nel ‘fare pensante’ che integra la mia vita nella sua forma più armonica e risponde ad un bisogno d’interezza che si realizza solo nel dialogo intimo con l’opera. Nello sfaccettamento della realtà, della complessità, si intersecano piani di pensiero che faticano a mantenere forma e dimensione nel tempo.

L’opera nasce dalla frammentazione del quotidiano, raccoglie e assembla le incongruenze, le dissonanze, le divergenze, gli attriti – le incompossibilità – ma anche le assonanze, i rimandi, le convergenze e li assembla  in una tessitura che prende forma e cresce cercando una sua identità, come le schegge impazzite, installazioni costituite da un’accozzaglia di pungiglioni dai colori stridenti, mantenuti in tensione dalla natura intrinseca dei materiali, in una postura aggressiva – come di un gatto spaventato che rizza il pelo – referenti di una condizione caotica del pensare e del sentire ma anche di una resistenza elastica al collassamento magmatico, alla resa incondizionata e disumanizzante. Come il gatto impaurito, si dispongono a vendere cara la pelle.

M. Levo Rosenberg, SCHEGGE IMPAZZITE pellicole radiografiche, decofix, cm 110x90x35, 2016

Ogni opera, nel corso della sua costruzione, attraversa un processo di personazione che, una volta concluso, la rende interlocutore affidabile, che può dialogare efficacemente con il suo autore, in primis, e poi con lo spettatore.

L’opera non ‘rappresenta‘: è.

Per quanto riguarda il rapporto con questo ‘essere’ delle opere, potrei dare ad ognuna un diverso nome proprio di persona e chiamarle a raccolta la sera, per sapere come hanno trascorso la giornata…nel mio dialogare quotidiano con loro stanno la continuità e la discontinuità che daranno vita all’opera successiva.

Margherita Levo Rosenberg, PIED PAPER (da The Call of the wild) pellicole radiografiche, rami di noce, su rete metallica, cm 100x150x50 ca., 2014

L’anatomia, nel descriverci il funzionamento neurobiologico del nostro cervello, utilizza simbolicamente delle figure antropomorfe sbilanciate nelle proporzioni – l’homunculus motorio e l’homunculus sensitivo – che indicano, anche quantitativamente, una mappa delle aree neuronali impegnate nelle funzioni fondamentali, dove decidiamo come il nostro apparato motorio compie i nostri movimenti e il nostro apparato sensitivo registra le nostre sensazioni.

Io immagino un homunculus artistico, con un apparato pensante nei polpastrelli delle dita, gli occhi tentacolari a periscopio, pieni di desiderio mentre gli altri due homuncoli, sensitivo e motorio, stanno al servizio delle sue intenzioni. Depositario e custode di una sfera di interconnessioni profonde che lavora alacremente a differenziare, disconnettere e separare così come a ad omologare, sintonizzare, armonizzare, ha un suo linguaggio, è polimorfo e si rivolge al suo omologo dell’interlocutore.

L’homunculus artistico, molto primordiale, conserva potenzialità ancestrali; non deve tener conto del tempo e dello spazio potendo muoversi simultaneamente in qualsiasi direzione di spazio e di tempo; il suo orizzonte è sferico, la sua casa senza pareti, la sua traiettoria radiante; ha il passo curvilineo di una pallina, la leggerezza di una farfalla e l’onnipotenza di un bambino;  fino ad un certo punto dello sviluppo tutto ne abbiamo uno enorme; crescendo tende a rimpicciolire…a volte scompare.

Nei bambini e negli artisti è gigantesco e domina la scena.

The Call of the Wild (work in progress), X-ray films, Wood Branches on net, variable size and composition (here THE WITCH) cm 90x130x50 ca. 2014

Io: Quali sono le principali fonti di ispirazione per i tuoi lavori e come procedi dall’idea fino alla realizzazione dell’opera? Qual è la relazione tra pensiero e linguaggio espressivo?

MLR: C’è un disagio che mi pervade ogni volta che mi accingo a descrivere il mio rapporto con l’arte; parlare delle mie opere e del modo nel quale si sviluppano nella mia mente, e prima ancora, nelle mie viscere mi riesce ostico; chi, come me, ha dovuto arrendersi alla necessità di esprimersi con le mani, ha poca simpatia per le parole, parlate e scritte, fuori da un’opera; le parole sono mercenarie di significazioni.

Tuttavia proverò a descrivere come nasce e come procede la mia ricerca.

Per prima cosa direi che ogni ciclo di opere – se non addirittura ogni opera – ha una storia diversa. Non tutte le opere che ho fatto si possono considerare ‘ispirate’ – talvolta si tratta di una ricerca che indaga le possibilità di attuazione, le caratteristiche del materiale, la congruità tra ciò che ho immaginato e la possibilità concreta di ottenerlo. Qualche opera, che non ho neppure iniziato, invece, sarebbe stata molto interessante. L’immaginazione creativa corre spesso più veloce delle mani e, quando un progetto è superato, la curiosità di esplorare il nuovo mi spinge incoercibilmente ad abbandonare il progetto del giorno prima. D’altra parte, le mie opere sono la storia della mia vita e dei miei pensieri: quando un’idea, un pensiero si modificano, sarebbe assurdo esprimerne la versione precedente invece di quella attuale.

L’esistenza è un viaggio relazionale; si incontrano persone e cose che ci sorprendono, ci emozionano o ci lasciano indifferenti. Di tutto conserviamo un’impronta che sedimenta da qualche parte; anche della mancanza conserviamo l’impronta, talvolta più profonda che della presenza.

Margherita Levo Rosenberg, PENSIERO D’ASSENZA, 2009

Tra pensiero ed espressione artistica vi è un legame imprescindibile; il pensiero nasce come immagine e non credo sia possibile pensare senza immaginare. Ogni pensiero ha una sua forma, una sua collocazione spaziale, perfino il pensiero del tempo; il passato si trova alle spalle e il futuro dinanzi a noi mentre il presente ha luogo in noi. Mentre lo stiamo pensando è già scomparso.

Il pensiero è in continuo movimento e l’opera ne coglie una relazione istantanea; ho rappresentato il pensiero come un rovello, che si incarna visivamente in un ricciolo filiforme, che si dipana nel farsi più definito e diventare un concetto, in una doppia spirale.

Mi sono sempre chiesta che differenza ci fosse tra un pensiero e una cosa; tra un concetto e un oggetto; l’arcano mi sembra essersi rivelato in un pomeriggio d’inverno, giocherellando con un piccolo quadratino di giornale, scritto da un lato e con un’immagine fotografica a retro. Bastava arrotolarlo a cono per intravvedere le due facciate, anche se non per intero e farlo diventare un oggetto – un cono – fatto anche di concetto: un conetto, diventato nel mio linguaggio la contrazione di concetto-oggetto. Sono nate così le conazioni, assemblaggi di conetti arrotolati a costituire dei paveé di accostamenti improbabili, come il mio ritratto vicino a quello di Sharon Stone.



Margherita Levo Rosenberg, MEMORIA TIEPIDA n° 7, acetato, dc-fix, pellicole radiografiche, spilli su rete metallica, cm 75×15 ca, 2008
 

Io: Nei tuoi lavori c’è una fondamentale sperimentazione di materiali differenti, molti di recupero. In particolare, molte opere sono intrecci e tessiture di pellicole radiografiche. Quali elementi dettano la scelta dei materiali e quali significati veicolano?

MLR: I materiali di recupero hanno sempre esercitato su di me una grande attrazione finda bambina, quando, vivendo in campagna, ho cominciato ad utilizzare la terra, i rami e le pietre come materiali da costruzione per le mie necessità di gioco; le ampie foglie dei noci, unite insieme da piccoli bastoncini infilati come spilli, a comporre tessuti per i miei abiti principeschi;  intrecci di ciliegie che, dopo aver svolto la loro funzione di collana regale, diventavano, a malincuore, una merenda soddisfacente. La mia prima scultura è del 1966; lo ricordo bene perché c’era stato l’alluvione – non solo a Firenze – ma anche da noi, in Piemonte. Il giorno dopo il paesaggio era completamene cambiato; i campi erano percorsi da profondi solchi scavati dall’acqua e vi trovai delle pietre ‘morbide’, ancora intrise d’acqua, che si potevano scolpire con facilità. Da una ricavai una testa di regina con un vecchio chiodo di ferro; un amico di famiglia volle acquistarla per una moneta da cinquecento lire d’argento, con i cavalli. Era una moneta affascinate che ho conservato gelosamente; credo che questo scambio abbia lasciato un segno profondo dentro di me, l’idea della preziosità intrinseca della mia propensione a creare.

Perché le pellicole radiografiche? Sono uno strumento per guardare dentro.  

Per me, che ho scelto di essere psichiatra e che ho fatto dell’approfondimento dell’interiorità il mio interesse prevalente, questo guardare dentro è diventato un aspetto fondamentale del mio fare arte. Le prime opere con le pellicole trovate in casa risalgono agli anni novanta; mi sembrava che dentro le immagini dovesse restare un po’ di quell’umanità da cui erano impressionate. In opere come comoda-mente ho cercato di dar corpo ad una sensazione approfittando dell’immagine radiografica nella sua veste anatomica: un cranio dove ho posizionato una poltrona per consentire alla ‘mente’, stanca, di riposare. In seguito mi sono sempre più abbandonata al chiaroscuro delle immagini, come fossero nuvole vaganti nel cielo, dimenticando completamente quale parte del corpo vi fosse rappresentata.

Più recentemente le radiografie hanno cominciato a diventare obsolete; gli studi radiologici e i reparti di diagnostica per immagini sono transitati sempre più verso l’immagine digitalizzata sullo schermo e per me, che riuscivo a procurarmi le radiografie di scarto di qualche reparto e quelle che mi venivano regalate da amici e parenti, si è aperto un mondo nuovo; le pellicole vergini. Quasi tutte rosa e viola intenso appena scartate, esposte alla luce virano – in minuti o settimane – a colori brillanti e metallizzati, oro e argento rame, verde, azzurro o grigio, ma anche celeste, vinaccia e cachi. Poi le pellicole digitali, azzurre trasparenti che assumono le diverse tonalità del cielo. Per alcuni anni ne ho fatto incetta, raccogliendo questi materiali, classificati tra i rifiuti speciali.

Sono affascinata dalla possibilità che mi si presenta di sfruttarne ogni caratteristica; il colore cangiante, la flessibilità e la resistenza, la forma che si ottiene mettendole in tensione, la possibilità – talvolta obbligata per motivi di privacy – di tagliarle in forme diverse, farne delle sagome o dei filamenti che fungono da legacci etc. Si può costruire un’opera dove le pellicole sono il supporto, la forma e l’immagine, la trama e l’ordito della stessa tessitura.

Margherita Levo Rosenberg, COMO-DAMENTE, 1996

Io: Dalla pittura sei passata ad opere che occupano uno spazio fisico tridimensionale, alcune installazioni ‘invadono’ tutto lo spazio che le ospita. C’è una componente assertiva del ruolo dell’opera d’arte e dell’artista in questa evoluzione?

MLR: Componente assertiva? Possiamo dire anche così. Vi è la mia concezione dell’arte e della sua relazione con il reale; opere come Pensieri pensati incarnati in forme che prendono vita e identità proprie.

Una sera, allo Studio Leonardi V-Idea di Genova, con il quale collaboravo da qualche anno, si cominciò a parlare della pipa di Magritte – Ceci n’est pas une pipe – e sentivo che sulla distinzione tra rappresentazione e realtà, non ero d’accordo; perlomeno non fino in fondo. L’idea di un confine, così netto non era abbastanza convincente. Fantasticavo sul Grande Fratello, il reality televisivo più in voga in quegli anni, e vi trovavo la risposta… Come la pipa di Magritte, qualcosa che appare ma non è… Come si sarebbe potuto percepire fino a dove prevalesse la recitazione della vita sotto la telecamera e quando, invece, la realtà di quella vita potesse irrompere nello spettacolo in tutta la sua autenticità? Dove trovare il confine tra la regia, il copione e la spontaneità dei personaggi?

Margherita Levo Rosenberg, Se magritte ed io… (pipa=mezza pipa+mezza pipa=pipa ), pellicole radiografiche, collage, cm 100×70, 2004.

Si sarebbe ancora potuto parlare di realtà e rappresentazione, anche alla luce della lezione di Duchamp, oppure bisognava  valicare un limite nuovo, oltre il quale non sarebbe più stato possibile iscrivere il reale e il non reale in questa semplice dicotomia?
Nelle settimane successive cominciai a produrre le opere di Naming, una mostra organizzata in seguito con l’Università di Genova, il filosofo Oscar Meo; autore di un libro dal titolo Mondi Possibili, e la linguista Laura Salmon.
Una ventina di opere sulla pipa di Magritte; alla prima ho dato il titolo di re nudo pensando che un bambino non avrebbe operato quella distinzione tra oggetto e rappresentazione che a me, fino a quel momento era parsa ovvia; un bambino, se gli avessero chiesto che cosa fosse, avrebbe semplicemente affermato che si trattava di una pipa. Un oggetto non può essere separato dalla sua rappresentazione pittorica, e neppure dalla sua rappresentazione linguistica, dal suo nome; natura e cultura non si possono separare.
Presentai la mostra con questa filastrocca, nella quale ancora mi riconosco:

Io sono un postmoderno
molto d’estate, poco d’inverno
io sono un concettuale,
se mi ferisci, se mi fai male
penso i pensieri blu, rossa la carne
credo nell’arte ma solo in parte
io sono un postrealista,
mentre ti guardo ti perdo di vista

MEMORIA LETTER-ARIA, XRay films, decofix, collage, cm 100cx100X35 ca, 2013



La conseguenza di queste riflessioni fu il passaggio al ciclo delle conazioni, opere tridimensionali costituite di concetti/oggetti; conetti di plastica, contenenti immagini trasformate in oggetti che assemblati in moltitudini costituivano altro, un flusso di trasformazioni continuo ed inarrestabile, che minava dalle basi l’idea di poter intrappolare una realtà possibile, assolta da un punto di vista soggettivo e da un istante dato.
Più recentemente mi sono arresa all’idea che il mio intervento nella creazione dell’opera sia sempre meno invadente, che il mio dentro e il mio fuori  non siano separati da un confine se non immaginario, che tra me e l’opera si crei un rapporto di scambio reciproco, che l’opera contribuisca a costruire il mio essere e la mia identità non meno di quanto io contribuisca alla sua creazione e che i miei pensieri, una volta pensati, prendano corpo e trovino casa, come uccelli appollaiati sugli alberi, lungo le strade del mio viaggio e mi pensino a loro volta, restituendomi alla magia del vivere e del sentire.

Margherita Levo Rosenberg, Memoria frivola, K1 acetate decofix Xray fims pins on net, cm 100x100x12

Io: Quanto è presente l’ironia nei tuoi lavori?

MLR: L’ironia è una componente fondamentale della mia vita e pertanto anche delle mie opere. È un modo di scendere a patti con il paradosso dell’esistenza: “che tragedia da ridere questo nostro soffrire, si nasce per vivere si vive per morire!” (Ettore Petrolini). Allora cerco soluzioni che mi facciano scattare la risata, come accostare il mio ritratto a quello di Sharon Stone, incollare l’immagine di un cavolo in mezzo alla tela e scriverci attorno “idea del cavolo” oppure reiterarla sul foglio per farne “una cavolata”. Il motto di spirito alleggerisce i fardelli di cui la vita mi carica e mi infonde una sensazione di pienezza che trovo rigenerante.

Margherita Levo Rosenberg, IDEA DEL CAVOLO, acrilico, collage su tela, cm 120×90, 2001

Io: Quale rapporto si instaura a tuo parere (e quali vorresti che si instaurasse) tra le tue opere e le tue installazioni ed il fruitore/osservatore?

MLR: Io considero ogni mia mia opera come materializzazione di un pensiero, ‘pensiero pensato’ che ‘pensoso mi pensa’, come ho scritto in uno dei miei più sentiti componimenti in versi. L’opera, nel suo farsi attraverso lo sviluppo di un’idea, nel suo farsi ‘persona‘ – come un adolescente che diventa adulto – si allontana dalla sua matrice creativa e si assume la responsabilità del dialogo che innesca con il mondo. Viana Conti, una decina d’anni fa, ha definito le mie creazioni come “dispositivi di cattura dell’attenzione”… credo che abbiamo una qualche vicinanza con i Gargoyle, demoni e animali mostruosi delle cattedrali gotiche,  il cui nome deriva dal garguglio latino, l’antro dal quale sgorga rumoreggiando l’acqua e che, come l’acqua, sono messaggeri di contenuto.

Vorrei che le mie opere avessero un grado di autonomia sufficiente a reggere anche i contrasti più difficili…le vorrei infrangibili, indeformabili, capaci di adattarsi allo spazio che potrà  essere loro dedicato.

Margherita Levo Rosenberg, NELLA DERIVA DEL ROSSO, acetato dc, fix pellicole radiografiche spilli su rete metallica, cm 320x320x15 circa, installazione per ZooArt Cuneo, 2008

Io: Praticare l’arte – farla e frequentarla – ha un valore psicologico, sociale, emotivo – per l’individuo e per la comunità – secondo te?  E se sì, quanto influisce la conseguente “responsabilità dell’artista” nella creazione dei tuoi lavori?

MLR: Penso che la poetica di ogni artista si nutra del suo quotidiano. Alcuni eventi hanno segnato più di altri la mia esistenza. Sono nata in campagna, da una famiglia di contadini ed ho trascorso l’infanzia in mezzo ai campi, tra cielo e terra, a contatto con la durezza del lavoro e l’insicurezza della precarietà. D’inverno disegnavo e ritagliavo bambole dai giornali, sul tavolo di cucina, mentre mia madre sfaccendava e mi faceva partecipe dei suoi sogni, parlandomi in dialetto piemontese per non trasmettermi quello che riteneva essere il suo italiano imperfetto. Di quegli anni ricordo la fatica nel suo sguardo, le lacrime d’agosto sotto la grandine che in un attimo vanificava il lavoro di un anno intero e un grave incidente agricolo di mio padre che lo lasciò fortunatamente in vita ma cambiò la nostra esistenza per sempre. La mia fantasia ricorrente da bambina era di volare oltre le colline. L’impatto con la lingua italiana, nei primi giorni di scuola, non fu drammatico per me ma per il mio compagno di banco, che non era riuscito a chiedere per tempo di andare in bagno, segnando un ricordo di quelli che non si cancellano più. In seguito, durante gli anni dell’università ho incontrato l’uomo che poi è diventato mio marito; un soldato israeliano con un bagaglio di cultura e di esperienza molto diversa da quella che conoscevo; una relazione che ha aggiunto al mio mondo molti dei tasselli mancanti, come il non aver mai saputo di avere ascendenze ebraiche, accuratamente occultate e negate per un paio di generazioni.

Una scoperta che mi ha profondamente ferita; il soffocamento volontario di un’identità indotto dal desiderio di preservare le generazioni a venire dalle sofferenze inferte dall’antisemitismo.

La pratica artistica mi ha permesso di lenire questa ferita e di superare quella ‘mancanza d’intero‘ che mi portavo dentro dall’infanzia.

Margheruta Levo Rosenberg, PASSAGGIO SEGRETO, pellicola radiografica, vitigno, cm 90x35x20 ca., 2013

“Passaggio segreto” è l’opera che ha dato il titolo alla mostra sulla memoria, alla Galleria Comunale La Pescheria di Cesena, curata da Maria Grazia Melandri, nel 2014. Evoca la potenza della comunicazione inconscia; quella che si era creata tra me e mio padre, consentendomi di ritrovare il ‘luogo‘ delle mie origini.

Margherita Levo Rosenberg, PREGHIERE PERDUTE

Preghiere perdute è il requiem dedicato a mio padre, scomparso nel 2012.

Aspetto imprescindibile della mia vita è il contatto con la sofferenza psichica, con le cause e le conseguenze della perdita di contatto con la realtà, che ha condotto il mio interesse, da un lato, verso gli aspetti emozionali e psicologici dell’esistenza ma anche i diversi modi d’intendere quella realtà che ci costringe ad adattarci ad una ‘norma‘ e le conseguenze politico sociali di questa norma. Dall’altro verso l’inevitabile riflessione sull’essere, gli aspetti filosofici del rapporto tra l’essere e il rappresentare, tra natura e cultura, affrontando i temi del linguaggio e delle sue molteplici implicazioni. Ho condotto atelier di terapia espressiva per quasi venticinque anni con pazienti psichiatrici molto gravi ed ho imparato che esprimersi e comunicare è una necessità di tutti e che ognuno di noi, in qualche modo, si esprime artisticamente, anche se in forme che non sono codificate come tali. Da loro ho imparato che la creatività non è un privilegio di pochi e che, quando troviamo un modo di esprimerci, consonante con le nostre attitudini, comincia a ricucirsi quello ‘scollamento’, quella ‘mancanza d’intero’ che porta allo scoperto la carne viva e, quando la nostra interiorità trova protezione, possiamo ricostruirci come persone, con una nostra specifica identità.

In questo senso l’arte ha un grande valore psicologico, come un rito sciamanico, nel restituirci ‘i pezzi d’anima’ che abbiamo perduto.

Il cavolo permanente di Wilson; acetato, dc-fix, pallone bruciato, su rete metallica, cm 70x70x35, 2009

Tuttavia l’esperienza fondamentale, quella che mi permette di frequentare le emozioni più profonde, senza caderci troppo dentro e restarne intrappolata, risale alla mia infanzia ed è il mio rapporto ancestrale con la terra.

Noi piantiamo gli alberi – diceva Joseph Beuys – ma gli alberi piantano noi”; sento che questa affermazione mi riguarda profondamente.

Beuys diceva anche che dobbiamo rendere conto al mondo di ciò che abbiamo fatto della nostra vita: mi identifico con questa posizione di dover rendicontare a chi sta accanto a noi, ma anche a chi è venuto prima di noi – il dovere della memoria – a chi viene dopo di noi. Abbiamo tutti una responsabilità nei confronti della storia: presente, futuro e passato (Walter Benjamin). Per l’artista la rendicontazione si esprime nell’opera che è sintesi estetica; altro dalla teorizzazione e dalla militanza politica.

Margherita Levo Rosenberg, Sulla rotta di Noè, installazione ambientale, 2016

Io: C’è un’opera in particolare nella quale ti riconosci maggiormente e dalla quale non ti separeresti, e perché?

MLR: Ce ne sono molte, diverse nei diversi periodi della vita. Alcune perché mi hanno fatto paura e tenerle vicine mi aiuta a controllarle, altre perché rappresentano un cambiamento o sono legate ad un evento particolare della mia vita. Tuttavia considero le mie opere come parti diverse di una stessa grande tessitura, legate le une alle altre in un continuum che ha radici nella mia biografia; faccio fatica a separarmi da tutte.

“Anselma”, ad esempio, è una sorta di autoritratto che mi rappresenta nell’insieme dei materiali e del loro impiego; può stare sospesa in aria o accasciata a terra, è fatta di molte pellicole radiografiche per leggere ‘dentro’; qualche ricciolo rosa per la femminilità; qualche ricciolo a quadretti bianco/blu per il ruolo nello spazio familiare; qualche frangia mimetica militare per la piccola guerriera che sta in me; un po’ di pelle di serpente per la perfidia, qualche filo di pizzo rosso ciliegia per la sensualità, poco prato finto con le bustine del thè che bevo ogni giorno e una piccola collezione di esseri umani stampata su frange azzurre, qualche lettera ebraica sovrapposta alle lettere usuali e qualche ramo di vite per le mie origini. E’ da questa mescolanza che nasce la mia identità e l’energia del quotidiano.

Io: Un anno sicuramente difficile questo. La pandemia e il lockdown hanno indubbiamente minato molte certezze consolidate e costretto a rivedere i nostri punti di vista. Come hanno influito sul tuo lavoro e sulle tue opere?

MLR: In realtà non ho mai avuto molte certezze per cui, la pandemia ha, in parte, solo confermato il mio stato di ‘disincanto fragile‘ nel quale mi sono sempre riconosciuta. L’assenza di certezze che ho spesso risolto, nei primi anni della mia attività artistica, con affermazioni apodittiche che si esponevano per essere confutate: “Il silenzio è un’assenza da giustificare”, “Se sai leggere è inutile che io scriva; se non sai leggere è inutile che io scriva” e così via, in quest’ultimo periodo mi ha indotto  a creare opere come “La ruota della fortuna”, “Human Crossing”, “La stessa barca” e gli “Stracci di rete” che hanno un legame esplicito con la contingenza della quotidianità.

Margherita Levo Rosenberg, UNO STRACCIO DI RETE, 2020

Più recentemente sto lavorando ad una serie di opere stimolate da una riflessione sula crisi della cultura occidentale, che, in occasione della pandemia, ha mostrato tanta della sua inadeguatezza. Ne è scaturita una serie di opere giocose su argomenti straordinariamente seriosi, come “L’ombra della festa” e “La festa proibita”; “L’ombra del peccato”, la serie “Dal diario dei peccati veniali” che cercano di stemperare nell’ironia la gravità della situazione.

Margherita Levo Rosenberg, LA FESTA PROIBITA, 2020

Io: A quali progetti stai lavorando al momento e a quale vorresti dare forma in futuro?

MLR: Continuerò la mia ricerca di ridefinizione degli elementi della realtà. Ho sempre pensato che l’arte abbia la realtà come oggetto e che, quando cambia l’oggetto dell’arte questo accada perché il modo di percepire la realtà sta subendo un cambiamento. Basta pensare al surrealismo – che io chiamerei in altro modo – per comprendere che non erano gli artisti ad aver cambiato l’oggetto del loro interesse ma erano maturati i tempi per comprendere che il mondo interno delle persone poteva essere reale quanto gli alberi e le montagne. Come scrissi in occasione della mia mostra Reality Test, del 2003, io continuo ad essere ossessionata dalla necessità di trovare una relazione armonica fra le molteplici sembianze con cui la realtà mi appare ma negli ultimi anni, l’idea che si possa convivere con la mancanza di una definizione del reale mi è meno insopportabile; una delle ultime serie di opere, che chiamo scampoli mutuando evidentemente il sostantivo dal mondo dei tessuti – ne sono il paradigma; per tanto che io mi sforzi, avrò del reale soltanto scampoli di una tessitura che si estende all’infinito,  nello spazio e nel tempo. Le opere della serie degli scampoli, non hanno verso, sono composte di frammenti sostituibili e intercambiabili. Non hanno misura rigida e possono adattarsi allo spazio che può essere loro dedicato. Sono composte per la maggior parte da materiali riciclati, talvolta integrati da altri, predisposti allo scopo. Qualsiasi materiale, dedicato ad uno specifico impiego può assolverne molti altri e la mia ricerca, negli ultimi anni è sempre più motivata dal bisogno di rendere lo sguardo più circolare intorno alle cose; l’arte ‘circolare‘, messa a punto formalmente nel 2005 con le conazioni, nel 2019 ha trovato, un nome e un manifesto.

Margherita Levo Rosenberg, SCAMPOLI – Omaggio a Van Gogh – pellicole radiografiche, carta plastificata, cm 100×100, 20120

Manifesto dell’arte circolare

L’arte ha per oggetto la realtà

Quando l’espressione artistica si modifica significa che la percezione e la concezione del reale sono mutate

La realtà è un fenomeno percettivo

La percezione è un fenomeno relazionale attivo che coinvolge il patrimonio mnesico, cognitivo ed emotivo, del percipiente

Nel mondo contemporaneo il limite tra realtà e rappresentazione si è definitivamente dissolto e nell’espressione artistica conseguentemente

L’opera d’arte non rappresenta

È

Margherita Levo Rosenberg, NE HO VISTE DI TUTTI I COLORI, K1 acetate, decofix Xray, fims pins on net, cm 200x65X10

Il manifesto è pubblicato su Facebook, in un gruppo che ho chiamato ARTISMO, come il ciclo di mostre che ho curato al Museattivo Claudio Costa, dopo la sua morte, nel 1995, e fino al 2014, anno in cui ho deciso di dedicarmi ad altri progetti: ARTISMO è il termine con il quale ho indicato  un’attitudine all’operare artistico, che includa qualsiasi poetica e qualsiasi tecnica finalizzata ad una modalità di comunicazione che tenda ad integrare, a sintetizzare, superando alcune tendenze espressive del novecento che inevitabilmente hanno risentito della spinta divisiva della super-specializzazione, perdendo – non di rado – la visione d’insieme.

L’arte si occupa sempre della relazione tra l’essere umano e il mondo ‘reale’.

L’opera d’arte, anche se parte dall’ analisi, appartiene al regno della sintesi ed è tanto più intensa quanto più coinvolge l’insieme delle percezioni, dove la percezione è un processo attivo, del quale fanno parte la cultura, la storia, la memoria, l’emozione…

L’analisi dettagliata appartiene al regno della scienza.

Camminerò “fino a dove non conosco ancora”, rubando l’espressione a un amico.

Di una cosa sono certa: voglio continuare a ricreare la vita, fino a quando la vita non deciderà di ricreare me.

Margherita Levo Rosenberg, MEMORIE DI PAMPINI TEMPORALE, acetato, pellicole rx, spilli su rete metallica, cm 12x120x13

Chi è Margherita Levo Rosenberg

Margherita Levo Rosenberg è nata a Ponti (AL), nel 1958. Artista, psichiatra, arteterapeuta.

Nel 1992 ha fondato il gruppo Pandeia, con una decina d’artisti uniti sulla base di affinità concettuali più che formali. Dal 1996 al 2014 è stata direttore artistico dell’Istituto per le Forme e le Materie Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata delle scelte espositive, di studi e ricerche sui rapporti tra creatività ed integrazione della personalità. Temi sui quali ha relazionato a numerosi congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati. Le sue opere sono in collezioni museali in Italia e all’estero.

Margherita Levo Rosenberg, MADRE DI VENTO, pellicole radiografiche vergini vitigni, cm 230x230x230, 2013

Contatti

https://levorosenberg.it

 

Erika Giacalone

Da una continua sperimentazione di tecniche e materiali Erika Giacalone crea sculture che trovano pieno “compimento” soltanto nel dialogo con il fruitore finale. Una manipolazione della materia che diventa anche la cifra della sua ricerca artistica e la chiave di lettura del suo lavoro.

Intervistarla è stato per me illuminante per comprendere meglio il senso del suo “essere artista” e il significato delle sue opere.

Ties, 2018, salpa/supporto plastico 100 x 120 x 25

Io: La ricerca sui materiali è tema centrale del tuo lavoro. Quanto è importante anche rispetto al significato dell’opera?

EG: In ogni caso sia la ricerca sui materiali che il significato dell’opera sono strettamente collegate. L’opera acquisisce significato attraverso il carattere intrinseco della materia. È il materiale che dona significato all’opera.
Ogni singolo pezzo che compone l’opera finale viene creato pensando alla manipolazione/tensione che dovrà essere applicata alla materia. È una doppia comunicazione – tra quello che il materiale mi permette di fare e quella che è poi la sensazione che vorrei il lavoro conferisse.

Struggle 2019, intreccio corda, spago, cm 90 x 50 x 22

Io: Ai materiali, prevalentemente organici, che scegli per le tue opere applichi anche tecniche di lavorazione che sono tipiche della fiber art (come l’intreccio) per creare vere e proprie sculture, talvolta di dimensioni importanti. Qual è la genesi dei tuoi lavori? Parti dall’idea, da un progetto, dai materiali? E la tecnica che impieghi è dettata dalla materia oppure la sperimenti cercando poi il materiale più adatto?

EG: La genesi dell’opera parte da una sensazione, suggestione, da una pulsione data dalla volontà di manipolare fisicamente la materia.

Questa spinta si traduce in progetto ma non diventa  mai progetto “finito”. Cerco sempre di farmi guidare dalla materia stessa, quindi il progetto rimane aperto e mutevole durante il processo creativo, diventando esso stesso procedimento d’esecuzione e parte integrante  dell’esecuzione.

Linfa, 2020, cm.60x25x35, corda e spago

Le considero opere “aperte”. Ogni singola opera, ogni singola manipolazione mi porta al passo successivo. Come pezzi di un puzzle, comprendo di volta in volta, le innumerevoli possibilità di manipolazione che possono essere attuate ed analizzate per l’opera successiva. Ed è proprio per questo motivo che la tecnica impiegata è dettata dalla materia stessa, è  la materia organica che mi guida mostrandomi le sue caratteristiche attraverso la manipolazione.

Spin, 2016, cm. 20x20x22, carta, gomma industriale

Io: Le tue sculture sono spesso una ricerca di equilibrio fra opposti – malleabile/rigido, organico/inorganico, ecc. Questa esplorazione dei limiti è anche la cifra concettuale del tuo lavoro?

EG: Si, sono i limiti, i confini ma soprattutto la ricerca dell’equilibio e della convivenza tra materie completamente opposte. La scelta di utilizzare la materia organica ed accostarla ad elementi come la gomma (e simili) che assume carattere inorganico, è data dalla curiosità di capire come due materie, così diverse e distanti per natura, possano auto-reggersi e convivere nello stesso spazio. Essenzialmente, nonostante siano chimicamente diverse, la salpa (rigenerato di cuoio) non può assumere la sua forma se non ci fosse la gomma a reggerla.

L’essere umano è fatto di contraddizioni ma soprattutto di sensazioni opposte. La cifra concettuale del mio lavoro è cercare un’equilibrio tra queste sensazioni che nel mio caso vegono tradotte attraverso l’utilizzo di materie diverse tra loro.

Haywire, 2017, salpa, gomma industriale, cm 30 x 40 x 15, (collezione privata)

Io: C’è un’opera a cui sei particolarmente legata o che maggiormente ti rappresenta e perché?

EG: Tutte sono state importanti seguendo la logica del mio processo creativo ma se dovessi scegliere, il pezzo al quale sono fortemente legata è Organism del 2016.

Organism è concettualmente il passaggio verso la scoperta della scultura. Le mie radici sono prettamente pittoriche ma attraverso lo studio e la ricerca avevo preso coscienza che la materia avesse un peso, una gravità importante nonché un colore caldo che attraesse al primo sguardo e che allo stesso primo sguardo queste caratteristche fossero chiaramente leggibili.

Linea pulita, una scultura disegnata, il colore puro della materia.

Pulsations 2017, Salpa, gomma industriale, cm 30 x 60 x 20

Io: Che ruolo ha il fruitore, il pubblico nelle tue opere?

EG: Il  fruitore completa il lavoro.

Il fruitore percepisce  attraverso la manipolazione non solo le caratteristiche appartenenti alla  materia, ma mette necessariamente in moto i suoi sensi come l’olfatto, il tatto…

Quando il fruitore percepisce tutto questo l’opera è completa.

Organism, 2016, salpa, gomma industriale, cm 110 x 165 x 30

Io: Come ha influito sulla tua ricerca questo anno così anomalo?

EG: È stato un anno particolarmente complicato, su tutti i fronti.

Io vivo in una piccola città in periferia. Sono contornata da tanta natura e bellezza per mia fortuna.

Nel periodo in cui tutto il mondo si è completamente fermato mi sono ritrovata a casa, tutti i giorni, tutte le ore. È stato come vivere sospesi o all’interno di una bolla di sapone. La mia ricerca in un primo momento ne ha giovato, ho sperimentato e lavorato tanto. Con il passare delle settimane è diventato tutto più complicato.

La ricerca nasce da innumerevoli impulsi, una passeggiata, una chiacchierata, una foglia che si muove al vento.

Questo mi è mancato ma ho continuato a lavorare ed a concentrami, sono fiduciosa per il futuro.

Methamorphosis 2019, intreccio corda spago, cm 170 x 20 x 60

Io: A quali progetti stai lavorando e a quale vorresti lavorare in un prossimo futuro?

EG: Attualmente ho iniziato a lavorare con il filo, la corda e filati in generale. Penso sia una materia dalle mille caratteristiche e possibilità e questo mi incuriosisce molto.

Nonchè la possibilità di pensare a lavori che si autoreggano, pensare a dimensioni ampie…è un campo aperto da sperimentare.

Hybrid, 2016, salpa, ecopelle, gomma industriale, cm 60 x 160 x 20 (collezione privata)

Chi è Erika Giacalone

Erika Giacalone, classe 1990, ha iniziato la sua ricerca con una pittura di marca concettuale, che si evolve verso la ricerca di nuovi materiali. La carta (e derivati) diventa il materiale prediletto, elemento base per la costruzione e sviluppo di nuovi progetti sempre in continua evoluzione. Di suo particolare interesse è la potenzialità della materia in tutte le sue forme, fattore che ha un compito fondamentale all’interno del suo processo creativo e per tale ragione vengono utilizzate materie dai caratteri contraddittori: organico/ inorganico, morbido/rigido, pittura/scultura.

Viene affascinata dalle evoluzioni compiute dalla scultura del Novecento, questa, insieme alla pittura, sono i punti che hanno favorito l’elaborazione di opere che prevedono il connubio tra le due discipline; utilizzando il carattere intrinseco della materia organica, attraverso la continua interazione e manipolazione della stessa, per avviare uno studio sulla forma. In questo panorama, il materiale organico prende ogni volta nuova vita, rendendo l’”oggetto” artistico un vero e proprio “organismo vivente”, attraente alla vista e al tatto.

Fall, 2016, salpa, gomma industriale, cm 180 x 190 x 40

Tra le mostre a cui ha partecipato: (2020) Verzahnung, Haus Der Kunst, cantieri Culturali della Zisa, a cura di Verein Düsseldorf-Palermo, Palermo; Premio Combat Prize, Bob art associazione culturale, Livorno; (2019) Festival Venti Contemporanei a cura di Virginia Glorioso, Cereggio (RE); Die Grosse Kunstausstellung 2019, Museum Kunstpalast, Düsseldorf; (2018) Die Grosse Kunstausstellung 2018, Museum Kunstpalast, Düsseldorf; (2017) Fattoconlemani – mitdenhänden gemacht  a cura di  Verein Düsseldorf-Palermo, Düsseldorf; made in paper, Galerie Exit Art Contemporain, Boulogne-Billancourt, Francia; (2016) Haus Der Kunst, Cantieri Culturali della Zisa; Premio FAM Giovani per le Arti Visive, seconda Edizione, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento (AG); (2015) “PRIMO“, a cura di Virginia Glorioso e Francesca Malleo, Palazzo Zingone, Palermo; “Codex / I codici del Contemporaneo”M.E.S. / Museo Ex Convento dei Carmelitani, Sutera (CL); “SmALL “Gruppo Saps- mostra collettiva di Arti Visive, Torretta (PA); RESIDENZE/ “tra identità e memoria” Partanna,(TP) a cura di Gruppo SAPS, con il Patrocinio del Museo Riso, Accademia di Belle arti di Palermo e Comune di Partanna; FISAD- Primo Festival Internazionale delle scuole d’Arte e Design, Torino (TO); (2014) “Start Up” a cura di Emilia Valenza, Fiammetta Sciacca, Villa Niscemi, Palermo (PA). Premi 2016: 3th Premio FAM Giovani per le Arti Visive, Agrigento Premio Unicredit, Accademia di Belle Arti di Palermo.

Contatti

https://www.facebook.com/erika.giacalone/

https://www.instagram.com/erika.giacalone/

phone: +39 3290451969

E-mail: erikagiacalone31@gmail.com

Elogio dell’essenziale: le opere di Annalisa Di Meo

di Barbara Pavan

Scrive Tomas Tranströmer, Nobel per la Letteratura nel 2011, in un libro dai toni autobiografici: “La mia vita. Quando penso a queste parole mi vedo davanti una scia di luce. Guardando più da vicino, la scia di luce ha la forma di una cometa, con una testa e una coda. L’estremità più luminosa, la testa, è l’infanzia e l’adolescenza. Il nucleo, la parte più densa, sono quei primissimi anni in cui vengono definiti i tratti fondamentali della nostra esistenza. Cerco di ricordare cerco di arrivare fino a là. Ma è difficile muoversi in quelle regioni compatte, è pericoloso, mi dà come la sensazione di avvicinarmi alla morte. Poi la cometa si dirada – è la parte più lunga, la coda. Diventa man mano più rarefatta ma anche più ampia.” (T. Tranströmer, “I ricordi mi guardano”, IPERBOREA Ed.)

A questa ‘ampiezza’ più eterea, impalpabile, rarefatta rimandano anche i lavori di Annalisa Di Meo. Una ricerca, la sua, che parte dalla natura indagandone, però, la meraviglia dei dettagli trascurati e trasformandone l’essenza in una riflessione esistenziale ben coniugata con una cifra estetica capace di regalare bellezza e leggerezza alla materia di cui ragiona. Ed è di essenza, appunto, che ragionano queste opere rimandando all’unicità della singola foglia, della singola ala d’insetto, allorché il paziente lavorio della vita ne ha ridefinito la forma e la sostanza. Quella stessa vita che, come certi artisti, opera per sottrazione e di cui Annalisa Di Meo, lungi dall’osservarne il risultato come uno scarto sulla via della dissolvenza, ne cattura l’essenziale, ovvero ciò che rimane al netto delle prove, delle perdite, delle avventure, dei successi e delle delusioni, delle gioie e dei dolori, delle battaglie vinte e delle molte sconfitte. È questa, paradossalmente, la struttura resistente, l’anima solida rimodellata e ridefinita dal vento, dal sole, dal tempo, privata di ogni orpello; come, ad esempio, quel verde brillante che ogni foglia sfoggiava sull’albero insieme alle sorelle, e che da lontano talmente uguali le faceva apparire da non distinguerle, finendo indicate semplicemente come ‘le foglie del tale’ o talaltro, se non, addirittura, genericamente ‘la chioma’. Non è più così ora, quando di ognuna di esse sono chiari e ben delineati il carattere, la ‘materia’ (o meglio la stoffa) di cui son fatte e la storia che le ha attraversate.

Tema attuale e spinoso da affrontare quello del trascorrere del tempo e dei suoi effetti in una società come quella contemporanea che nega dignità e valore alla vecchiaia, che finge che la morte non esista, che guarda a se stessa come figlia di un’era tecnologica e scientifica che ci renderà tutti perfetti ed immortali e in cui la giovinezza è un must, oltre che un valore – talvolta ahimè l’unico – da perseguire e conservare ad ogni costo. Argomento ancor più attuale se poi mi trovo a scriverne al termine di un anno in cui tutte queste certezze hanno a dir poco vacillato.

Il lavoro di Annalisa Di Meo ci restituisce lo sguardo poetico sul mondo, sottrae il tempo della nostra vita alla velocità con cui consumiamo ogni esperienza (prima che fosse il COVID a imporcelo), ci consegna la chiave per tornare a godere della bellezza dell’ovvio e, soprattutto, riporta la riflessione sull’avvicendarsi dei fenomeni e dei processi naturali – nascita, crescita, morte – indissolubilmente legata al mistero dell’esistenza che tanto ci disorienta.

L’artista usa l’arte come una lente di ingrandimento, e spago, lino, fibre e stoffe per allestire il suo personale piccolo museo di storia naturale: con metodo quasi scientifico, come un moderno Linneo, scopre, raccoglie, esamina ma in più, con pratica artistica, elabora e ci restituisce non cassette per insetti o erbari bensì opere d’arte. Perché quello che ci appare come la riproduzione macro di un dettaglio di una foglia o di un’ala è – direbbero in altri tempi – mirabile artificio, un lavoro a cui l’arte consente di custodire la traccia – le tracce – dell’infinitamente piccolo e – idealmente, per estensione – dell’intero universo, passato, presente e futuro con i suoi segreti e le sue domande aperte.

Di quelle tracce, che sono anche le nostre, possiamo far tesoro per dar forma a pensieri, emozioni, riflessioni. Oppure possiamo dimenticarcene, lasciarle scivolare in qualche angolo della nostra memoria. Poiché lì, in ogni caso, le ritroveremo “come – per citare nuovamente il nostro Tranströmer – se aspettassero il loro momento”

Annalisa Di Meo (nata a Brescia nel 1977) inizia la formazione artistica presso il Liceo Artistico “M. Olivieri” di Sarezzo (BS), dove si diploma nel 1995 a pieni voti. Successivamente si iscrive al Politecnico di Milano dove si laurea in Architettura nel 2003; durante gli studi universitari consegue inoltre la qualifica di Operatore grafico pubblicitario. Dal 2006 partecipa a mostre e concorsi in Italia e all’estero.

http://www.annalisadimeo.com

Fabia Delise

Una tecnica padroneggiata magistralmente per consentirle di superarne i limiti attraverso una sperimentazione capace di coniugare rigore esecutivo e contenuti emozionali profondi: questa la sintesi della ricerca artistica di Fabia Delise che si racconta in questa intervista.

Io: Fili e tessuti ti hanno accompagnato dall’infanzia fino a diventare il medium espressivo della tua ricerca artistica. Era nel tuo ‘DNA’ oppure è una scelta di lentezza, di un ritmo del vivere e del lavorare meno asfittico e frenetico?

FD: Credo di poter rispondere tranquillamente entrambe. Provengo da un contesto in cui il lavoro manuale era considerato un bene prezioso, in una terra mitteleuropea, crocevia di popoli. La mia stessa famiglia è un concentrato di diverse realtà. Sono nata a Trieste, mia nonna materna è friulana e mio nonno di Grado, mentre la famiglia di mio padre ha le radici in Istria… tutti mondi apparentemente vicini, che portano con sé usanze, gesti e tradizioni. Questa varietà ha contribuito ad arricchire la mia ricerca artistica, aiutandomi a creare quell’impronta personale che credo sia ben visibile nel mio lavoro. La mia esperienza iniziale e l’interesse per il ricamo tradizionale mi hanno portato verso una naturale attenzione al gesto, consapevole, ripetitivo, preciso, a volte monotono. Per me cucire a mano è ormai diventato una forma di meditazione, un vivere lento immersa nei miei pensieri. Un rifugio dai ritmi frenetici che la quotidianità di oggi ci impone.

Io: Hai scelto di utilizzare tecniche tradizionali rigorose, senza concedere nulla alla via più rapida e più semplice, applicandole poi nel superamento di ogni schema in una continua innovazione e sperimentazione. Rigore e libertà: come concili questi due principi apparentemente opposti?

FD: La scelta di seguire la tecnica tradizionale è dettata principalmente dalla volontà di portare avanti una tradizione che altrimenti potrebbe venir dimenticata. Trascorrere tante ore a cucire a mano è fisicamente molto faticoso, ma – nonostante questo – non mi sfiora quasi mai l’idea di prendere delle scorciatoie. La consapevolezza del gesto e l’importanza di una manualità che non fa più parte del quotidiano sono fattori su cui ho posto la mia attenzione da tempo. Riportare questi gesti in un contesto moderno dando vita ad un lavoro visivamente contemporaneo è stato fin dall’inizio il punto di forza dei miei progetti con gli esagoni. Rendere innovativa una tecnica così antica si è rivelata essere una sfida interessante che mi ha conquistato da subito. Diversi fattori rendono attuale un lavoro ad esagoni; nel mio caso la totale assenza di forme geometriche comuni (tipo losanghe o fiori), l’utilizzo di una palette cromatica insolita, l’inserimento di spazi vuoti… in poche parole il superamento dei rigidi schemi compositivi legati alla tecnica tradizionale. L’abbandono delle regole crea un senso di libertà che stimola la mia creatività. A volte le idee per un nuovo progetto nascono inaspettatamente e aprono infinite possibilità di composizione. La tecnica tridimensionale, che ho iniziato a sperimentare solo 2 anni fa, amplifica e potenzia questo aspetto rendendo interessanti le sfide che affronto in ogni lavoro.

Io: I colori delle tue opere rimandano spesso ad una natura autunnale, alla luce invernale, alla quiete notturna. Questa atmosfera intima e meditativa è l’ispirazione da cui nascono i tuoi lavori oppure la meta a cui tende la tua ricerca?

FD: Sono una persona introversa e credo che questo si rifletta nelle scelte che faccio quando penso ad un nuovo lavoro. Tutto comincia con i colori, dai quali nasce la mia ispirazione. La passione per la fotografia mi permette di fissare determinate situazioni o combinazioni cromatiche che mi suscitano emozioni, mi aiuta a stabilire il punto di partenza per una nuova composizione. Il mio percorso di studi (ho una laurea breve in Economia del Turismo) e la mia vita privata mi hanno dato la possibilità di viaggiare e vivere in luoghi diversi. Ed è proprio da questi viaggi che spesso nascono le idee per i nuovi lavori. Amo i paesi nordici, la luce e il calore di quei mondi nelle stagioni fredde. Avvolta dal bagliore delle candele e dalle calde e accoglienti atmosfere invernali, mi sento a casa ovunque. La mia città natale mi ha insegnato ad assaporare i colori a seconda delle stagioni.

L’autunno è la mia stagione preferita e i colori che l’accompagnano mi ispirano sempre. Il rosso delle foglie di sommacco che contrasta con la fredda pietra del Carso, l’aria tersa dopo una giornata di bora, le sfumature di grigi nelle giornate piovose, la terra rossa dell’Istria. Potrei continuare all’infinito, ma credo che tutti questi colori e meravigliosi paesaggi alla fine vengano filtrati da un gusto personale che è stato negli anni nutrito e consolidato dalle esperienze che ho vissuto, dai ricordi e da un’estrema facilità ad emozionarmi che, in questo caso, è una preziosa risorsa.

Io: Quali sono i materiali che utilizzi per i tuoi lavori? Sono anch’essi oggetto di sperimentazione?

FD: Nel corso degli anni i tessuti dei miei lavori sono cambiati molto. Inizialmente usavo i tinti in filo giapponesi, la seta e il lino, ma anche dei tessuti stampati commerciali. Quando ho sentito l’esigenza di seguire un percorso più personale e di spostare la mia attenzione su una ricerca più artistica, il passaggio verso una diversa scelta dei materiali è avvenuto naturalmente. Ora per le mie opere utilizzo stoffe monocromatiche tinte a mano che acquisto nei mio vagabondare per il mondo e solo di rado mi concedo di usare dei batik. A queste mi piace associare dei tessuti stampati e dipinti da me, seguendo varie tecniche che ho appreso negli anni frequentando corsi e master class di artiste che ammiro. Un altro aspetto che trovo interessante è la possibilità di dare ai tessuti una seconda vita. Non a caso metto da parte e colleziono da sempre tessuti, pezzi di vecchi vestiti o scarti di sartoria che inserisco nei lavori e che aiutano a creare un legame tra le mie creazioni, i ricordi e le esperienze vissute.

Io: Da molto tempo ormai i tuoi quilt sono opere d’arte tessile astratta. Quali sono i messaggi che veicolano?

FD: Nel mio caso i lavori nascono dalle emozioni e credo che questo si possa facilmente percepire quando ci si trova davanti ad uno dei miei quilt. Ognuno di essi racchiude al suo interno qualcosa di me: momenti, ricordi, sentimenti e legami. Legami affettivi, legati alle persone che fanno parte della mia vita, al territorio, alla mia terra natale, alle tradizioni. Io li progetto basandomi su elementi del mio vissuto, tutto ciò che conosco e fa parte del mio mondo. Essendo i miei lavori astratti, però, ognuno è libero di assegnare loro un significato personale, di guardarli, interpretarli e assimilarli secondo i propri valori.  Altri aspetti evidenti sono la compresenza di tradizione e innovazione e l’importanza del gesto consapevole, preciso e ripetitivo, che induce a una forma di meditazione, un mantra personale che aiuta a trovare un equilibrio interiore. Questo pone l’attenzione al bisogno di rallentare i ritmi che il vivere moderno ci impone, e all’importanza della pazienza e del trascorrere del tempo con sé stessi.

Io: I tuoi ultimi lavori sono tridimensionali. Come hai sottolineato tu stessa, in queste opere c’è un ampio margine di imprevedibilità rispetto all’effetto finale. Mi spieghi a cosa è dovuto questo fattore di incertezza e come vivi l’impossibilità di controllare il risultato definitivo del tuo lavoro?

FD: Il passaggio dalla tecnica tradizionale al tridimensionale è avvenuta poco più di un anno fa e mi ha catapultato in un mondo pieno di possibilità. Mi ha dato l’opportunità di accentuare la parte di sperimentazione mettendo il mio lavoro alla prova sotto diversi aspetti. Quello più difficile da accettare, per una perfezionista attenta ai dettagli come sono, è proprio questo margine di imprevedibilità nel momento della composizione cromatica. Dovendo creare delle zone di colore che al momento dell’assemblaggio verranno compresse è difficile capire come i colori si mescoleranno nel lavoro finito e per quanto io mi sforzi di controllare questa fase del lavoro, alla fine si rivela sempre essere una sorpresa. Il risultato finale, in termini di composizione cromatica, è sempre diverso da quello che mi ero immaginata all’inizio del procedimento. Questo implica un difficile lavoro di accettazione dei miei limiti e dell’abbandono del bisogno di controllo su ogni cosa. C’è un ulteriore aspetto poi da considerare in questa dinamica di imprevedibilità ed è quello che, a lavoro finito, dopo la quiltatura, non appena il lavoro viene appeso alla parete, gli esagoni si aprono autonomamente, in modo imprevedibile, rivelando e accentuando una sfumatura di colore invece di un’altra. Da non dimenticare inoltre che la luce gioca un ruolo determinante nei miei lavori tridimensionali. Infatti, l’interazione con la luce produce effetti diversi a seconda dell’ambiente in cui le mie opere vengono collocate e dall’angolo di osservazione di chi le guarda. E’ un gioco a tre, quello fra la luce (ambientale e direzionale), le ombre e i miei lavori che dona a questi ultimi una vita, un volume e una profondità ogni volta diversi.

Io: Quali sono stati i maestri, gli artisti o gli eventi che hanno maggiormente influenzato la tua ricerca ed il tuo lavoro?

FD: Sono molte le persone che hanno avuto un ruolo importante nel percorso di formazione che mi ha portato ad essere quello che sono oggi. Da quando ho iniziato ho investito molto scegliendo ogni anno un corso da seguire con professioniste del settore che ammiravo per la tecnica utilizzata ma anche per il tocco personale che davano al proprio lavoro. L’incontro nel 2005 con Fanny Viollet, un’insegnante e artista francese, è stato il punto di partenza. Lei mi ha trasmesso non solo molte capacità tecniche, ma mi ha fatto capire che potevo usare la macchina da cucire come uno strumento per disegnare cancellando di fatto dalla mia testa tutti i limiti e ampliando le possibilità creative. Un’altra artista fondamentale che mi accompagna da sempre è Linda Colsh, ho frequentato diversi suoi corsi e master class nel corso degli ultimi anni, attirata dal suo stile espressivo essenziale e dalla sua palette cromatica. Avere lei al mio fianco ad incoraggiarmi nei momenti difficili è stato un sostegno sia pratico che emotivo importante. Ma ci sono anche altre artiste da cui ho appreso molto: il senso di libertà e l’importanza del segno da Dorothy Caldwell, l’essenzialità e la visione grafica da Pauline Burbridge, l’attenzione al mondo naturale e la capacità di tingere con le piante e la ruggine da Alice Fox, solo per citarne alcune. Anche altre persone che non sono strettamente legate al mondo del tessile sono state importanti nel mio percorso, come ad esempio l’artista calligrafa Denise Lach, che mi ha aiutato a realizzare un sogno che avevo da sempre. Vedere la calligrafia come un’espressione artistica e poterla unire alla mia passione per il tessile è un progetto che coltivo da tanto tempo e che spero, prima o poi, darà i suoi frutti.

Io: Le tue sono opere che richiedono un lungo tempo di realizzazione e grande perizia tecnica, oltre al talento naturalmente. Qual è la genesi dei tuoi lavori, il loro sviluppo? Progetti, disegni oppure segui il flusso delle idee dopo una prima bozza? Hai ripensamenti in corso d’opera? E il risultato finale è sempre quello che volevi?

FD: La genesi di ogni lavoro è strettamente legata alle mie emozioni e spesso le idee nascono dai miei viaggi. Uso la fotografia per registrare quello che vedo e queste immagini diventano il punto di partenza dei miei lavori. Inizio sempre con alcuni schizzi a mano del progetto che ho in mente, seguiti dalla scelta delle stoffe da utilizzare; successivamente le taglio e preparo gli esagoni seguendo la tecnica tradizionale inglese (English Paper Piecing). La ricchezza e la particolarità nei miei ultimi lavori tridimensionali sta nella quantità di sfumature e nelle combinazioni di colori che passano da una tinta ad un’altra creando delle zone colorate in una composizione astratta. Per queste costanti variazioni di tonalità è fondamentale la preparazione degli esagoni: un’operazione che richiede molto tempo, in quanto ogni singolo pezzo di stoffa viene prima imbastito su una forma più piccola di carta. Ho molte scatole piene di esagoni già pronti divisi per colore che uso come se fossero la tavolozza di un pittore. Quando sono pronta ad iniziare la mia composizione, appoggio gli esagoni su un pannello rivestito di imbottitura di cotone e solo quando sono convinta del posizionamento dei colori, inizio a cucire gli esagoni tra di loro secondo uno schema preciso. A metà del lavoro o quando lo ritengo necessario, appoggio la parte già cucita su un pannello che ho appeso al muro e la guardo da lontano. Questo mi permette di capire meglio quale direzione devo prendere, dove posizionare il punto focale, come mescolare i colori per enfatizzare punti luce o zone d’ombra.

Io: Qual è l’aspetto più critico o difficile o indigesto del tuo lavoro?

FD: Devo ammettere che faccio fatica a digerire tutta quella parte burocratica, finanziaria e di marketing che inevitabilmente esiste se si sceglie di intraprendere una strada più professionale. Essendo una persona creativa, non amo gestire i numeri e soprattutto le spese. A volte mi sento proprio al di fuori dalla realtà e credo che la mia fortuna più grande sia quella di avere al mio fianco una persona estremamente pratica che mi sostiene e supporta in ogni senso.

Io: Ce l’hai un sogno nel cassetto o un progetto a lungo termine?

FD: Di sogni ne ho tanti e mi considero una persona molto fortunata perché alcuni si sono già avverati, con tanta fatica e duro lavoro; poco succede per caso. Un progetto che tengo in un cassetto da sempre è quello di scrivere un libro. Mi piace scrivere ed è un sogno che mi porto avanti dall’infanzia. Ma, mentre prima mi vedevo scrittrice di un romanzo (ho sempre avuto tanta fantasia), ora sogno di pubblicare un manuale. Me lo immagino poco tecnico e molto creativo, nel quale spiego un diverso approccio all’uso tradizionale dell’esagono. Tecniche e progetti, uno sguardo più da vicino sul mio modo di lavorare. Per lasciare un segno, qualcosa che ispiri altre persone ad intraprendere un percorso creativo e liberatorio, al di fuori delle regole.

Chi è Fabia Delise

Nata a Trieste, Fabia Delise vive a Genova dal 2001. Fin da giovanissima coltiva un interesse per le fibre tessili e si appassiona al ricamo, sperimentando diverse tecniche nell’ambito del ricamo tradizionale. Grazie all’incontro con l’artista francese Fanny Viollet si avvicina al ricamo a macchina a mano libera (piqué libre) apprezzandone sempre di più la versatilità e le possibilità di espressione artistica. Nel 2006 entra in contatto con il variegato mondo del Patchwork, prediligendo fin dal principio le nuove correnti del Patchwork contemporaneo. Da subito crea uno stile molto personale seguendo un percorso di ricerca e sperimentazione delle tecniche tradizionali, concentrandosi sulla forma dell’esagono, aggiungendo un tocco contemporaneo nella composizione cromatica. Ha studiato a fondo diverse tecniche di Art Quilt, partecipando a vari corsi in Italia e all’Estero, tenuti da artiste riconosciute in ambito internazionale.

Ha esposto le sue opere in varie sedi in Europa: (2006) Genova, spazio Artelier Palazzo Ducale «Levia Gravia» –  collettiva; (2010) Genova, Villa Imperiale «Festa della Primavera» – collettiva; Genova, Villa Imperiale «Tableaux Textiles» – personale; (2011) Grambois (France) – «Aigu’illes en Luberon» – personale; (2012) Genova, spazio Artelier Palazzo Ducale Riciclo Quotidiana-Mente» collettiva; Genova, Palazzo Ducale «RE MIDA DAY» collettiva; Firenze, Biblioteca Nazionale “Florence Design Week” collettiva; (2013) Briançon (France) – 10 eme Festival du Patchwork – personale; Lièpvre (France), eglise de l’Assumption – 19 eme Carrefour Europeen du Patchwork – personale; (2014) Monza, Urban Center “La musica della mia vita” – collettiva; (2015) Grambois, Aiguilles en Luberon (Francia) – personale; Spazio Roberta De Marchi, Milano – personale; (2016) Quilt Festival Nord Groningen (Olanda) – personale; Interquilt Girona (Spagna) – personale; Carrefour EU du Patchwork, Alsazia (francia) Mostra collettiva 20 anni Quilt Italia – collettiva; (2017) Mirabeau (Francia) Aiguilles en Luberon – gruppo Fiber4 collettiva; QD Alghero – Personale; Arenzano, Arenzano Bonsai, Serra monumentale villa Negrotto Cambiaso – collettiva; Trieste, L’annaffiatoio – personale; (2018) Praga (Rep. Ceca) Prague Patchwork Meeting – gruppo Fiber4 collettiva; (2019) Karlsruhe (Germania) Nadelwelt Karlsruhe – gruppo Fiber4 collettiva; (2020) Perugia SCD Studio, Rebels – collettiva.

Contatti

Mail: fabia12d@gmail.com

Instagram: https://www.instagram.com/fabiadelise/

Facebook: https://www.facebook.com/fabia.12d

I SEGNI PERMANENTI DI PINA DELLA ROSSA: UN ALTRO 25 NOVEMBRE

Scrive Ippolito Nievo nella pagina di apertura di Le confessioni di un Italiano: “La narrazione di una vita acquisisce e dà senso a una vicenda collettiva, come la singola goccia dà la direzione della pioggia”. Una citazione che si riaffaccia alla memoria osservando il percorso artistico degli ultimi anni di Pina Della Rossa, dove l’esperienza personale si è fatta arte, dapprima attraverso la narrazione della propria storia che nella catarsi artistica ha trovato forza curativa e veicolo espressivo, per diventare poi testimonianza di una vicenda collettiva, appunto, che non riguarda, infatti, soltanto vittime e carnefici, bensì l’intera comunità, le fondamenta stesse di questa società, che vogliamo civile e civilizzata, in cui viviamo. A questo secondo approdo appartiene il filo rosso che attraversa – talvolta fisicamente, talaltra idealmente – le fotografie che compongono il suo progetto SEGNI PERMANENTI, nato nel 2018 e realizzato, nella sua prima parte, nel settembre 2019 al Museo MACRO di Roma.

Segni (rossi) permanenti che vanno a comporre un alfabeto tracciato dalle persone che hanno aderito all’invito dell’artista, impegnandosi attivamente, mettendoci la faccia – o meglio il proprio ritratto – per ribadire che non si può mai abbassare la guardia di fronte ad un fenomeno, quello della violenza domestica e della violenza di genere, che al netto delle molte battaglie intraprese, registra solo nell’ultimo anno (nonostante l’approvazione della legge sul CODICE ROSSO) un incremento di casi dell’11%. Una guerra, dunque, la cui vittoria è ancora al di là da venire e che anche quest’anno, come ogni anno, torniamo a sottolineare il 25 novembre nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

In tempi di lockdown che costringe ad una convivenza asfittica vittime e carnefici è ancor più necessario unire la propria voce, nell’ambito che compete ad ognuno, per diffondere e consolidare una cultura che condanni senza riserve ogni forma di violenza, da quella psicologica a quella fisica, e che sappia sviluppare una rete di sostegno e di soccorso ampia ed articolata. In questa urgenza, si colloca il lavoro di Pina Della Rossa, artista impegnata su questo fronte da molto tempo, che dall’esperienza personale ha saputo elaborare opere che partono dalla narrazione introspettiva e risolutiva del ciclo intitolato DOPO LA BATTAGLIA, per evolvere in un progetto che si rivolge ad un’ampia platea di interlocutori coinvolti quali attori al pari dell’artista stessa.

Se infatti la prima serie di opere si muoveva tra l’analisi e la pacificazione delle tensioni interiori alla ricerca di una via salvifica dell’arte, SEGNI PERMANENTI supera la dimensione personale e sollecita l’intervento di quella comunità che – tutta – è chiamata a sentirsi coinvolta nelle istanze che attraversano la società, nel bene e nel male. Avendo trovato in sé la forza ed il coraggio per sconfiggere la paura, l’isolamento e la solitudine in cui sprofondano le vittime – e che tanta parte ha nel timore di denunciare – oggi la Della Rossa testimonia con il suo lavoro da un lato le cicatrici che il trauma della violenza lascia dietro di sé e dall’altro la possibilità di superamento e di rinascita ad una vita piena e libera.

SEGNI PERMANENTI è dunque un progetto d’arte che richiede partecipazione, è un mosaico testimoniale composto di fotografie, poesie, testi, interventi: un coro di molteplici voci per spezzare i troppi silenzi delle vittime, un’opera aperta, un luogo franco come solo l’arte sa creare, in cui gli individui agiscano per riaffermare i principi di giustizia, solidarietà, libertà e – perché no – il diritto alla felicità. È un passaggio dall’esperienza personale all’intervento sulla realtà che dà senso alla lunga battaglia sin qui condotta: è la vittoria di chi, riappropriatasi della propria vita, può finalmente condividerla con l’altro nella speranza di una presa di coscienza collettiva indispensabile per sottrarre sempre più donne alla persecuzione, sempre più vittime al sacrificio. Il progetto è un richiamo alla responsabilità individuale: occorre essere, ognuno, quella singola goccia che cambierà la direzione della pioggia, fino a quando il 25 novembre non sarà che una data qualunque sul calendario.

Pina Della Rossa | SEGNI PERMANENTI

Silvia Capiluppi

Silvia Capiluppi si racconta e ci racconta tutto sul suo progetto dei LenzuoliSOSpesi arrivato in questi giorni al n.100 in questa lunga intervista sul filo rosso che lega persone, affetti, luoghi e ricordi in un’unica straordinaria narrazione.

4º e 5º “Il Libro della Storia – mi racconti la Storia? Scriviamola insieme” – Silvia Capiluppi, 1ª Residenza per artisti presso T.A.NA. – ph.credit Giulio Martino

Io: Silvia Capiluppi e i LenzuoliSOSpesi. Ma non solo. Come è nata la tua ricerca artistica con il filo?

SC: Il progetto dei LenzuoliSOSpesi è nato da un sogno ed è la manifestazione dell’esperienza di vita. All’alba del 14 febbraio 2018 sognai di ricamare il mio nome con il Filo Rosso su un Lenzuolo Bianco. Prima di quel momento avevo ricamato solo delle fotografie; da ragazzina mi divertivo a cucirle con la macchina a pedale e nel febbraio 2012 avevo iniziato a cucirle a mano.

Mentre ero bloccata in casa per la rottura di una rotula, il Maestro Ercole Pignatelli mi propose di lavorare su due stampe della fotografa Ornella Cucci. Sulla prima creai una tenda con trentasei corde, nei cinque colori degli elementi della tradizione tibetana e 108 nodi scorpione di protezione; sulla seconda intervenni con un collage di fotografie, che avevo scattato ad una ballerina nel 2000 e ricamai con il filo rosso e giallo delle puje indiane. Da quella esperienza nacque l’idea della mostra performativa ed esperienziale “Venti Veggenti – φtra la Luce”, che inaugurai nel novembre dello stesso anno a Vigevano, coinvolgendo 40 artisti e i bambini e dove si creò un dialogo grazie al filo con cui tessei 20 telai a raggiera dal centro dell’ex spazio industriale – studio dell’artista Carlo Vella – e ricamai le scritte su alcune mie fotografie e sui lavori degli artisti coinvolti.

3º “127 nomi” – Nubya Freitas da Silva

Seguì poi nel 2013 la video installazione “La Pupilla della Dea” e “Balam Project”, che mi guidò sino a Kathmandu. Insomma, il filo è lungo passando dai lavori per il Padiglione Tibet, a cura di Ruggero Maggi, alla tessitura nel 2014 dell’iride arcobaleno “Sri Eye” – l’installazione dedicata al terzo occhio della Dea dell’Abbondanza Lakshmi – in un tubo dell’acqua del diametro di 2.5 metri, presso il MAF – Museo Acqua Franca di Milano, dove poi l’anno seguente ho ricamato 21 zanzariere metalliche, per l’installazione “PIN”, dedicata alla ghiandola pineale.

1º “Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza” – Silvia Capiluppi

Io: I LenzuoliSOSpesi: un progetto in fieri a cui sei molto legata. Me lo racconti?

SC: LenzuoliSOSpesi prende forma anche dal desiderio di comprendere gli esseri umani, osservandoli talvolta con lo sguardo di un’antropologa, o forse in senso un po’ più lato di un’anemologa; nasce dall’egoismo di voler essere felice, circondata da persone felici, che sorridono per tutto ciò che sono e hanno; nasce dai giochi che facevo da bambina con le mie sorelle, quando costruivamo le capanne degli indiani con coperte e lenzuola, (da cui nacque anni dopo l’installazione “La Nave Itzà”, presso l’Acquario Civico di Milano, dove stesi/sospesi un labirinto/capanna di lenzuola ed invitai le persone a dedicare i loro pensieri d’amore all’acqua contenuta in fialette) unite poi ad altre fialette); nasce dall’esperienza di Progetto Nodo – il collettivo ad energia femminile, che fondai nel 2009 per la libera condivisione della bellezza e del sapere.

Stavo cercando qualcosa e quel qualcosa forse ha trovato me.

82º “W ROSETTA” – RSA “Residenza Rosetta” di Crema

Mentre passavo l’ago, seguendo i tratti a matita degli 83 nomi di donne – nomi di sorelle, cugine, amiche, nomi di regine, di eroine e di dee, insieme lungo l’antico filo rosso, per raccontare che siamo tutti uniti da un’unica antica radice e che il nome che portiamo è stato scelto per noi, forse per riattivare antiche memorie – prese vita il 1° Lenzuolo, “Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza”, e non avevo idea che avesse avuto inizio il racconto dell’infinita storia d’amore. Mai avrei immaginato che dopo alcuni giorni Ornella Cucci m’inviasse la fotografia del nome di sua sorella, ricamato da lei con il filo rosso su un lenzuolo bianco; che Nubya Freitas da Silva mi scrivesse da Barcellona, per dirmi che vedendomi ricamare aveva iniziato anche lei a ricamare i nomi delle donne della sua famiglia – ne ricamò 127, tra cui anche il mio; che mi invitassero insieme a Marisa Albanese alla 1° Residenza per artisti presso T.A.NA. per ricamare i due Lenzuoli che intitolai “Il Libro della Storia – mi racconti la Storia? Scriviamola insieme”.

92º “TiAMAtrice” a cura di Barbara Pavan e Fabrizio Berardi – Amatrice

La parola LenzuoliSOSpesi, prende spunto dalla tradizione napoletana del “caffè sospeso” – perché i Lenzuoli oltre ad essere regalati, sono da sempre sospesi nei vicoli di Napoli – e custodisce un S.O.S. , acronimo per me di Sail Our Souls e anche di Soul Our Sails.

Dico sempre che i LenzuoliSOSpesi sono catalizzatori di impegno sociale condiviso; arazzi contemporanei, in una nuova forma di graffitismo metropolitano, con un medium – l’ago e il filo rosso – che invita al tempo lento e alla gioia di stare insieme.

“Sail Our Souls” – mostra alla Baia di Parè, giugno 2019

I Lenzuoli possono essere tappeti volanti, mantelli magici, veli, sudari, grandi bandiere di preghiera Lung-ta, che condividono il loro messaggio d’amore, con tutto il creato. Sono porte d’accesso alla gioia e all’abbondanza. Sono vele di un grande veliero salpato nella notte del 9 marzo 2018, quando, in occasione dell’inaugurazione della mostra di Paola Rizzi, – per la presentazione del libro “Un gelato per Amore”, scritto da Roberta Colli e Massimilano Scotti, il cui ricavato di vendita è devoluto all’Associazione Kore – fui invitata a realizzare una perfomance e al grido di “Liberi tutti!” prese forma la 1ª PEM – Pratica di Evasione di Massa – di Pacifier, la Donna Falco pacificatrice, rieducata ai sensi grazie al contatto con le persone amorevoli, che l’hanno aiutata a liberarsi dallo chaperon – il copricapo per l’addestramento dei falchi, che privandoli della vista fa sì che s’immobilizzino, rinunciando a volare.

I Lenzuoli sono scrigni di anime amanti e vanno trattati con rispetto. Abbiatene cura, mentre loro si prendono cura di noi.

6º “ROSSO RICORDO” – studenti 5º anno IIS E. MAJORANA di Cesano Maderno

Io: Dopo il primo lenzuolo, ne sono stati attivati quasi 100, ad oggi. Come funziona l’attivazione? Chi ti contatta abitualmente e come?

SC: Di solito chi sceglie di dare inizio ad un nuovo Lenzuolo mi contatta tramite Facebook, scrivendomi su Messenger sul mio profilo personale o sulla pagina di “Pacifier – Pratiche di Evasione di Massa”, dove al momento sono caricati gli album fotografici, i video e le informazioni dei quasi 100 LenzuoliSOSpesi; esiste anche il sito in costruzione http://www.lenzuolisospesi.com , dove già ora è possibile compilare una scheda, indicando i propri dati di contatto, una descrizione del Lenzuolo che si intende ricamare e il titolo che si propone. Anche se si ricamano prevalentemente nomi, il titolo funziona da connettore delle persone, che parteciperanno.

Segue una telefonata, per parlarne e poi viene assegnato un numero in progressione, che dovrà essere ricamato sul Lenzuolo stesso, così da poterlo riconoscere, quando verrà esposto insieme ad altri.

Ho dato pochissime “regole”, perché so che spesso ne abbiamo necessità per non perderci e perché ricordo il professor Corrado Levi che all’inizio del corso di Composizione III ad Architettura ci disse: “Questa è probabilmente l’ultima occasione che avrete per essere liberi; fuori di qui ci saranno i committenti, i regolamenti comunali…Date spazio alla fantasia e divertitevi!”

Il primo nome ricamato sul 1º Lenzuolo “Genogramma – il lenzuolo della Sorellanza”

È semplice! Basta avere un lenzuolo bianco, possibilmente matrimoniale – così c’è più spazio – magari di quelli delle nonne, tessuti a mano per il loro corredo o preparati per il nostro; chiusi ormai da tantissimi anni negli armadi e felici di tornare a respirare nel vento, per condividere i sogni. Se non l’avete potete chiedere! A me, ad esempio, Maria Cristina Tebaldi e Monique Anghileri ne hanno donati tantissimi. E poi occorre una matita, un ago e il filo rosso.

Il filo rosso è presente in tante antiche tradizioni, dalla Pūjā indiana, ai rituali tibetani, al filo rosso fatto girare intorno alla tomba della grande matriarca Rachele; dona protezione e forza per immaginare il nostro mondo, ricordando che, come disse James Hillman, l’anima è l’atto stesso dell’immaginare.

31º “Pianeta Terra – verde complementare”, esposto insieme al 9º “Mater Water” a “Laudato Si’ – l’arte contemporanea e la cura della casa comune” mostra a cura di Mario Quadraroli e Maurizio Caroselli, Palazzo Zanardi Landi – Guardamiglio (LO)

Le curatrici e i curatori dei Lenzuoli ne diventano responsabili ed organizzano il ricamo, documentandone le varie fasi con fotografie e per chi vuole anche con video, che vengono poi condivisi sulla pagina Facebook e al più presto sul sito. Consiglio sempre di tenere un diario, dove annotare eventuali pensieri personali e delle persone che partecipano…chissà che in un futuro non possano poi diventare dei libri.

Spesso chi mi contatta, ha partecipato al ricamo di un Lenzuolo, o ne ha sentito parlare, tramite il passa parola o leggendo un articolo.

8º “AMATE”, staffetta di quaranta donne, dal 6 gennaio al 14 febbraio 2019

Io: Alcuni lenzuoli hanno temi legati al sociale, altri sono un sostegno a battaglie per i diritti civili. Ce ne racconti qualcuno?

SC: Il progetto nasce con l’intento di portare l’attenzione sulla tutela delle donne, estendendosi poi naturalmente alla tutela della natura, della Madre Terra e dell’anima, perché credo che solo rispettando le donne possiamo avere rispetto di tutto ciò che ci circonda. Ad oggi vi sono 97 Lenzuoli ricamati da migliaia di persone in Italia e all’estero. Ci sono Lenzuoli ricamati da associazioni, scuole, gruppi privati, centri antiviolenza, strutture di supporto ai disabili, Università delle Tre Età, Fondazioni e così via.

Presso il Museo Madre di Napoli per “MeM – Me e Madre” – il workshop che ero stata invitata a realizzare, in occasione del progetto didattico “Io sono Felice!” promosso dalla Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee, dedicato all’integrazione sociale – più di 250 persone hanno ricamato due Lenzuoli in quattro giorni, con i loro nomi e i nomi di figure genitoriali, che hanno svolto la funzione di Madre; presso la Casa Circondariale Femminile di Lecce le detenute hanno ricamato un Lenzuolo, migliorando le relazioni interpersonali e dando poi vita ad una performance teatrale, che le ha viste protagoniste, nel narrare cos’ha significato per loro l’esperienza, cos’ha rappresentato il Lenzuolo e la storia dei loro Nomi.

25º “Noi insieme” – “Donne per Soncino”, 25 novembre 2019 – Giornata contro la violenza alle donne, Crema

C’è il Lenzuolo delle “AMATE”, ricamato da quaranta donne, in una staffetta di quaranta giorni, durante i quali ognuna ha ricamato il proprio nome e i nomi di persone, da cui si sente amata; c’è “Mater Water”, ricamato presso la Centrale dell’Acqua di Milano, insieme agli artisti dell’Associazione e Movimento “Arte da mangiare mangiare Arte” e poi varato nel Naviglio dai canoisti della Canottieri San Cristoforo; c’è il Lenzuolo della Squadra di Rugby Femminile di Napoli; c’è quello dagli atleti nazionali di windsurf e vela; c’è “TiAMAtrice”, il Lenzuolo per ricucire il tessuto sociale della terra colpita dal sisma e il Lenzuolo ricamato in ZOOM durante la quarantena, per continuare ad essere insieme.

Ci sono i Lenzuoli ricamati dagli ospiti dell’RSA “Residenza Rosetta” di Crema, che dopo aver terminato durante il lockdown il primo Lenzuolo “Rosetta insieme” – intorno al quale si sono riuniti, dandogli forza ed energia per tutti noi – hanno iniziato “W ROSETTA” e a breve inizieranno il loro terzo Lenzuolo. Pur non essendoci mai incontrati fisicamente, il legame che ci unisce è fortissimo. Dopo aver esposto a BORDERLINE – Arte Festival Varallo e poi alla Baia di Parè il loro primo Lenzuolo, ricamato con grande armonia ed eleganza l’ho indossato come un mantello, sentendone tutto l’amore, in un abbraccio capace di travalicare lo spazio-tempo. Talvolta ci scambiamo video, raccontandoci le novità e tutto questo fa bene al mio cuore.

“(…) porto il nome di tutti i battesimi. Ogni nome il sigillo di un lasciapassare (…) cit.Fabrizio De André, “Khorakané”

62º “GENERIAMOCI” – Promosso da ASSOCIAZIONE SLOSSEL e ARCI di CREMA NUOVA

C’è il Lenzuolo che il writer FLYCAT ha ricamato con il suo nome e ha donato al progetto, dopo aver scritto con le bombolette spray il titolo della mostra “Soul Our Sails”, tenutasi lo scorso anno, in occasione di “Habitat – abitazioni d’artista – 1a Biennale OFF” a Milano; quello dell’architetto Mario Quadraroli, dedicato a “NATURARTE – percorsi artistici nel lodigiano dal 1998”; il Lenzuolo “Pianeta Terra – verde complementare”, dove le persone possono simbolicamente stringere un patto d’alleanza con le varie parti della Terra, ricamando il proprio nome sul planisfero.

C’è il 68° LenzuoloSOSpeso voluto da Diana De Marchi – che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano – e ricamato lo scorso febbraio, presso il Consiglio Comunale (è stato incredibile vedere come gli Assessori e i Consiglieri comunicassero con grande calma, perché concentrati nel prestare attenzione al punto; sarebbe fantastico far ricamare durate le riunioni e magari un giorno anche in Parlamento).

C’è l’87° Lenzuolo “Mas de 72 MEMORIA VERDAD Y JUSTICIA – per ricostruire il futuro” a cura di Daniela Gioda con Carovane Migranti a 10 anni dal massacro di oltre 72 migranti a Tamaulipas, Messico.

“SFILATA DEI LENZUOLI” – Naviglio Grande, 14 febbraio 2019 – Milano

Io: Il ricamo è un medium lento e anche di condivisione. C’è un ulteriore lettura di questo progetto in questo senso?

SC: Quando ho ricamato il primo Lenzuolo sono rimasta affascinata dal gesto della mano e dal suono sordo dell’ago che dopo aver trapassato la tela, si affaccia sul vuoto per far scorrere il filo in un sussurro. L’ago diviene una piccola e potente spada pacifica, a tutela della libertà, della natura e dell’anima. Il movimento diventa ipnotico, quasi estatico. Ricamare da sola un Lenzuolo è una traversata in solitaria nell’oceano delle emozioni; è una pratica di meditazione e forse una guarigione sistemica.

40º “Sail Our Souls” a cura di Surferia – Baia di Parè (LC)

Le nostre nonne la sapevano lunga; avevano imparato a fare tesoro delle pratiche; l’avevo già percepito con il progetto “Pasta Madre” che avevo sviluppato insieme a  “Progetto NoDo” invitando le persone ad impastare il lievito naturale del pane, per entrare in contatto con la memoria e attivare il Meridiano di Rene – Polmone, che passa nelle ascelle. Muovere le mani in modo creativo, attiva nuove sinapsi cerebrali.

I LenzuoliSOSpesi sono quasi sempre ricamati in gruppo e questo crea lo scambio, nella gioia di stare insieme. Si condividono racconti di vita con persone che magari non si conoscono; si riscopre il piacere di ascoltare e ascoltarsi.

9º “Mater Water”, ricamato presso la Centrale dell’Acqua di Milano, insieme agli artisti dell’Associazione e Movimento “Arte da mangiare mangiare Arte”

Io: Chi sono i/le ricamatori/trici dei tuoi lenzuoli? Che cosa viene ricamato sui lenzuoli abitualmente?

SC: Il progetto è assolutamente trasversale! Ricamano tutti, uomini, donne, bambini senza limite di età. Non è necessario saper ricamare, anzi è quasi meglio non aver mai preso in mano un ago, perché non si tratta di mettersi alla prova nel bel ricamo; ciò che è importante è il volerci essere, insieme.

Si ricamano i Nomi. Si dice che il nome porti già scritto il progetto. Nomen omen – “il nome è un presagio, un destino”; forse è un mantra, capace di richiamare gli spiriti tutelari, i numi – Nomen Numen.

67º “Rosetta insieme” – RSA “Residenza Rosetta” di Crema

Già il solo scriverlo a matita sul lenzuolo è un momento importante. Scegliere il punto dove scriverlo, lisciare il lenzuolo per preparare il campo, crearsi lo spazio e poi ricamarlo, con l’attenzione ad ogni singolo punto, senza forzare, seguendo il flusso del respiro e lasciando svuotare la mente del rumore costante di fondo è un dono. Se poi si decide di ricamare il nome di persone che si amano, il cuore si apre, ricordando tutto quello che ci lega in un augurio d’amore. Spesso vengono poi anche disegnati simboli: cuori, fiori, spirali, labirinti, biciclette, scarpe, stelle… quasi a ricordare degli ex voto.

Nel periodo del lockdown più di una ventina di Lenzuoli sono usciti dagli schemi e credo che siano stati un’importante manifestazioni del momento storico e anche dei rituali di guarigione.

14º e 15º “MeM – Me e Madre” – work shop presso il Museo Madre di Napoli

Io: Quando un lenzuolo è terminato, qual è la sua sorte? Viene esposto? In quali luoghi e in quali occasioni?

SC: Il Lenzuolo resta ai Curatori, che possono autonomamente organizzare delle esposizioni, comunicandone le coordinate, a tutte le persone collegate al Filo Rosso; oppure i Lenzuoli vengono esposti insieme, come nel caso della mostra di Fiber Art “Poetici Orditi”, curata da Marisa Cortese la scorsa estate, presso la Fabbrica della Ruota a Pray, presso Villa Giulia a Pallanza, alla Baia di Parè sulla facciata della casa di famiglia o come è successo negli scorsi anni presso il carcere di Lecce, a Napoli nei quartieri Spagnoli e al Museo Madre, all’Arsenale di Bertonico, a Vigevano presso il Castello, a Cesano Maderno presso Palazzo Arese Borromeo, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne: i LenzuoliSOSpesi si prestano per essere esposti con grande semplicità ovunque e ci sono già nuovi appuntamenti per la prossima primavera.

13º “INCIPIT – Apri amo ci” a cura di Marialisa Leone e Marisa Fugazza, con il prezioso supporto di Anna Borghi

Io: Quanti e quali lenzuoli sono attivi al momento?

SC: Al momento sono attivi 25 Lenzuoli. Due sono stati recentemente attivati: il 97° “Ossigeno” a cura di Cristina Pennati a Varese e il 94° “Infinite siamo noi” a cura di Adriana Perego a Chiavenna.

A breve avrà inizio anche il 95° Lenzuolo a cura di Alessia La Salandra con i suoi studenti delle scuole superiori in provincia di Foggia e il 96° Lenzuolo a cura degli ospiti della Residenza Rosetta di Crema.

87° “Mas de 72 MEMORIA VERDAD Y JUSTICIA” a cura di Daniela Gioda a Chieri

Sono in corso di ricamo il 93° “Il Viaggio” a cura di Francesco Lasalandra a Cinisello Balsamo; il 92° “TiAMArice” a cura di Barbara Pavan e Fabrizio Berardi ad Amatrice; il 91° a cura di Maritta Nisco a Cinisello Balsamo; l’89° “Progetto Ombra incontra i LenzuoliSOSpesi” che ricamerò, dopo aver tracciato le linee insieme a Ruggero Maggi, nel corso di una performance presso Palazzo Zanardi Landi a Guardamiglio lo scorso 18 ottobre; l’87° “Mas de 72 MEMORIA VERDAD Y JUSTICIA” a cura di Daniela Gioda a Chieri; l’83° “Discorsi tra generazioni” a cura di Simonetta Battoia a Genova; il 79° “Buon Riposo” iniziato da Agata Bernard, che me l’ha poi passato; il 74° “Amata Cernusco Ama” a cura di Maria Cristina Tebaldi a Cernusco; il 70° “SERENDIPITY” a cura di Roberta Moretti a Casatenovo; il 69° “Le paperette di Nolo” a cura di Irene Biassoni a Nolo, Milano con i bambini; il 68° a cura di Diana De Marchi a Milano; il 66° “Alla sera il mio nome canta” a cura di Cris Carry a Milano; il 65° “IL DONO” per il Maestro Ercole Pignatelli; il 64° “Assieme si fanno cose meravigliose” a cura delle Socie di Quiltitalia; il 45° “Il Lenzuolo delle Rimembranze” a cura di Angelo Reccagni.

“Poetici Orditi”, mostra di Fiber Art a cura di Marisa Cortese – Fabbrica della Ruota a Pray, 2020

Restano aperti ad accogliere nuovi nomi anche il 44° “AmaTI – AmaLO” a cura di Cristina Robbiani e Maria Cristina Tebaldi tra Ticino (CH) e Lombardia; il 42° “GUARDANDO QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO” a cura di Irene Biassoni a Milano; il 29° “Madri*Comadri*Sorelle” a cura di Margherita Arkaura; il 26° “TUTTO PASSA”a cura di Annamaria Festa a Casseggio e il 10° “ama Lui ama lei” a cura dell’Osservatorio Figurale di Milano.

Sta inoltre per essere ultimato il 100° Lenzuolo “Chiamami amore” a cura di Ornella Cucci, che ha voluto ricamare da sola la parola AMORE in 100 differenti idiomi, come messaggio ben augurante a tutti noi insieme nel mondo.

A breve inizierò il 101° ricamando i Titoli dei primi 100 LenzuoliSOSpesi, che andranno a comporre il Racconto. 

Mostra “Soul Our Sails”, in occasione di “Habitat – abitazioni d’artista – 1a Biennale OFF” a Milano, maggio 2019

Io: Quale futuro per questo progetto?

SC: Sinceramente non lo so e questo mi piace, molto! Mi piace l’idea di lasciarmi sorprendere da quello che verrà! Come ogni volta che qualcuno propone un nuovo lenzuolo ed è per me una sorpresa vedere le fotografie, gli scritti e i video. Potrebbe diventare un libro cartaceo con le storie dei primi 100 lenzuoli; potrebbe diventare una raccolta di brevi racconti del 79° Lenzuolo “Buon Riposo”…potrebbe…

Solitamente i desideri non si dicono, ma oggi, mentre scrivo è una giornata speciale: la Dea Lakshmi fa visita alle case per potare abbondanza e realizzare i sogni e dunque se dovessi pensare ad un futuro per questo progetto, vorrei che nel mondo tantissime persone si riunissero per ricamare i Lenzuoli, così da poter sentire la gioia che questo porta; mi piacerebbe che i Lenzuoli venissero esposti ovunque, così che chi potrà avere la fortuna di passargli accanto, possa sentire l’abbraccio d’amore con cui sono tessuti.

Vorrei che diventassero il corredo del mondo.

71º “IN TUO ONORE” – Centro Antiviolenza Angelita di Rieti

Contatti


E-mail: silviacapiluppi@ymail.com

Facebook: https://www.facebook.com/Pacifier-Pratiche-di-Evasione-di-Massa-179760286085299/

Website: http://www.lenzuolisospesi.com

37º “GENERAZIONI: IL FILO ROSSO CHE UNISCE” – Le DONNE del CENTRO DIURNO ARCOLBALENO Auster Insieme Pianego

Pietrina Atzori

Un’intervista ricca di molti contenuti quella con Pietrina Atzori che partendo dal suo lavoro di artista tessile, mi ha accompagnato in un lungo excursus attraverso tecniche, materiali, territorio, comunità. Con i piedi ben piantati nella sua terra sarda ma lo sguardo che vede lontano. Un’artista che sa raccogliere dal passato e operare per il futuro.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: Sei sarda e per di più del borgo di San Sperate, paese-museo da più di mezzo secolo. Quanto ha influito sulle tue scelte artistiche?

PA: Nascere e vivere a San Sperate ha influito tantissimo. Quando sono nata in questo paese era in atto un fermento culturale e artistico, iniziato appunto negli anni sessanta, ad opera di un importante e straordinario scultore, oggi non più tra noi, Pinuccio Sciola.

Sardo di nascita e di San Sperate, come me, ha condotto una monumentale ricerca durata tutta la vita che lo ha portato a sovvertire concetti indiscussi sulla pietra scolpendola, manipolandola, forgiandola fino ad approdare alla “pietra sonora”. Tutta la sua vita di artista è stata condizionata dalla sua ricerca. Poiché le sue opere non erano facilmente trasportabili, partecipare alle esposizioni era limitato dallo spostamento tutt’altro che semplice dei suoi monoliti; perciò ha presto trasformato questo limite in una opportunità: “Se io non posso andare dagli altri farò in modo di portare gli altri qui da me”, gli sentii dire in alcune occasioni.

Questa condizione originaria unita ad un grande, immenso bisogno di fare arte ha fatto arrivare in 50 anni a San Sperate numerosissimi artisti da tutto il mondo: oltre a Sciola, molti nomi di chiara fama come Aligi Sassu, Costantino Nivola, Pablo Volta, Elke Reuter, Diego Asproni, Anglo Pilloni, Raffaele Muscas, Rosaria Straffalaci, tanto per citarne alcuni, e altri meno conosciuti ma altrettanto bravi hanno realizzato murales di grandi dimensioni sulle case, installato sculture di pietra, di ferro ed altri materiali (ad oggi si contano 600 murales e centinaia di sculture disseminate in tutto il centro abitato) in un movimento che è ancora vivo e attivo. Tanti sono stati gli artisti di ogni arte – teatro, cinema, musica – che venivano ospiti da Pinuccio, per esprimersi artisticamente, scambiarsi esperienze e lasciare un segno del loro passaggio.

Tutto questo era offerto a tutta la comunità e da essa partecipato: tutta la comunità,infattim si è trovata coinvolta in una delle prime forme di arte ambientale e pubblica in Italia. In questo “ambiente” ogni giorno nel paese succedeva qualcosa, ogni giorno il paese era nuovo e diverso, ogni giorno potevi uscire di casa e fare incontri che ti arricchivano dentro e spingevano il tuo sguardo oltre l’orizzonte.

Io sono cresciuta in questo clima. Da qui parte la mia scintilla.

Non ho condotto studi accademici ma ovviamente ho molto studiato – e studio tuttora – perché ho sempre considerato seriamente il fare arte. Il mio paese natale e tutta la regione sono un continuo rimando all’arte, anche quella antica – basti pensare ai bronzetti nuragici, alle sculture megalitiche come i nuraghi, le tombe dei giganti, i dolmen, menhir ecc. – disseminata in tutta l’isola, tanto che in ogni momento puoi inciampare in una testimonianza del nostro passato. Tutte queste presenze hanno costituito per me la culla e l’energia per la mia pratica d’artista.

Probabilmente all’appartenenza all’isola devo due caratteristiche della mia personalità: la curiosità per ciò che sta oltre il confine e il saper fare delle mani, che in una terra come questa era fondamentale dato che, fino ai primi decenni del ‘900, tutto veniva prodotto in loco.

La mia comunità e il modo di vivere, la mia fervida immaginazione, la ricchezza di espressioni artistiche intorno a me fin da piccolissima mi hanno naturalmente indirizzato alla pratica dell’arte.

Pietrina Atxori § Book Graffito

Io: Radici, territorio, comunità: tre termini che caratterizzano molta della tua ricerca artistica. Che valore e che significato hanno per te?

PA: Per me è vitale sentirmi radicata al terreno, camminare a piedi scalzi, sentire che tutto il mio essere poggia sul suolo. Appartengo ad una comunità contadina. Ogni cosa necessaria diventava disponibile per attingervi: valori, pratiche, attenzioni, conoscenze, riti e rituali imprescindibili per la vita. Sono anche una donna contemporanea che ha vissuto, come tanti di noi, grandi cambiamenti e quello che maggiormente mi inquieta oggi è la mancanza di identità verso cui ci stiamo muovendo. I legami con la tradizione e la natura sono recisi. Qualunque “valore” duraturo è negato. Nella più ampia cultura occidentale, di cui siamo parte, è esaltata la provvisorietà, la precarietà, l’effimero in tutti gli aspetti dell’esistenza: il che è davvero un controsenso.

Nel mio lavoro d’artista le radici sono riconoscibili nei materiali naturali che utilizzo: lana, cotone, lino, seta, canapa. Non mi limito ad utilizzarli, spesso li produco; ciò vale specialmente per il filo di lana. I colori li ottengo a partire dalle piante del territorio in cui vivo. Radici sono anche le numerose tecniche, in particolare quelle tessili, che ho imparato a praticare molto bene per poi, solo dopo, “decostruirle” in modo espressivo, spesso in modo non convenzionale ma più divertente e funzionale alle mie esigenze comunicative. Infatti solo dopo aver studiato, appreso e praticato i fondamenti ho potuto costruire un mio codice espressivo attraverso i materiali tessili. Nel mio lavoro quindi materiali e tecniche rappresentano le radici che manipolo, trasformo e impiego per costruire una riflessione ed una narrazione intorno ad alcuni temi della nostra contemporaneità.

La comunità è il luogo in cui mi identifico; la storia del mio paese e della mia regione incidono e influenzano il mio sguardo. La comunità è un po’ come la mamma: è il luogo in cui trovo protezione, accoglienza. Talvolta può anche risultami stretta ma è sempre lì a ricordarmi chi sono e da dove vengo. Dipende sempre da come guardi le cose.

Nel tempo ho allargato il mio orizzonte andando a scoprire altri spazi, altri luoghi per conoscere – e riconoscere – pratiche che erano anche le mie ma in nuove modalità di organizzarsi, di esprimersi e di codificare il proprio gruppo. Ciò che più mi incuriosisce è vedere come ogni comunità si rapporta con la sua identità: è lì che trovo sovente ispirazione per il mio lavoro.

Spesso essa si caratterizza in funzione delle risorse del territorio e il territorio condiziona la vita delle persone. Molte tracce del passato sono ancora rintracciabili nel presente, ma di altre si è persa la memoria; un vero peccato perché con essa si perde anche l’identità.

Non penso al passato come valore nostalgico ma conoscerlo per fruirne nel presente proiettandolo nel futuro credo sia importante. Mi spiego con un esempio: se in passato una comunità fondava la sua sussistenza sull’allevamento delle pecore e da essa traeva tutti i benefici possibili, oggi la stessa comunità se punta tutto solo sul latte o sulla carne abbandonando, ad esempio, la lana perde non solo questa produzione ma tutto un sapere che ha conseguenze non solo sulla perdita di quella risorsa ma anche sulla cultura di quella stessa comunità.

È importante sapere, poi, che l’attività pastorale è fondamentale per la cura e conservazione di un territorio: la sua perdita determinerebbe un progressivo e inesorabile abbandono delle campagne con conseguenti e irreparabili risvolti sull’habitat naturale e sull’uomo.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: Tra le prime installazioni ci sono i giardini “pensili”. Ci racconti cosa sono e quali messaggi veicolano?

PA: La lana è sempre al centro della mia ricerca. Nel 2010 le mie competenze nel campo delle fibre naturali erano già conosciute e già mi ero affacciata nel panorama dell’arte isolana con opere di “filo”. Così un giorno ho ricevuto l’incarico della direzione artistica per la realizzazione di una installazione diffusa nel quartiere antico di San Sperate. La missione era quella di portare il verde nelle vie storiche del paese utilizzando materiali naturali. Ho accettato con entusiasmo e ho realizzato dei contenitori di lana sarda capaci di accogliere piante e fiori per portare colore e natura nel grigiore urbano. Il materiale non mancava e l’opportunità era ghiotta per proporne un nuovo utilizzo. In questo modo avrei avuto l’opportunità di sollevare il problema del destino inaccettabile di questa risorsa naturale e rinnovabile che è tuttora classificata come rifiuto speciale. Nel giro di pochi giorni ho contattato gli abitanti del quartiere e insieme abbiamo realizzato un lavoro fantastico, specialmente con le donne. Partendo da prototipi di vasi di lana infeltrita ne abbiamo riprodotti un centinaio di diverse dimensioni per installarli nelle pareti delle case adiacenti alla strada, sui cancelli, sui balconi. Successivamente vi abbiamo messo a dimora fiori colorati ed essenze profumate. Tempo un mese, tutto il quartiere era abitato dal verde delle piante. Questa è stata la prima volta in cui ho impiegato la lana sarda in una installazione. Altri giardini verticali sono stati installati successivamente in altre città, tra cui Cagliari.

Da allora attraverso i giardini verticali con i contenitori di lana contribuisco al dibattito sempre più attento su questa risorsa e sui possibili impieghi alternativi all’ambito tessile. Valorizzare la lana avvantaggia l’allevatore che vi trova una fonte di reddito supplementare invece che un costo per lo smaltimento e conseguentemente può arginare l’abbandono del presidio del territorio. In modo più sintetico direi che attraverso i contenitori di lana si potrebbe usare meno plastica per esempio. Sono appunto un simbolo, una visione a mio avviso virtuosa per un futuro più sostenibile.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: La lana è, dunque, il materiale che prediligi tanto da saperla lavorare dal fiocco al tessuto. Come hai acquisito questo patrimonio di “saperi”. Oltre che di competenze tecniche?

PA: Fin da piccola ho fatto esperienza manipolativa e trasformativa del filo con l’uncinetto, la maglia, il ricamo, le stoffe, ecc. fino a diventare molto brava ma sempre meno divertita e appagata, tanto da abbandonare tutto per alcuni anni. Finché un giorno, incontrando alcuni cataloghi delle opere di Maria Lai, ho trovato la spinta che mi ha portato e mi porta tuttora a fare arte con questo medium. La Lai e i suoi telai hanno fatto riemergere il mio sogno nel cassetto di imparare ad usare il telaio. Guardavo al telaio come mezzo per produrre non tappeti e arazzi convenzionali bensì lo immaginavo come possibilità di realizzare tele in cui portare il mio immaginario, quindi applicato all’arte contemporanea. Alla prima occasione ne ho acquistato uno, l’ho ristrutturato da sola e, prese alcune lezioni di tessitura base da Adele Vigo – una bravissima artigiana piemontese – ho cominciato a muovere i miei primi passi. Ben presto si è presentato il problema dell’approvvigionamento del materiale da tessere, disponibile ma costoso. Così ho cominciato a pormi l’obiettivo dell’autoproduzione. La tradizione tessile sarda, non casuale visto la sovrabbondanza della materia prima proveniente dalla più diffusa attività pastorale d’Italia, mi era abbastanza famigliare e, pensavo, facilmente avvicinabile. Così non è proprio stato e per imparare a produrre fili di lana da tessere e tingere ho dovuto andare fuori dall’isola.

Ho conosciuto e contattato Eva Basile a capo del Coordinamento tessitori e ideatrice della manifestazione internazionale Feltrosa che ho frequentato per diversi anni. Lì ho imparato le basi della lavorazione della lana in particolare la lana cardata e la lavorazione del feltro. Sempre in quegli anni, tra il 2000 e il 2011 ho frequentato diversi insegnanti internazionali della fibra e del colore naturale applicato alle fibre come Vilte Kazlauskaite, fashion designer lituana, specializzata in infeltrimenti innovativi e moderni realizzati attraverso un’ampia varietà di materiali naturali; Leena Sipila, finlandese, docente di arti tessili e Membro del Arts Council of Central Finland; Irit Dulman israeliana ricercatrice e insegnante di stampa botanica; Jane Callender, inglese, nata e cresciuta in Malesia, ricercatrice, studiosa e insegnante della tecnica tradizionale dello shibori, delle tecniche ad ago e nell’uso dell’indaco naturale e ancora Sheila Rocchegiani e Ilaria Margutti, entrambe artiste italiane con il quale condivido il fare arte con sensibilità, competenza e passione per l’arte contemporanea. La mia formazione mi permette di tenere corsi per insegnare la lavorazione della lana dal fiocco, appunto, al filo. Ho avuto anche l’opportunità di insegnare feltro allo IED di Cagliari e di essere invitata a importanti convegni tematici.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

Io: Negli ultimi lavori, quelli dedicati alle “connessioni territoriali” utilizzi – tra l’altro – la lana della pecora nera di Arbus di cui ti sei occupata in più di un intervento. La scelta dei materiali ha anche un valore simbolico oltre alla funzione tecnica?

PA: Da dieci anni ho eletto la lana della Pecora Nera di Arbus come materiale prediletto. Questa lana ha la particolarità di essere di un nero straordinario. Altro elemento caratterizzante è che questa pecora è una biodiversità di cui si contano appena 4.000 esemplari in tutto il mondo e di queste 2.000 si trovano proprio ad Arbus, paese sardo del sud-Sardegna. Questo paese e il suo territorio hanno una storia importante. Fino agli anni ’60 la sua economia si divideva tra la pastorizia e l’attività mineraria. Le miniere della vicina Bugerru furono il teatro del primo sciopero operaio in Italia e molti dei paesi della regione del Sulcis ebbero un forte impulso dall’attività estrattiva che determinò anche una significativa crescita demografica ed economica. Cessata l’estrazione, però, molte persone, specialmente giovani, emigrarono; così che la pastorizia divenne pressoché l’unica attività da cui le famiglie potevano trarre sostentamento unitamente a una nuova presenza, quella turistica, in un territorio incontaminato ma anche carente di servizi.

Inizialmente andavo ad Arbus principalmente per reperirvi la lana.

Il territorio è un susseguirsi di montagne, colline, piccole piane, mare, paesaggi minerari e, diversamente dal resto della regione, quando vedi animali al pascolo questi possono essere pecore ma anche molte capre. I pastori locali spesso le allevano entrambe e le loro greggi non sono mai solo bianche, anzi spesso sono bianche e nere, oppure solo nere.

Credevo che la Pecora Nera di Arbus, meno performativa della razza bianca, si fosse conservata in questo territorio per affetto e tradizione. Ma la vera ragione risiede nella relazione che si instaura tra le caratteristiche della pecora nera e il suo territorio. Queste conoscenze acquisite negli anni di frequentazione mi hanno indirizzato naturalmente verso una modalità operativa incentrata sulla relazione tra arte, territorio, società in un flusso che riconduce ai cardini dell’arte relazionale.

In questo habitat sono nati almeno due miei grandi progetti: “Il viaggio di un filo di lana” realizzato nel 2019 e “Connessioni territoriali” tuttora in divenire.

Il primo è un progetto immateriale nel quale il filo di lana non diventa opera ma è piuttosto concetto, pensiero, azione dove lo spettatore, se vuole, può prendervi parte. Nel secondo progetto la fibra o, meglio, le fibre sono diventate quattro opere tessili di grandi dimensioni.

Con l’operazione “Il viaggio di un filo di lana” ho realizzato un ordito simbolico su tutto il territorio italiano piegato a diventare, per l’occasione, il mio telaio. In scooter, per 17 giorni ho inviato ai Sindaci delle città che ho visitato qualche metro di filo di lana di pecora nera di Arbus. Attraverso questa operazione tutta l’Italia è stata unita da un filo di lana, che per quanto fragile preso da solo, può creare legami umani e territoriali forti e duraturi. Questo progetto è stato seguito via Facebook da un vasto pubblico che lo ha sostenuto e alimentato in vario modo. Volevo dimostrare che attraverso l’arte si possono generare nuovi punti di vista, nuove prospettive, risposte, connessioni territoriali e umane. Ma è stato evidenziato anche un aspetto sociale legato alle minoranze.

Pietrina Atzori § Connessioni territoriali

“Connessioni territoriali” invece è un lavoro che si sviluppa su tavole di legno in cui ho composto successioni orizzontali o circolari di lana di Pecora Nera di Arbus, bianca di Mamoiada e di Nurri. Ho posto in relazione fibre di animali di territori diversi. Ho creato una relazione con un’altra fibra animale prodotta ad Orgosolo, la seta, lavorata finemente all’uncinetto a racchiudere il bozzolo da cui prende origine; con la lana rossa, tinta con tecniche naturali, lavorata all’uncinetto e ricamata, associo alluminio, a formare terre e isole, meteore e costellazioni, universi dove la materia esercita attrazione e repulsione. Poi arriva l’accostamento del ferro, in tessere squadrate, ossidate dall’umidità della notte, dalla pioggia, dal vento che leviga, e infine quello della lenza, un tempo filo resistente ricavato da fibre vegetali o animali e oggi di nylon, in un confronto tra materie compatibili e incompatibili, in un sistema ecosostenibile.

Pietrina Atzori § BoroBoro

Io: Oltre alla lana, impieghi molti filati, fibre e tessuti – nonché materiali – di scarto oppure diventati inutili o superflui. È una scelta etica, filosofica, concettuale o cos’altro?

PA: Nella scelta dei materiali privilegio quelli che hanno un rapporto con la natura, sia animali che vegetali, e quelli disponibili nel quotidiano o non più usati del passato, possibilmente non acquistati, a meno di particolari esigenze. Altra caratteristica, devono avere un’anima.

Studi tessili delle culture di popoli nel mondo mi hanno permesso di conoscere i Boro giapponesi. Si tratta di capi di abbigliamento e per la casa – kimono, pantaloni, coperte, borse – che i pescatori del nord del Giappone confezionavano con frammenti piccolissimi di cotone che cucivano con piccoli punti sashiko.

I Boro racchiudono i “principi estetici ed etici della cultura giapponese, come la sobrietà e la modestia (shibui), l’imperfezione, ovvero l’aspetto irregolare, incompiuto e semplice (wabi-sabi) e soprattutto l’avversità allo spreco (mottainai) e l’attenzione alle risorse, al lavoro e agli oggetti di uso quotidiano”. Da questo incontro la scelta dei materiali è diventata per me una scelta etica e filosofica irrinunciabile che estendo anche alla loro provenienza.

Dalla conoscenza della tradizione dei Boro è nato il “Kimono Boroboro”.

Ho sentito la necessità di immedesimarmi nella vita di un pescatore giapponese che ha bsogno di cucire un abito per coprirsi e a questo scopo utilizza tutto, ogni singolo pezzetto di stoffa. Volevo conoscere ed entrare nel presente di una storia, sentire il sapore e il dolore del passato in contrasto con la condizione di abbondanza, di superfluo del consumismo, che caratterizza la nostra epoca. Per questa operazione/opera ho chiamato a raccolta “i mercanti di stracci” contemporanei, cioè tutte quelle persone che avrebbero potuto contribuire a realizzare il mio progetto. Ho lanciato un appello sul mio profilo FB affinchè chi voleva poteva farmi avere dei pezzi di cotone blu e gugliate di filo dismesse. Per tre mesi ho cucito punto dopo punto minuscoli ritagli di stoffa con gugliate a volte lunghe appena 20 cm, materiali arrivati da tutta Italia. Ho lavorato fino a perdere la sensibilità dei polpastrelli, ma volevo vivere sulla mia pelle questa  esperienza, vedere cosa ne avrei tratto. Ho compreso che anche un pezzo di tessuto può avere una sua sacralità. Dipende da come lo usi, dal valore che dai al tuo gesto.

Da BoroBoro in poi ho molti “fornitori” di stracci, fili e materiali. Tra i tanti, un’amica volontaria in un’associazione che si occupa di rifugiati. Tra le attività dell’associazione c’è lo svuotamento di appartamenti che cambiano proprietà. Con il recupero dei mobili, elettrodomestici e altre suppellettili si arredano gli alloggi dei rifugiati, specialmente donne. Spesso in queste abitazioni da liberare si ritrovano i cestini del cucito, del ricamo o dei lavori a maglia, anche tagli e ritagli di qualche donna che probabilmente praticava la sartoria. Da alcuni anni questi materiali raggiungono il mio studio. Fin dalle prime volte, aprire e frugare nei pacchi che arrivavano è stato estremamente emozionante. Ricordo la volta in cui mi portarono una trentina di mutande appartenute al corredo di suore di clausura dei primi del novecento. Fu una folgorazione! Da quelle mutande, nel 2016, nacque l’installazione “Anche il clero porta le mutande” che ho esposto per la prima volta al Paulo Setubal Museum di Tatuì nello Stato di San Paolo e successivamente, con il titolo “Linfe”, nelle Marche e poi a Cagliari. Sedici mutande che ho tinto con le radici di robbia ad evocare il sangue mestruale e “indossate” su supporti sintetizzanti la figura umana, realizzati con rami d’albero, in parte scortecciati con tagli secchi e imprecisi indicanti lo slancio trascendentale che anima i corpi. A terra la parte grossa delle gambe, impiantate nell’argilla, descriveva la dimensione esistenziale di matrice terrestre, ben radicata al suolo, che tenta di elevarsi, farsi essenza, non arrivando mai davvero a trasfigurarsi.

Pietrina Atzori § Linfe

Un altro lavoro nato da ritagli di tessuto e grovigli di fili di ricamo sono “I pezzinni” piccole opere in cui ogni frammento diventa memoria e si eleva a oggetto prezioso. Scarti scampati al macero, all’oblio; recuperati, riuniti, assemblati, cuciti, ricamati in piccole forme diventano sculture dell’anima. Sempre con scarti tessili ho realizzato numerosi libri d’artista. “Graffito” e “Botanical explorations” sono due opere la cui forma e dimensione delle pagine si ispirano alle Lung-Ta, le bandierine di preghiera tibetane. In entrambi i libri, le pagine recano il messaggio di tutti coloro che esplorano la natura, la onorano e la rispettano.

Pietrina Atzori § Pezzinni

“Tensioni precarie in equilibri precari” invece sono sculture ricavate da parti metalliche probabilmente appartenute a legni naufragati che la forza del mare ha ridotto a frammenti. Le correnti galvaniche hanno procurato piccole fessure in cui affacciarsi per immaginari da ricamare; concrezioni marine formatesi durante la vita nel fondale diventano musa ispiratrice. Li avvolgo con fili di vari spessori, in una tensione ricercata nell’incerto equilibrio dei metalli, metafora evidente della precarietà dell’esistenza.

Pietrina Atzori § Tensioni precarie in equilibri precari

Io: Quali sono le tecniche che utilizzi per le tue opere? E cos’è il tuo “ricamo contemporaneo”?

PA: Nelle mie opere utilizzo tutte le tecniche che conosco. Le piego alle mie esigenze e spesso tendo a scompigliare le regole della tecnica. Talvolta cerco di operare come non se impiegassi quella tecnica per la prima volta, ad esempio utilizzando gli attrezzi con la mano destra invece che con la sinistra (io sono mancina). In questo modo ottengo dei lavori che sembrano realizzati da chi non conosce la tecnica o da chi ancora la maneggia da principiante. Mi piace molto provare a decostruire il mio saper fare: mi permette di esplorare nuove soluzioni. Capitolo a parte è il ricamo. Mentre con le altre tecniche ho un rapporto di vecchia data, con il ricamo ho sempre avuto un rapporto conflittuale. Più di altre tecniche, infatti, il ricamo tradizionale è estremamente lento e costrittivo per il mio bisogno di spazio; così ho trovato un mio personale modo di praticarlo.

Il mio ricamo contemporaneo è un ricamo spesso di grandi dimensioni e realizzato su superfici inedite come lo skai (o finta pelle) oppure la rete metallica – quella a quadretti di un centimetro per lato – ed anche sulla carta. La carta è la base su cui realizzo molti prototipi di grandi installazioni. Per i fili spesso attingo ai materiali usati dai pescatori reti e sagole poiché questi materiali sono particolarmente resistenti e duraturi. Nel mio ricamo contemporaneo mi capita di includere anche altri materiali che assemblo sulla superficie, in una composizione che può essere un po’ patchwork, intreccio, ricamo e cucito a macchina. Con questa tecnica utilizzo materiali contemporanei per realizzare opere che trattano i temi della contemporaneità, prevalentemente grandi installazioni pubbliche come “Intragnas” e “MigrAZIONI”.

Pietrina Atzori § Intragnas

Io: Lavori che affrontano i temi dell’attualità – come appunto l’opera permanente MigrAZIONI. Quali altre sono le tue fonti di ispirazione e come nascono le tue opere?

PA: Spesso i temi attuali sono fonte di ispirazione che si traducono in opere – necessità ma anche contributo, il mio personale, per dire che attraverso l’arte possiamo impegnarci, partecipare, denunciare, proporre punti di vista che vanno oltre il presente.

In quest’ottica nasce l’installazione “MigrAzioni”, un lavoro in cui interpreto gli ostacoli del viaggio verso la libertà, percorso intralciato da barriere personali e sociali. Qui ho utilizzato la tecnica del ricamo contemporaneo per intrecciare significati e significanti. Su una sottile ma robusta rete metallica sono drappeggiati fiori di plastica stilizzati, assemblati e cuciti con la macchina da cucire e a mano. Questa vela non potrà mai trattenere il vento, trasformandosi così nell’immagine di un’assoluta immobilità. Attualmente la vela è installata in una piazza pubblica su un legno che circa 20 anni fa ha traghettato nell’isola i primi profughi provenienti dal nord Africa. 

Su vibrazioni emotive universali nasce invece “Intragnas”, opera di arte pubblica commissionata da un Comune isolano per installarla sul muro all’ingresso di una scuola. “Intragnas” parla di emozioni e sentimenti. Un grande ricamo a campiture ampie realizzato su skai con grosse lenze nere e rosse. Al centro è il senso di precarietà in cui l’umanità si sta impantanando. Il contemporaneo fenomeno migratorio se osservato oltre ogni partitismo, nazionalismo, razzismo, fedi religiose opposte, guardato con empatia e rispetto non è altro che il teatro delle emozioni, delle paure, delle, speranze, dei sogni, degli odi, degli amori, delle aspettative tradite e di quelle soddisfatte, dei privilegi, della rabbia, della frustrazione. In questo teatro, se venisse spenta la luce non ci sarebbero bianchi e neri, musulmani e cristiani, migranti ed esuli, ricchi o poveri, belli o brutti, ma solo dei fili luminosi la cui luce si manifesta in tonalità che si riconducono ai sentimenti che provano. E sapete quale è la scena che si presenterebbe ai nostri occhi? Scopriremmo di essere un unico popolo.

Altre volte invece ho un approccio istintuale. Curiosità, emozioni, sensazioni, ricordi sono ciò che fa nascere in me il bisogno di raccontare delle storie. Quando questi stati si incontrano con la materia, l’intangibile diventa tangibile, l’idea diventa forma/oggetto. L’opera che ne scaturisce diventa il mio racconto, a volte anche quello che non sapevo di voler raccontare.

Pietrina Atzori § Migrazioni

Chi è Pietrina Atzori

Non c’è molto da aggiungere per delineare la personalità ed il lavoro di Pietrina Atzori oltre al ritratto esaustivo che esce da questa lunga intervista. Non mi rimane che segnalare le sue mostre ed i suoi interventi negli ultimi anni:

(2012) “Il Feltro dello Sciamano – sulle orme di Joseph Beuys” – Biella; “OPERE TESSILI DA INDOSSARE” Abilmente – VICENZA. (2013) “INTERSEZIONI” Museo Florestal O.Vecchi – S.Paulo – BRASILE; “Artistic and Altered Books” G.I.L.D.A. Concorso Internazionale – PARMA. (2014) “BORO-BORO” Mostra abiti realizzati con materiali di riciclo – CAGLIARI; “Artistic and Altered Books” G.I.L.D.A. Concorso Internazionale – PARMA. (2015) “BOOK SEEDS” – VIII Festival del libro d’artista –BARCELLONA; “Strati- LAYERS” con Sheila Rocchegiani – VERONA TESSILE – VERONA. (2016) “Reflexões” – Mostra Personale – Sao Luis do Maranhao – BRASILE; “Anche il Clero porta le mutande” mostra personale Museo Historico P.Setubal – Tatuì – BRASILE; “Linfe” installazione Festival Arte Contemporanea NOTTE NERA – SERRA DE CONTI; “Linfe” installazione Alig’Art – EXPO Centro Culturale LAZZARETTO – CAGLIARI. (2017) “Io sono – Arte” – Mostra collettiva Galleria BERGA – VICENZA; “Pensieri duraturi – un punto per volta” – Mostra Personale – ASSEMINI. (2018) HOPING Percorsi visivi sulle migrazioni – Mostra collettiva– CAGLIARI. (2019) VERSO ORIENTE – Mostra collettiva – Centro Giovanni Lilliu – BARUMINI; BIXINAU – Residenza e Mostra arte contemporanea Convento Santa Rosa – NURRI; 20X20 SEGNI – Mostra collettiva – ORISTANO; CONNECTING PEOPLE – Mostra arte contemporanea – MAMOIADA; INVENTARIO 20 – Biennale FiberArt – Museo MURATS – SAMUGHEO.

INSTALLAZIONI ED ALTRI PROGETTI: (2010) “Cuncambias Festival”, Direzione Artistica – Creazione e installazione Vertical Garden – SAN SPERATE (CA); “Festival Marina Cafè Noir”, INSTALLAZIONE PERMANENTE GIARDINO VERTICALE contenitori in feltro di lana sarda – CAGLIARI. (2011) “Festival Posidonia”, INSTALLAZIONE PERMANENTE GIARDINO VERTICALE contenitori in feltro di lana sarda – CARLOFORTE; “Felt United” Parco delle pietre sonore – Pinuccio Sciola a San Sperate. (2012) “Festival do Castanho – Montalegre PORTOGALLO. (2017) “INTRAGNAS” trittico 3,2×1,90 Via Portotorres – ASSEMINI. (2018) “SUL FILO DEL TEMPO” Installazione 50’ anni Muralismo – SAN SPERATE; “MigrAzioni” Installazione ricamo contemporaneo – SAN SPERATE.

PARTECIPAZIONI E COLLABORAZIONI: (2017) Murales “FABULA” di Rosaria Straffalaci – ASSEMINI; “Andando via” omaggio a Grazia Deledda – Partecipazione all’Asta di opere d’arte organiz. Archivio Maria LAI e Galleria Macca di CAGLIARI; “PARTITURA PER AGO E FILO” Pietrina Atzori e Gianluca Verlingieri – CUNEO. (2018) Murales “PUNTO GAMMA” di Rosaria Straffalaci – VILLA SAN GIOVANNI – RC. (2019) BIXINAU Residenza internazionale arte contemporanea- a cura di IVYNode – NURRI. (2010-11-14) Expo “Filo, lungo filo un nodo si farà” ed. 2010, Villaggio Leumann – TORINO; (2011) CONCORSO: “PURA LANA SARDA” – Concorso di idee per la realizzazione di prototipi in Lana di Pecora Sarda (8° clas.) promosso da Provincia di Sassari – CNR Ibimet Sassari e CCIAA Sassari – SASSARI. (2012) “Geo&Geo” su RAI 3 RADIO TELEVISIONE ITALIANA. (2019) Collaborazione alla stesura del disciplinare sulla lana per MARCHIO PECORA NERA DI ARBUS.

PERFORMANCE E VIDEOARTE: (2016) “POSEIDONIA” performance di e con Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci – porticciolo San’Elia – CAGLIARI. (2017) “SINTESI” performance di e con Pietrina Atzori, Rosaria Straffalaci, Mixa Fortuna e Mario Massa – Festival Sant’Arte I°ed. – Fondazione Sciola – SAN SPERATE. (2018) “AEQUA NOX” performance di e con Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci – Filanda Cogliandro a VILLA SAN GIOVANNI – RC; “HUMAN SIZED BOUQUET” performance di e con Pietrina Atzori e Rosaria Straffalaci – Festival Sant’Arte II°ed.– Fondazione Sciola – SAN SPERATE

PREMI: (2010) “Filo, lungo filo un nodo si farà”, Villaggio Leumann – TORINO; (2013) 1° premio “G.I.L.D.A. Concorso Internaz. Artistic and Altered Books” – PARMA. (2019) Premio Biodiversità “Concorso Internaz. “Trame a Corte – Cosa mi metto in testa” – PARMA.

Pietrina Atzori § Migrazioni

Contatti

Blog:  http://pietrina-atzori.blogspot.com/

Facebook: https://www.facebook.com/Pietrina-Atzori-Textile-felt-nature-explorer-1425937367670810

E-mail: pietra64@yahoo.it

Angela Di Blasi

Angela Di Blasi è un’illustratrice che attraverso ago e filo veicola favole, messaggi, sogni, valori e un immenso amore per la sua terra e le sue tradizioni. Abbiamo chiacchierato un po’ e mi sono fatta raccontare quanto è difficile – ma anche bellissimo – vivere del proprio talento e della propria creatività.

Cucilibro | Chichibio e la gru

Io: Ti definisci illustratrice di fiabe di stoffa. Mi racconti come sei diventata l’una e l’altra?

ADB: L’illustrazione è sempre stata una mia passione, il disegno, i colori. Quando mi sono iscritta in Accademia e ho cominciato a fare proprio quello, ho pensato che matita e colori non bastavano, avevo bisogno di qualcosa che si potesse toccare, ho pensato ai bambini e a me da piccola, ma anche da adulta, mi piaceva e mi piace toccare le cose per capire come sono fatte. E’ già un primo passo – pensai – che materiale posso usare per realizzare un libro bello da vedere e bello da toccare? E dopo tanti tentativi sono arrivata alla conclusione che la stoffa poteva essere il materiale migliore per esprimere questo. Così cominciai a cercare a casa delle stoffe e indumenti dismessi. Secondo passo, dovevo capire come rendere unico il lavoro non utilizzando la colla…ago e filo? Ma io non so cucire… e invece no, inventai un modo di cucire, creativo, non perfetto, che non segue schemi, proprio come sono io. Terzo passo, dare un nome originale, visto che realizzavo per la maggior parte fiabe con la stoffa ho deciso di chiamarle “Fiabe di stoffa”. “Fiabe di stoffa” oggi è diventato il mio laboratorio. Ad oggi, inoltre, posso dire di avere fatto la scelta giusta perchè adesso il cucito e le fiabe sono la mia vita, il mio lavoro.

Cucilbro | La Sirena di Palermo

Io: Qual è il tuo rapporto con fili e fibre? Che cosa rappresentano per te?

ADB: Amore puro, posso considerarlo così, materie prime dalle quali parte un’idea che le trasforma.  Sono il mezzo che mi permette di realizzare le mie opere e le mie fiabe di stoffa. Sono la base di un processo artistico e intellettuale, dove quello che penso e quello che realizzo si incontrano. Rappresentano le radici, i legami che si creano. Quando crei un’opera stai dando vita al tuo pensiero che si materializza.

Il mio gatto viola

Io: Hai scelto la professione artistica. Quali difficoltà e quali soddisfazioni finora?

ADB: Ho scelto la carriera artistica perchè nella vita ho deciso di fare quello per cui ho studiato e soprattutto nella mia terra, terra ricca di contraddizioni ma anche di bellezza, alla quale sono fortemente radicata e ancorata. Non è stato e non è facile anche adesso, ma posso dire che rifarei questa scelta un’altra volta e un’altra volta ancora. Le difficoltà ci sono state, non è facile lavorare ed essere artista in una Sicilia come questa, dove non esiste la meritocrazia. Troppi artisti, molti nipoti e parenti di… e quindi devi sgomitare tanto prima di emergere dalle acque più profonde. Oggi posso dire che sono felice del mio lavoro e della mia carriera artistica, ringrazio chi ogni giorno mi sostiene e ha fatto diventare i miei sogni realtà, ringrazio me stessa per metterci tutto l’amore, la passione, la fede e per credere sempre in quello che faccio, forse è questa la carta vincente per arrivare al cuore delle persone.

Madama Butterfly

Io: E il teatro. Qual è la differenza fra le tue grandi scenografie in stoffa e, ad esempio, i grandi arazzi?

ADB: Il teatro, altra grande mia passione. I costumi, le scene. Dopo un corso, presso la Sartoria Pipi di Palermo, dove sono stati realizzati costumi per le opere del Teatro Massimo, toccare con mano quegli abiti, dopo avere sostenuto esami di costume in Accademia e dopo un corso per costumista e scenografa per il teatro, dove per l’esame ho realizzato una scenografia di stoffa, avevo pensato di continuare. Avevo voglia di realizzare delle grandi scenografie per il teatro ma in verità non mi sono mai proposta. Un giorno una scuola contatta me e mio marito, lo scultore Alberto Criscione, il sostenitore dei miei sogni,  per far realizzare una scenografia di Natale, potevo realizzare il mio sogno. Così insieme ad Alberto abbiamo realizzato quella e, negli anni, tante altre, per scuole ma anche per eventi artistici alla Rinascente di Palermo. In seguito l’ho riproposta come attività progettuale nelle scuole facendola realizzare ai bambini. La cosa bella è quella di insegnare ai bambini a sognare in grande e a lavorare in gruppo.

Scenografie di stoffa

Io: Utilizzi spesso materiali di recupero. Perché questa scelta?

ADB: Inizialmente perchè non volevo pesare ulteriormente sui miei genitori, in Accademia ci sono tante spese da affrontare e poi perchè, dopo avere capito che volevo realizzare qualcosa di tattile e qualcosa che al tatto potesse emozionare, mi piaceva l’idea di riutilizzare indumenti e stoffe dismesse, cose che hanno una storia, dei ricordi, come una copertina di lana che era della mia mamma quando era piccola, grazie a quella copertina ho realizzato tante opere. In questo modo le cose rimangono nella nostra memoria anche se vengono trasformate.

Song of the sea #2

Io: Sei anche insegnante. Quanto è importante per te trasmettere le tue conoscenze?

ADB: È importante lasciare un segno, una traccia del nostro lavoro ma, soprattutto, è importante fare capire ai bambini che i sogni si possono realizzare e che dobbiamo credere sempre in quello che facciamo, questa è una premessa che faccio sempre ai bambini che seguo al lavoro ma anche a tutti quelli che seguono laboratori con me. I bambini sono il nostro futuro ed è giusto spiegare loro dei valori e insegnare a rispettare l’ambiente e le nostre tradizioni. Infatti nei miei laboratori i bambini imparano cosa sono le fiabe, le favole; c’è sempre un racconto, una morale dietro; il riciclo creativo, riutilizzare per rispettare e non inquinare l’ambiente; siamo troppo abituati all’usa e getta. Imparano a conoscere la nostra terra e le bellezze che ne fanno parte; imparano i vecchi mestieri, come ad esempio il cucito, ma anche la lavorazione della lana e come tutte queste antiche tradizioni sono importanti nella nostra vita.

Song of the sea | work in progress

Io: Tecniche e materiali: quanto sperimenti per tutte le tue molteplici attività in ambito artistico? Quali sono le tecniche e i materiali che ti sono invece più famigliari, quelli che utilizzi con più frequenza?

ADB: Diciamo che attualmente le sperimentazioni sono sempre legate alle stoffe e tutto ciò che ne fa parte, oggi la mia tecnica si sviluppa attraverso la macchina da cucire, mentre prima solo ago e filo. Ho sperimentato il disegnare con essa e devo ammettere che è difficile ma il risultato mi meraviglia ogni volta di più. Il cucito per me è una forma di meditazione, mi fa entrare in contatto con la parte più profonda di me. Tempo fa ho letto un articolo che parlava del fatto che attraverso le mani veicoliamo le nostre emozioni, riusciamo a guarire il nostro dolore. Le mani sono strumenti divini. Oltre al cucito mi sono appassionata alla lavorazione della lana cardata. Mi piace utilizzare questo materiale per l’effetto che dà lavorandolo con la macchina da cucire. Un’altra tecnica è realizzata con metalli con cui realizzo le mie collane Inturciuniate® di ADB, girocollo realizzato grazie all’aggrovigliamento del filo metallico dove unisco perline, perle ceramiche, oggetti trovati in spiaggia e elementi naturali. Le perle ceramiche nascono da un progetto con mio marito, ma ancora è un work in progress, che al momento non voglio svelare. Tra qualche mese mi cimenterò in un nuovo progetto, la tessitura, seguirò un corso specifico e vediamo cosa nascerà.

Song of the sea #9 | lana cardata

Io: Come nascono i tuoi progetti?

ADB: Nascono dalla voglia di insegnare a saper fare delle cose, a imparare delle tecniche ma a far capire che ognuno di noi può reinventarsi ogni giorno. Ogni giorno possiamo decidere di fare qualcosa di nuovo che migliora la nostra vita. Nascono dalla voglia di lasciare memoria di ciò che è stato fatto, nascono dall’amore di trasmettere tradizioni, nascono dal racconto, e dal rispetto per la nostra terra, infatti sono sempre queste le tematiche che girano attorno ai miei progetti.

Song of the sea #9 | work in progress

Io: A cosa stai lavorando in questo periodo?

ADB: Diciamo che sono una persona che non si risparmia, mi piace fare il mio lavoro per cui cerco sempre nuovi stimoli, nuove idee e nuove collaborazioni. Attualmente, sono un educatore professionale per un’associazione che si occupa delle famiglie del quartiere Zen, facciamo potenziamento didattico, li aiutiamo dove hanno carenze, in più io mi dedico alla parte creativa. Organizzo per loro e per le loro mamme dei laboratori che girano attorno al tema della creatività, manualità e sull’economia circolare. Spiego loro come riutilizzare le cose per non buttarle e come valorizzarle. Sto realizzando nuove opere per la Galleria Centro d’Arte Raffaello con cui collaboro dal 2019. Ho avviato un corso online di CuciArte per tutti i bambini che seguivano i miei laboratori e si sono aggiunte anche persone nuove da Milano. Spero di riprendere i miei progetti nelle scuole e all’Ecomuseo Mare Memoria Viva dove conduco dal 2014 il mio laboratorio Fiabe di Stoffa e all’Agriturismo Bosco Tumminia dove conduco laboratori sulla lana cardata. Tutti luoghi legati alla natura e al mare, fonte per la mia ispirazione. Ho dei progetti artistici insieme a mio marito, Alberto Criscione, legati anche a dei viaggi in merito. E altre collaborazioni in corso con un’amica fotografa e un’amica poetessa, e spero che possa partire il Progetto con l’Associazione Arces, sull’economia circolare, al momento work in progress. Come vedi non mi fermo mai, questo mi rende viva.

Impermanenza

Io: Un sogno nel cassetto?

ADB: Penso che i questi anni ho dato vita ai miei sogni nel cassetto, fissandomi degli obiettivi e perseguendoli con tenacia, passione e non mollando mai la presa. Forse l’unica cosa che vorrei realizzare è che i miei libri, le mie illustrazioni possano prendere il volo.

Omaggio a Klimt | Ph.credit Daniele Fulco

Chi è Angela Di Blasi

Angela Di Blasi, nata il 16 agosto 1979 a Palermo, dove vivo e lavoro. Mi sono laureata nel 2007 presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, indirizzo Decorazione e oggi sono un Educatore professionale, mi occupo di Potenziamento didattico e laboratori creativi e sul riciclo e sull’Economia Circolare,  presso l’Associazione Bayty Baytyk. Dal 2003 mi dedico all’illustrazione di Fiabe e racconti per bambini e adulti, realizzate con materiale da riciclo cuciti a mano e a macchina. La scelta dei materiali da riuso avviene, dopo una lunga e accurata ricerca, per una scelta di realizzare qualcosa di materico, che stimolasse il tatto provocando delle emozioni diverse in ogni individuo. Prima di terminare gli studi, avevo già cominciato a interessarmi ai materiali da riciclo, creando così i primi libri di Fiabe in stoffa, realizzati con ogni materiale buttato via dagli armadi, dai cassetti, da ciò che si considera ormai inutile o inutilizzabile. Sono designer di gioielli e accessori, ho realizzato e registrato un marchio chiamato Inturciuniate di ADB. Ho collaborato con l’Occhio del Riciclone di Roma dove ho esposto e venduto le mie creazioni. Negli anni ho dato vita alla mia CuciArteche comprende CuciLibri, CuciDipinti e le Inturciuniate®. Dal 2003 ad oggi, realizzo i CuciDipinti, quadri realizzati con materiale da riuso cucito a mano e a macchina, impreziositi da passamanerie, cotone, lana, elementi naturali. Fonte d’ispirazione è il mare, le barche, i fari, la natura. Sono esperta di scenografia e costume per lo spettacolo, con stage presso la sartoria Pipi. Ideatrice e creatrice di scenografie realizzate con materiali da riuso per scuole (Istituto Minutoli, Istituto Mattarella) ed eventi artistici culturali (Rinascente) in collaborazione con lo scultore Alberto Criscione. Specializzata in Arte e Immagine,  Disegno e Storia dell’Arte, Discipline Pittoriche. Collaboro con scuole private e scuole pubbliche, associazioni, librerie e musei dove conduco i miei laboratori. Oggi collaboro con l’Associazione Arces Collegio Universitario per il progetto Helios, sull’Economia Circolare e con la Galleria D’Arte Raffaello di Palermo, con L’Ecomuseo Mare Memoria Viva e l’agriturismo Bosco Tumminia.

Song of the sea #8

Contatti

Cell.: 3894395491

Email: adb.79reuse@gmail.com – angeladiblasi35@tyahoo.it

Sito: cuciarte.com

Instagram: cuciarte

FB: La CuciArte di Angela Di Blasi

Youtube: La CuciArte di Angela Di Blasi

Song of the sea #6


Simonetta Battoia

Dai primi damaschi e taffetas, Simonetta Battoia realizza oggi opere tridimensionali sperimentando diversi materiali, tra cui il nylon. Una ricerca che conduce con rigore e leggerezza da molti anni, mietendo successi e riconoscimenti.

Più che un’intervista, la nostra è stata una piacevole chiacchierata tra fili, progetti e ricordi.

Dove vanno i nostri sogni, 2020 – 101×100 cm, nylon trasparente e rosa.

Io: Ad un certo punto, nel 1992, ti sei iscritta ad un coso di tessitura. È stata una decisione improvvisa oppure c’erano già, tra i tuoi interessi e le tue attività, le premesse per approcciare il telaio?

SB: Mi sono sempre occupata di attività manuali: cucito, maglia, uncinetto… perciò quando ho iscritto mia figlia a scuola ho visto il corso libero e mi sono incuriosita; così ho iniziato a conoscere il telaio

Io: Dai primi damaschi alle sculture di fiber art il passaggio è notevole. Quando hai cominciato ad applicare le tecniche tessili per realizzare opere d’arte contemporanea anziché tessuti più tradizionali?

SB: È stato il caso, mentre leggevo una rivista (che sarebbe poi diventata “Tessereamano”) trovai un concorso dal tema “Arditi orditi e tenere trame” subito mi domandai come facesse un ordito ad essere ardito?”. Provai, nacque Ali. Il mio primo lavoro con il quale vinsi il primo premio.

Ali, 1996 – 26×100 cm, fili d’erba, cotone, lana.

Io: Cosa ti ispira per la creazione di un’opera? Come procedi dall’idea alla sua realizzazione?

SB: Non è un procedimento fisso, può essere una forma che mi attira, che osservo, che memorizzo per poi utilizzarla; può essere un tema di qualche competizione che mi dia modo di utilizzare quell’intreccio o quella forma che mi aveva colpito. È il fondere l’idea con ciò che mi piace e che posso modificare strada facendo secondo le esigenze tecniche. Non c’è un progetto vero e proprio con disegno e misure; dall’idea passo alla ricerca del materiale più adatto e alla tecnica più valida per rendere queste caratteristiche. Talvolta sono proprio queste stesse caratteristiche che realizzano l’opera. Non c’è la prevalenza di nessun componente ma un equilibrio tra loro.

Maretta, 2019 – 100x85x75 cm, nylon

Io: Quali sono le tecniche che prediligi?

SB: Mi piace molto la tecnica del telaio a triangolo, che poi ho trasformato in cerchio, perché al termine del lavoro ogni lato è rifinito. L’intreccio che amo è la tela: è semplice, pulita e mette in risalto il materiale.

Anonimo, 2003 – 140×60 cm, lino e seta

Io: Quanto è importante per la tua ricerca artistica la sperimentazione di nuove tecniche e materiali?

SB: È molto importante sperimentare il materiale, abbinarlo a tecniche diverse per comprendere come reagisce alle varie manipolazioni e contemporaneamente trovare la tecnica più adatta per metterlo in evidenza.

Sorella acqua, 2015 – 60×33 cm, nylon, cotone, lurex.

Io: Da qualche tempo utilizzi il nylon con il quale riesci a creare anche strutture complesse. Cosa ti ha portato a scegliere un materiale così difficile da ‘governare’?

SB: Il nylon è trasparente come il vetro, se illuminato sapientemente dà riflessi ed ombre inaspettate e mutevoli, quasi sognanti; contemporaneamente non richiede cure (non è delicato come il vetro) è facilmente trasportabile se si sporca lo si pulisce facilmente. Come dici, non è facile da ‘governare’ ma se lo stai a sentire diventa amico.

Leggerezza, 2018 – 100×170 cm, nylon-seta vegetale-cotone-sintetico

Io: Quale tua opera ritieni ti rappresenti maggiormente e per quale motivo?

SB: L’opera “Io” è la mia impronta digitale, tessuta in seta di tutti i colori. Amo i colori e le loro sfumature; in quest’opera mi sono persa, filo dopo filo, tono dopo tono, in un mare di colori.

Io, 2000 – 85×60 cm, seta.

Io: Come ha influenzato le tue opere il lungo periodo di lockdown?

SB: La chiusura non ha influenzato le mie opere, io sto molto volentieri in casa; mi ha aiutato a terminare l’ultimo lavoro.

Utopia, 2020 – 74×54 cm, nylon-cotone bianco-laminato oro.

Io: A cosa stai lavorando in questo periodo?

SB: Ho terminato da poco l’opera per “Trame a Corte”. Sto progettando un lavoro che avrà come soggetto il cerchio, che abbraccia e accoglie; sto riflettendo sullo spessore del filo di nylon; cercherò, e sarà l’impresa del nylon colorato.

Stella serpentina, 2004 – 52×38 cm, bacchette di vetro-seta.

Io: Un progetto, un’opera, un sogno nel cassetto che vorresti vedere realizzato?

SB: Mi piacerebbe realizzare un lavoro dove la trasparenza del nylon possa essere riempita da una tessitura in fili di seta, sia in trama che in ordito, fino ad oggi non ci sono riuscita nonostante molte prove. Ma sono fiduciosa.

Bellezza deturpata, 2017 – 29x14x10 cm, filo metallico-seta-juta.

Chi è Simonetta Battoia

Simonetta Battoia, genovese, ha imparato a tessere frequentando un corso di tessitura presso la scuola Duchessa di Galliera in Genova (1992 -1995) ed un corso di tessitura serica, velluti, damaschi con stage presso Fondazione Lisio di Firenze e presso la Ditta Brozzetti di Perugia. Nel 1995 contribuisce alla costituzione di “ERGASTERION”, gruppo per la ricerca tessile storico artistica con il quale partecipa alla confezione di taffetas destinato al Museo d’Arte Orientale di Venezia e alla mostra “Tessuto d’arte: il tempo continuato”, organizzata dall’Associazione Arte e Cultura di Celle Ligure (Sv) in collaborazione con Tessitura Gaggioli di Zoagli (Ge) e Fondazione Lisio di Firenze; due anni dopo tesse il taffetas utilizzato per la confezione del nuovo Gonfalone di Genova.

Nel 1996 partecipa al concorso “Arditi orditi e tenere trame” organizzato dal Circolo Artistico Culturale Aquarius91 di Torino, classificandosi al primo posto. Da questo primo successo, inizia una sperimentazione sempre più orientata verso l’utilizzo di fili, tessuti e fibre in ambito artistico partecipando a mostre e contest in ambito nazionale ed internazionale: dalla Biennale d’Arte Tessile “Trame d’autore” della città di Chieri (To) a “Dialogue 98” a Chisinau, in Moldavia, Miniartextil Como, la Biennale del Baltico di Gdynia (Polonia), la Triennale di Bucarest,“Mini Texile Art” di Kerson (Ucraine),  “Scythia 2008” VII International Biennal on Contemporary Texile Art, “Suave” III Biennal Internacional de Accesories Textiles di Madrid, “Trame a Corte” a Parma, “Verona Tessile – la via della seta”, “Vanish –Survive” alla Galleria Arka di Vilnius. Solo per citarne alcuni.

Geometrie, 2001 – 18x10x11 cm, bacchette di vetro-seta.

Vincitrice del concorso per il logo del coordinamento tessitori. “Brava casa” le ha dedicato un articolo, “Scultrice al telaio”, di Gabriella Kuruvilla e fotografie di Rossella Murgia. Le sue opere sono nella collezione permanente della Collezione Civica di Chieri; della Collezione White Frigate “Dar Pomorzia”, Museo galleggiante di Gdynia; dell’Associazione “Arti e Mestieri di Macerata e della collezione dell’Associazione Arcadia.

Contatti

L’artista è presente su facebook ed è contattabile via mail sim.mike@libero.it

Caos&cosm,o 2004 – 12×12 cm, bacchette di vetro-seta-feltro.
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