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Il filo conduttore

Ogni volta che mi imbatto in un manufatto d’artigianato tessile, un’opera di fiber art, un tappeto di design o altre creazioni di textile art rimango affascinata dalle infinite possibilità di un semplice filo.

Questo blog racconta le meraviglie che ho scoperto seguendo quel filo: le storie, le persone, le opere, i luoghi.

Forme dell’assenza: gli angeli di Lory Ginedumont

Succede nell’esistenza di ognuno di noi di sperimentare (ahimè) almeno una volta l’annichilimento del dolore.

Capita credo a tutti che proprio allora, d’un tratto, guardandoci intorno ci si senta profondamente soli. Non perché manchino gli affetti e gli amici ma perché, perduti nel mare doloroso in cui ci troviamo a navigare, ci rendiamo conto della distanza tra noi e l’altro; per quanto profonda sia l’empatia e i sentimenti che ci legano gli uni agli altri, il dolore – soprattutto del distacco da coloro che amiamo – è indubbiamente una prova di cui siamo chiamati a fare esperienza in solitudine.

Sarà il tempo, poi, a ricondurci in porto ma quanto a quello spazio deserto intorno a noi di cui abbiamo per la prima volta preso coscienza, di quello purtroppo resterà traccia e lentamente sarà la memoria a diventare l’unica nave a solcarne le acque.

In quel lembo di mare ritroveremo a volte con malinconia, altre nella tristezza del rimpianto e, fortunatamente, molte altre ancora nel conforto tenero e gioioso del ricordo, ciò che nello scorrere dei nostri giorni abbiamo vissuto, coloro che abbiamo perduto, la narrazione (forse un po’ sfumata e rivisitata) degli eventi che hanno abitato il tempo che abbiamo sin qui trascorso su questa terra. In questo spazio ibrido che la nostra coscienza ci restituisce come testimonianza di una vita che ci appartiene tanto quanto ci sfugge, nasce l’installazione di Lory Ginedumont.


Mi sono spesso chiesta che forma abbia l’assenza. È innegabile che nella familiarità di un gesto, nell’odore evocativo che esce da una cucina la domenica mattina, nelle note di una canzone che tormentava l’estate di molti anni fa e che cogliamo per un attimo di sfuggita tra le corsie del supermercato, noi ritroviamo un volto, un istante, una voce che benché non più qui ora, scopriamo essere sempre con noi, viva – seppur di altra sostanza, in un’altra frequenza.

Fatto sta che a volte questa ‘assenza’ ci risulta così presente da avere la sensazione di poterla quasi toccare, interrogare, abbracciare. In questa minuscola fessura tra la realtà e il mistero, si inserisce l’alchimia magica dell’arte che affida alle mani di Lory Ginedumont l’onere di ri-cucire questo strappo, di riannodare il filo tra assenza e presenza.

Nell’atto creativo in cui attraverso il medium tessile l’artista dà forma alla prima trasformandola nella seconda, l’arte assolve anche alla sua funzione catartica. Cucire è, infatti una pratica lenta e meditativa, fatta di gesti che nella ripetizione sempre uguale a se stessa ci concedono il lusso di un tempo per intrecciare i fili del nostro sentire con quelli della nostra memoria.

Una dopo l’altra le sue figure assumono la forma di angeli, entità sospese al di fuori della portata del tempo, a metà tra la sostanza eterea dello spirito ed una tangibilità che li rende potenzialmente visibili allorché chiamati a mediare – messaggeri la cui esistenza è ammessa in tutte le religioni – tra l’uomo e la divinità, tra la dimensione tutta terrena della nostra conoscenza e l’inconnu cui la consapevolezza della nostra fragilità conferisce a seconda delle culture e delle generazioni, differente forma e nome.

Punto dopo punto, la memoria costruisce pazientemente un angelo dopo l’altro finché quello spazio ibrido e vuoto si popola di presenze fatte della stessa sostanza del nostro vissuto – emozioni, istanti, affetti, ricordi – e solo allora, nel riconoscere che nulla di ciò che è stato è perduto ma è vivo e inesorabilmente e per sempre parte di noi, l’arte diventa anche consolatoria e di più, universale.

Quella che l’artista ci consegna è la riflessione sul “possibile” che trova nella libertà della creazione il superamento del confine effimero ed illusorio del vero e del reale.

Ph.credit Diana Lapin

Manuela Bieri

Nel mio ‘viaggio’ alla scoperta dell’arte tessile in Ticino, ho incontrato Manuela Bieri la cui ricerca si muove tra l’urgenza di preservare e traghettare nel futuro la memoria di saperi e abilità tecniche e culturali antiche e una passione autentica per la meraviglia della natura fin nelle sue minime manifestazioni. Ecco cosa mi ha raccontato di sè, dei suoi progetti, delle sue opere.

IL BACIO, collage tessile, 2017, stampa inchiostro su cotone

Io: Qual è il percorso formativo che ti ha avvicinato all’arte tessile?


MB: Mi sono diplomata in comunicazione visiva. Per molti anni ho lavorato professionalmente come grafica in diversi ambiti culturali, spesso associando al lavoro digitale quello materico. Ho portato dentro il rigore del lavoro grafico la variabile creativa del disegno, del collage o di altri elementi. Sono da sempre attratta dall’accostamento e dall’interazione di elementi che appartengono a mondi espressivi diversi.

IDENTITA’ DOVE VAI, serie 2017, elaborazione digitale fotografia Otto Pfenninger, stampa inchiostro su cotone


L’avvicinamento all’arte tessile è stato graduale. Ho una passione per i tessuti da moltissimi anni, dapprima li compravo e basta, poi ho iniziato a creare oggetti che mi permettessero di usare lane, sete, cotoni, broccati ecc. e negli ultimi anni sono stata stregata dalla forza e dalla poesia del ricamo.

ANEMONI DI TERRA, 2020, lana

Ecco che da osservatrice meticolosa e collezionista dilettante, solo negli ultimi tre/quattro anni ho avviato un lavoro di approfondimento sulle tecniche tessili: seminari e formazione specifica sui diversi approcci. In particolare per me è stato molto significativo un simposio in Inghilterra (Gawthorpe Textiles Collection Hall, Burnley, UK), che mi ha aperto l’universo del dialogo tra spazi espositivi e interventi di arte tessili.

Io: Quali sono le riflessioni alla base della tua ricerca artistica?


MB: In primo luogo per me è sempre stato molto importante l’esplorazione delle tecniche e delle tradizioni. Per gran parte della mia vita ho avuto la possibilità di viaggiare molti mesi all’anno sopratutto in Estremo Oriente e Sud Est Asiatico, ma anche Europa e Sud America. Ovunque andassi, il confronto con le espressioni artistiche legate al ricamo o ai tessuti, era sempre fonte di ispirazione. Ci ho messo molto a diventare un’artista tessile nella pratica, e mi sento davvero all’inizio del mio percorso artistico, consapevole però di esserlo stata da tanti anni nello spirito.
Per cui, da una parte, sicuramente il dialogo con il passato e con la memoria sono stati un passaggio necessario per la mia crescita.

Collage, serie 2016, stampa inchiostro su cotone


A questo percorso ho sempre affiancato una passione per il naturale, anzi direi per l’assoluto naturale: sono almeno venti anni che continuo a documentare, fotografando, le manifestazioni stupefacenti della natura. Dalla sabbia alle montagne, dai muschi alle sequoie, passando per funghi, fiori, conchiglie tutto è per me uno stimolo per la ricerca.
Memoria e natura: credo di poter sintetizzare in questo modo la base della mia ricerca artistica.

SWIMMERS, 2021, libro tessile, stampa inchiostro su cotone

Io: La natura dunque è tra le maggiori fonti di ispirazione delle tue opere ma diventa in alcuni lavori – ad esempio nella serie di RILIEVI VEGETALI – anche medium, materiale, contenuto. Una risorsa dalla quale attingi a piene mani nell’ambito della tua ricerca…


MB: Si, è corretto. Ci sono, in alcuni frangenti, dei veri e propri incontri con, appunto, delle manifestazioni della perfezione della natura che mi spingono, non solo ad usare la natura, una foglia, un ramo, ma ad intervenire sulla natura stessa. Una foglia diviene l’oggetto del mio intervento, e il soggetto stesso della mia ricerca.
I rilievi vegetali sono un esempio paradigmatico di questa mia, chiamiamola, ossessione. La mia casa è piena di reperti naturali che raccolgo camminando nei boschi, lungo i fiumi, lungo le spiagge… Possono essere, come detto, pietre, alghe essiccate, pezzi di legno… Su di loro proietto una visione, immagino dialoghi, seconde vite, nuove profondità, continui slittamenti semantici.

SWIMMERS, 2021, libro tessile, stampa inchiostro su cotone

Io: Lo scorso anno hai realizzato un progetto site specific nel Museo della Valle Verzasca, allestendo opere in ogni sala espositiva in dialogo con lo spazio e con i reperti…

PRIMAVERA, 2019, intervento site specific Museo della Valle Verzasca, Ticino, seta e perline


MB: Ho sempre osservato incantata le espressioni dell’artigianato tessile delle regioni che visitavo. Ricordo vividamente l’impressione suscitata in me da alcuni manufatti antichi della tradizione del costume sardo per esempio.

Come ho già detto sono agli inizi del mio lavoro di artista tessile, e vivo in Ticino, un Cantone che non incoraggia certo giovani artisti a crescere nel proprio percorso. Questo per dire che ho presto realizzato che se volevo farmi notare dovevo inventarmi qualcosa di nuovo e di forte. Partecipare al simposio in Inghilterra sull’interazione tra realtà museale e arte tessile mi ha dato lo spunto giusto. Ho scritto un progetto e l’ho sottoposto alla direttrice del Museo Etnografico della Valle Verzasca, (uno degli 11 sul territorio cantonale), una giovane etnologa originaria proprio della regione. Il progetto prevedeva che io potessi intervenire, con un dialogo serrato, con gli oggetti e gli ambienti della collezione etnologica del museo.

FOGLIE IN BOZZOLO, 2020, intervento site specific Museo della Valle Verzasca, Ticino, foglie secche e organza di seta


È stato un lavoro lungo quasi un anno e mezzo: un lento avvicinarsi vicendevole. Gli oggetti e gli ambienti hanno lentamente iniziato a dialogare con i miei sogni, i miei progetti, le mie realizzazioni. È stata un’esperienza esaltante per me: ogni stanza ha dato vita ad un intervento distinto, per tecnica, materiali, linguaggi e poetica. Arte tessile, fotografia, ricamo, installazione, grafica d’arte e intervento sugli oggetti in un percorso espositivo unitario.

FOGLIE IN BOZZOLO, 2020, intervento site specific Museo della Valle Verzasca, Ticino, foglie secche e organza di seta

Io: Come dicevi, la memoria è l’altro tema ricorrente nei tuoi lavori. Il medium tessile ha anche una cifra evocativa rispetto alla stratificazione delle esperienze, delle storie, degli eventi – in una parola della memoria, appunto? E che ruolo ha l’arte nella sua rielaborazione, conservazione e trasmissione?


MB: Come già espresso ho davvero una passione per i costumi tradizionali di tutti i popoli del mondo, ritengo che vi sia un’eccellenza qualitativa e una creatività pura e funzionale, mai ostentata, piuttosto difficile da immaginare oggigiorno. In questo senso attingo quanto più possibile a questo materiale che di fatto è una grandiosa fonte di ispirazione. Ma so anche bene che questo patrimonio è considerato, a ragione, artistico; però nasce in gran parte come artigianato. Una distinzione che di questi tempi ritengo importante. Con il gesto artistico io ambisco ad attraversare un oggetto costruendo un ponte tra passato e presente adottando tecniche espressive che, certo, possono essere anche frutto di una rielaborazione della tradizione, quello che cerco è un dialogo.

SENZA TITOLO, rivisitazione forbice per maschiatura bestiame, Museo della Valle Verzasca, Ticino

L’arte, per me, in questo contesto, vale a dire una mostra site specific in un museo etnografico, rappresenta davvero lo strumento per ridare vita ad una serie di relazioni: tra gli oggetti del passato, tra le generazioni del passato, con il presente. Questo legame che si crea agisce in modo fortemente evocativo. Così facendo, l’obiettivo mio, è quello di avviare una riflessione sulle identità, in modo non esclusivo, anzi, direi inclusivo, comprensivo. Quando rielaboro un oggetto o lo faccio riecheggiare in una stanza attraverso un certo tipo di intervento, di fatto utilizzo tecniche o linguaggi che provengono da altre regioni, da altri paesi. La conservazione in questo modo si apre al dialogo con il mondo.

RESTRICTION, 2021, sasso e lana

Io: Tra i lavori dell’ultimo periodo ci sono le opere selezionate per Miniartextil e per la Biennale di Arte Tessile Scythia


MB: Siiiii ne sono incredibilmente felice!! Ho seguito per anni con entusiasmo e tanta ammirazione le precedenti edizioni di Miniartextil, parteciparvi come artista in questo 2021 è un grande onore (sperando di poter finalmente inaugurare!) e mi ha dato la spinta per continuare con altri concorsi internazionali. Sono mamma da pochi mesi e il tempo è davvero poco, quindi seppur la mia indole sia di realizzare opere in dialogo con spazi e contesti reali, confrontarmi con opere singole è stato proprio interessante e stimolante.

SOCIAL DISTANCING, 2020, cuscino di lana, cotone e lana

Chi è Manuela Bieri

Manuela Bieri, nata a Lugano nel 1977, è giornalista radiofonica, grafica e artista tessile. Nella sua arte confluiscono tutte le sue passioni e curiosità.

Nel suo curriculum espositivo; (2020) Dialoghi appesi a un filo, mostra personale, Museo etnografico della Valle Verzasca; (2018) Cuscini Scomodi, Spazio 1929, Lugano; (2017) Chiodi vestiti, Spazio 1929, Lugano; (2017) Artificio, Mostra collettiva per designer svizzeri, Lugano. Progetto di arte tessile; (2016) Tre, Spazio 1929, Lugano; (2014) 9a Biennale dell’immagine di Chiasso, Trasformazioni del paesaggio, curatrice dell’intervento su Otto Pfenninger; (2012) Scenografie cortometraggio animato, Anima Biriki (B.Ferrazzini, I. Turba) http://www.animabiriki.com; (2007) Mostra personale “Sono solo sedie” in Atelier, Lugano.

COSA SI NASCONDE TRA LE PIEGHE DEL CUORE, serie ‘Cuscini scomodi per non dimenticare’, 2018, lana con ricamo di lana

Contatti

http://www.manuelabieri-projects.ch

Michela Cavagna

Nei lavori di Michela Cavagna si intrecciano tecniche tradizionali e tessuti provenienti da ogni parte del mondo. La sua è una ricerca frutto di una formazione ed una sperimentazione sempre in fieri che attinge con la stessa intensità dalla cultura (o meglio, da una molteplicità di culture) e dall’esperienza personale, da antiche abilità artigiane tramandate di generazione in generazione quanto da ambiti di studio più ‘accademici’.

E intervistarla è stato un autentico viaggio nelle pratiche tessili di molti luoghi e di ogni tempo, alla luce della contemporaneità.

Io: Un rapporto di amore/odio il tuo con le fibre tessili, fatto di partenze, di abbandoni e di ritorni. Mi racconti come, quando e perché questo è diventato un medium ricorrente nel tuo lavoro?

MC: Il tessile mi appartiene dalla nascita, sono nata in un distretto tessile. Mio padre ha lavorato per una vita intera in una tessitura, mia madre ha iniziato a lavorare facendo l’attaccafili, pure la nonna materna ha lavorato per una vita in una fabbrica tessile (anche se io ho il vivido ricordo di lei intenta a fare le coperte all’uncinetto di fronte alla finestra della cucina). Quando ero piccola mi raccontava sempre che andava in fabbrica a piedi e usciva di casa alle 4 del mattino per recarvisi, attraverso i cosiddetti “sentieri del lavoro” di cui il mio territorio è ricco. Dopo le scuole medie quindi la mia famiglia dava quasi per scontato che scegliessi la formazione professionale legata al tessile. Ma per me la parola tessile era legata a termini come lavoro alienante in ambienti non accoglienti dove spesso le donne come mia nonna avevano trascorso gli anni migliori della loro vita a discapito anche della famiglia e quindi ho scelto un’altra strada, quella dell’arte ed ho frequentato il liceo artistico.

Alla fine degli anni Ottanta il distretto industriale che ha plasmato il territorio, i rapporti sociali, l’architettura, ha iniziato un lento decadimento che lo ha portato ad una profonda crisi ed allora ancor di più me ne sono allontanata non vedendo un futuro legato al tessile.

Ho vissuto per anni in un luogo totalmente plasmato dalla monoproduzione tessile dove in seguito le fabbriche dismesse sono state definite archeologia industriale (sebbene appaiano come dinosauri adagiati sul terreno), case operaie abbandonate lasciate ad un degrado architettonico irrecuperabile. Un territorio che ha lasciato le nuove generazioni disilluse per inseguire altri sogni. Tutto ciò mi ha portata a rifiutare le mie origini. Ho provato rabbia per il mio paese d’origine e mi sono sentita impotente di fronte al lento decadimento sociale e culturale che lo tormenta da decenni.

Ho scelto di allontanarmi da questo destino predeterminato e di cercare la mia strada cancellando le mie radici.

Ho scelto l’architettura ed inconsapevolmente ho iniziato un percorso di studi che mi ha riavvicinato negli anni alle mie origini. Studiando il Bauhaus non mi sono innamorata delle architetture di Walter Gropius, bensì ho subìto il fascino di una delle pioniere del textile design: Anni Albers e la sua ricerca ed opera tessile. Figure femminili come la sua mi hanno portata a pensare all’artigianato ed al design tessile per la prima volta nella mia vita come ad una possibilità di espressione del mio pensiero e visione: la figura femminile e il tessile come riscatto sociale, quindi non più relegata al mondo della fabbrica e del lavoro alienante, ma come espressione di una identità emancipata, libera di esprimere messaggi ed avere un ruolo nella società diverso da quello che identifica la figura femminile come mero strumento di lavoro, o come angelo domestico che rammenda la biancheria. Da allora ho avviato un percorso di studio e ricerca del tessile legato alla materia prima, all’aspetto legato alla produzione, alla manualità, e poi via via agli aspetti etnici, che non ho più abbandonato.

È stato per me naturale fondare nel 2009 ArsalitArtes (etimologicamente: l’Arte che fa volare le Arti), una “fucina” tessile creativa dove abbiamo realizzato tappeti, tessuti per l’arredamento utilizzando telai di legno dismessi, tinture naturali, feltro, lane autoctone. Quei lavori tessili erano però realizzati da altre tessitrici, li vedevo ancora come “prodotti” e forse ancora oggi lo sarebbero se non fosse successo nel 2014 un evento che ha cambiato il mio approccio al mondo tessile.

Il trasferimento in Indonesia con la mia famiglia, mio marito e due bambine di 3 e 7 anni. Sono partita senza sapere che ne sarebbe stato del mio lavoro, del percorso fatto sino ad allora.

In Indonesia, nostro paese di adozione per quasi 4 anni, si è aperto un nuovo, meraviglioso, travolgente capitolo della mia vita. Inconsapevolmente l’essere lontana dal mio mondo mi ha riportata ad esso, questa esperienza per certi aspetti traumatica mi ha davvero fatto riavvicinare alle mie origini.

In quegli anni ho aderito all’Indonesian Heritage Society (che si occupa di divulgare la cultura indonesiana a 360 gradi) scegliendo lo studio sul tessile indonesiano. Ho praticato il batik con il tradizionale strumento (il canting), ho scoperto e potuto studiare le diverse forme tessili tribali, il simbolismo legato ai tessuti. Ho incontrato artisti, studiosi, collezionisti di tessuti. Ho visitato il villaggio di Tenganan alle pendici del vulcano Agung, sull’isola di Bali per vedere una delle due località al mondo dove ancora oggi si realizza questo tessuto il double ikat. Ho frequentato costantemente il museo tessile per conoscere i diversi aspetti dei tessuti tradizionali.

Nel mio capitolo indonesiano sono entrata in contatto anche con la contemporaneità nelle sue diverse forme d’arte, così fluida, ricca di contaminazioni con la vicina Singapore, il Giappone, il Vietnam, le Filippine e la Cina, ed ho visto una nuova arte, diversa da quella nostra europea, così legata ad un patrimonio storico molto ben conosciuto e catalogato, quasi un fardello difficile da dimenticare. Ed ho realizzato che la nuova chiave di lettura per il mio lavoro doveva essere permeata da questo senso di libertà e leggerezza.

A cavallo fra 2017 e 2018, integrata con il tessuto sociale indonesiano, sono stata invitata da Michela Magrì, l’allora direttore dell’Istituto Culturale Italiano a Jakarta, a realizzare una mia personale. Qui i miei lavori italiani ed indonesiani si sono incontrati ed è stato il vero spartiacque per il mio lavoro. Ho avuto la certezza che solo continuando a raccontare la storia di quella bambina nata in un mondo tessile sarei stata felice. E così ho fatto.

Ho iniziato ad esprimermi in modo diverso, più libero, più indipendente, senza pensare troppo alla storia dell’arte occidentale, al design, all’artigianato, alle catalogazioni a cui noi italiani siamo legati, e sento che ora le mie radici sono il vero impulso per la mia espressione libera.

Il tessile, il tessuto, la fibra, nella mia vita sono sempre stati presenti, fanno parte di me, per motivi geografici ed anagrafici, e di esperienza di vita; nella fase adolescenziale me ne sono allontanata per rivolta, invece oggi sono così felice della mia ricerca e racconto la mia storia attraverso di esse. Il tessile nelle mie opere, al di là della forma, ancor prima la materia stessa, esprime davvero la mia essenza. E non lo nascondo, ne vado orgogliosa. E mi rendo conto che parlando di tessile ho un po’ scritto la mia biografia.

Io: La tua ricerca risente di influenze legate alle tue origini che si sposano con le tecniche e la poetica dell’estremo oriente. Come si conciliano (e contaminano) queste due tradizioni nel tuo lavoro? Quanto dell’una e dell’altra sono presenti nei tuoi progetti e in che modo?

MC: Ogni lavoro è pensato con una specifica tecnica e materiale. Non uso solo la fibra, ma anche il colore (amo tingere i fili, i tessuti, la carta, con pigmenti naturali, con la frutta, con le polveri), il collage, l’assemblage, ho un po’ lo spirito del collezionista e cerco a volte la memoria storica nelle opere che realizzo.

In Indonesia ho realizzato la serie intitolata Oniric doors (2017-2018) dove ho utilizzato la tecnica arazzo, con grandi e medi filati, e la tecnica macramé. In particolare la tecnica macramé mi ha stupita. Non avrei mai detto che sarebbe entrata a far parte del mio bagaglio di tecniche. In Italia è comunque relegata alla tradizione ed all’oggetto decorativo, mentre in Oriente in aggiunta alle espressioni tradizionali, è utilizzata anche in alcune espressioni d’arte contemporanea.

In alcuni lavori di questa serie ho inserito nella tessitura applicazioni come piastre d’argento, manga giapponesi, monili delle acconciature delle spose indonesiane.

Nella serie Tangled (dal 2019) le opere tessili sono inserite in vecchi cassetti di legno provenienti dalle soffitte delle case di famiglia. Amo molto usare la tecnica coiling che ho iniziato ad utilizzare in Indonesia, sebbene questa tecnica sia diffusa trasversalmente nel mondo soprattutto in Africa e Centro America, come anche in Cina e Thailandia per intrecciare i cesti con fibre naturali, o anche per realizzare gioielli o oggetti di uso quotidiano. L’ho fatta mia osservando anche il lavoro di grandi artiste come Sheila Hicks. Sono stata influenzata dai grandi cesti ghanesi che hanno da sempre un fascino su di me che va oltre la bellezza estetica, per il loro valore antropologico soprattutto, per il valore documentale di studio della cultura materiale in generale.

Il Giappone invece è una cultura che conosco e studio da tanti anni, dai tempi dell’università. Tutto ciò che sottintende questa cultura in senso lato mi interessa. Nelle mie opere quindi ricerco gli equilibri, la sensibilità, i concetti che stanno alla sua base. Spesso studio le grafiche dei kimono e mi ispiro alla filosofia dei paraventi, del vuoto. In questo momento sto lavorando ad una serie di opere utilizzando la tecnica  Mokuhanga, una tecnica nata e diffusa in Giappone ai tempi dell’Ukiyoe nel ‘700, tecnica di incisione su carta washi attraverso la realizzazione di matrici in legno, ad essa aggiungo in seguito parti ricamate.

Io: Valorizzazione degli spazi, sostenibilità, natura: sono solo alcuni dei temi che affronti nelle tue opere. Come nascono e come ‘prendono forma’ i tuoi lavori? Quali sono le fonti di ispirazione? Qual è il rapporto tra tecnica/materiali e contenuto/significato nella loro genesi?

MC: Nelle mie opere convivono la necessità di esprimere due bisogni, due emergenze: una fisica e una mentale.

Esse sono un connubio tra l’esigenza di fare con le mani e con il corpo, perchè quando lavoro tutto il mio corpo è fisicamente impegnato in uno sforzo fisico di concentrazione, sia nel macro che nella micro dimensione, e la necessità di esprimere un concetto, di trasformare un pensiero in qualcosa di fisico.

I temi che affronto sono legati sia a tematiche personali (i miei disequilibri, cercare di dare un senso alle mie paure, alla mia visione della femminilità, al mio rapporto con me stessa, sino all’accettazione del se’) e sono le piccole opere che raccontano come pagine di diario questi aspetti legati alla mia vita. Mentre nelle opere di maggiorni dimensioni la materia è il mezzo che mi permette di esprimere concetti più universali, o di ingigantire le mie visioni.

Nell’opera Re-connecting Re-generating Re-bonding esprimo un concetto legato alla riconnessione dei rapporti sociali anche attraverso la valorizzazione dello spazio dismesso, apparentemente svuotato di significati. In questo momento mi preme molto portare avanti questo lavoro perchè voglio che sia portatore di un messaggio universale di unione e riconnessione sia con le origini che con le comunità. Infatti nella sua realizzazione è prevista anche una parte di partecipazione collettiva.

Le mie fonti di ispirazione sono spesso lo spazio entro il quale penso e visualizzo le mie opere, ma fra le mie fonti di ispirazione non posso non citare il mio archivio tessile. Sono una collezionista di tessuti e vecchi campionari tessili (tessuti giapponesi, kimono, sari indiani, nepalesi, ovviamente indonesiani, provenienti da Etiopia, Cina, Messico, Perù…vecchie pezze di canapa, ricami, pizzi e colletti di inizi Novecento, passamanerie indiane…). Possiedo alcuni “cahier du tendences” francesi degli anni ’50 con dei campioni realizzati per Chanel. Quando qualcuno viaggia chiedo sempre di portarmi un tessuto da quel viaggio. Questa mia collezione è di ispirazione non nel senso figurato, ma perchè in essa esiste una grande e profonda energia primigenia, creativa, un sottile fil rouge che accomuna i vari pezzi e crea un’alchimia magica. La consulto spesso, o mi perdo nello spiegare e ripiegare i tessuti, ne contemplo colori, profumi.

Cerco ispirazione nei libri che leggo. Studio moltissimo gli altri artisti, analizzo la vita e le opere delle grandi fiber artist, leggo libri di antropologia, cerco di analizzare ogni sfaccettatura di una cultura. Ma anche altre forme di arte come il mondo della ceramica, il gioiello, in particolare mi affascinano.

Mi ispirano moltissimo la natura ed i suoi accostamenti cromatici. La natura che ogni giorno mi circonda vivendo in una vecchia casa a ridosso del bosco.

L’ispirazione arriva verso il calare del sole, o sul finire della giornata, quando tutti a casa dormono. È solo con il silenzio che il mio pensiero è libero di creare. In un baleno ho una visione completa da subito. Poi il lavoro prenderà forma gradualmente e se ne potrà discostare, ma mai dal suo nucleo primordiale. Ho bisogno di molto tempo per pianificarne la realizzazione.

Mi ispira il concetto giapponese di vuoto, la ricerca dell’equilibrio nelle forme, cercando di far emergere la luce nei vuoti delle mie opere, o dalle parti in ombra.

La natura è un elemento importante nella fase di sperimentazione, la ricerca di un colore, di un effetto su un tessuto. Sperimento tecniche tintorie e a volte mi faccio attrarre dalla storia che circonda quel particolare colore come ad esempio il color kaki e la tercnica giapponese del kakishibu (tintura col frutto del caco) e per la sua storia legata al motivo per cui i pescatori tingevano le cerate per impermeabilizzarle.

L’indigo, ed il suo blu, è un’altra storia che mi appartiene e potrei aprire a parte un capitolo su di esso.

Spesso mi chiedo come la mia opera potrà reagire nel tempo, il tessuto è soggetto a disfacimento, il colore cambia, la polvere lo rende appannato. Le intemperie possono rovinarlo. Con serenità mi dico che non è un grande enigma, posso togliere la polvere, posso ricucire un pezzo se si stacca, e mi piace pensare che quell’opera è un po’ precaria, temporanea, come la nostra vita del resto.

Io: Nell’immaginario collettivo sovente l’attività legata ad ago e filo o altre tecniche tessili è associata all’ambito femminile e quasi sempre con riferimento a finalità che rispondono ad esigenze domestiche e famigliari. Trasformare queste competenze ‘tradizionali’ in arte contemporanea è, secondo te, anche una scelta assertiva che le affranca definitivamente da pregiudizi riduttivi e ghettizzazioni?

MC: Noi donne per prime a volte non abbiamo il coraggio di ribellarci e distaccarci da questo concetto che vede l’uso del telaio o di ago e filo come forma di artigianato o lavoro da manuale femminile. A volte manca la preparazione culturale, a volte è il contesto sociale stesso che lo impedisce. Inoltre sovente siamo noi a non avere il coraggio di assurgerlo ad arte, di vedere che dietro ad un lavoro c’è ben di più che una buona esecuzione, c’è sostanza, c’è quell’emergenza di esprimere un concetto, o semplicemente non realizziamo che possiamo essere “altro” con quell’ago e filo in mano.

Penso che forse sia un atteggiamento più italiano. Noi siamo ancora molto legati ad una visione tradizionale della famiglia dove la donna, la mamma, la moglie, la figlia, ha una vita dove i ruoli sono ancora legati alla visione dicotomica del maschio quale uomo a capo della famiglia e la donna, la femmina, ad accudire la prole.

Penso alle mie vecchie zie che cucivano e ricamavano centrini e chiacchieravano ed intrecciavano non solo fili ma anche relazioni, penso alla mia nonna (e per un po’ anche mia madre) che andava a lavorare in quelle fabbriche ormai oggi dinosauri giacenti al suolo e partiva alle 4 del mattino e a piedi percorreva sentieri, d’estate e d’inverno, penso al suo sacrificio quotidiano e so che si merita un segno che non è andato tutto perduto.

Ecco una delle ragioni per cui uso il tessuto nel mio lavoro. Per me è ricordarmi da dove vengo, è la mia memoria storica personale, fa parte della cultura materiale del luogo in cui sono nata.  Pensare che uso quel tessuto, quei filati che in passato sono passati nelle mani di donne anonime o della mia famiglia per me significa donare dignità alle figure femminili che hanno dedicato la loro vita al tessuto (ironia della sorte arrivo da un territorio dove il tessuto prodotto è prettamente per un mercato di capi maschili). E pensare che io faccio “arte” con essi davvero mi dà un metro di paragone e mi ricorda il grado di libertà che io ho acquisito anche grazie a loro.

Io: Quale opera o progetto ti rappresenta più di ogni altro?

MC: Le opere che ho chiamato Tangled, siano esse inserite nei box o appartenenti allo spazio davvero mi rappresentano molto.

Tangled significa aggrovigliare, legare, unire indissolubilmente.

Quando il primo di questi lavori ha preso forma è nato senza pretendere di diventare una serie e poi un segno distintivo del mio lavoro, tant’è che da piccolo – quasi un monile scacciapensieri di pochi centimetri – ha iniziato ad impadronirsi dello spazio circostante.

Il tutto parte da un semplice concetto: una forma finita, apparentemente un groviglio, che in realtà realizzo a partire da un lunghissimo lavoro con la tecnica coiling che richiede pazienza e ricerca dell’equilibrio, ci vogliono alcuni giorni per realizzare le forme anche più piccole (mi servono dai 2 metri in su di corda come anima per realizzare le forme più piccole).

Io sono un po’ come queste forme. Contorta ma con un senso, tutto per me ha un inizio e una fine, ha dei momenti di tensione e distensione. E tutto in un flusso continuo di energia, che è la nostra vita. Mi sento molto rappresentata da questo lavoro.

Poi c’è un piccolo tessuto che racconta molto di me. Un mix tra le mie origini e le culture orientali che studio. È realizzato con due tessuti: un “fazzoletto” (in gergo tessile: la prova disegno e colore di un tessuto che non sempre viene realizzato poi in produzione) apparternuto ad un campionario di tessuto di alta gamma maschile di una fabbrica oggi dismessa e un tessuto di cotone giapponese.

I due tessuti sono uniti da un ricamo sashiko a raccontare una sorta di storia dell’imperfetto. Mi rappresenta pure lui, nella sua imperfezione e nel non nasconderla. Racconta di me.

Io: Il 2020 è stato un anno difficile, con mostre ed eventi annullati o rimandati a data indefinita. Come ha influito questo periodo sul tuo lavoro in termini creativi ed espositivi?

MC: Ammetto che è stato davvero difficile all’inizio e lo è ancora oggi che siamo nel 2021, anche se in modo diverso (ci sono i vaccini ma allo stesso tempo i continui stop and go stanno mettendo a dura prova anche gli animi più combattivi come il mio!).

Il primo stop sino a data da destinarsi riguarda la mostra “Rebirthing-art to restart” che doveva inaugurarsi in occasione di Paratissima presso l’Artiglieria di Torino dove avrei dovuto presentare una serie di stampe con tecnica mokuhanga e ricamo (alcuni versi scritti da me con filo di seta e di lino tinti naturalmente).

La pandemia è arrivata in una fase della mia vita personale estremamante delicata, in cui stavo tassello dopo tassello ricostruendo i significati ed i legami rientrata dall’Indonesia, cercando al contempo di seguire le mie figlie perchè ammettiamolo esiste lo shock da fine espatrio. Avrei potuto scegliere due strade. O la chiusura e quindi l’abbandono del mio lavoro in modo definitivo, oppure la reazione e la volontà di continuare a fare ciò che mi rende felice. E devo dire che ho tirato fuori una grande grinta, quasi me ne sono stupita ad un certo punto, mi ero dimenticata di averla. Il fuoco atavico che è insito nell’essere umano primitivo, quel fuoco che si accende per la sopravvivenza, si è alimentato ed è così che ho ritrovato il mio “daemon”.

Le mie opere ne sono uscite con emozioni più universali da raccontare come nell’opera Re-connecting Re-generating Re-bonding, nata dalla necessità di riconnettere attraverso un segno artistico quasi a scala architettonica la collettività, le persone, attraverso un gesto nello spazio. Gesto simbolico di reazione al decadimento urbano della mia città nelle sue fasce dismesse dei grandi capannoni industriali (infatti l’opera è nata per fuoriuscire da facciate ed essere inserita in un contesto anche di edifici dismessi), va oltre e diviene un gesto di reazione a questo momento di isolamento.

È una considerazione maturata anche in questi mesi di immobilità forzata dove tutti i paradigmi si sono stravolti, e da cui io ho tratto insegnamento.

A livello espositivo ho risentito ovviamente del momento, ma allo stesso tempo sto avendo la possibilità di concentrarmi su nuovi lavori e stanno maturando nuovi progetti grazie proprio alle riflessioni emerse in questo anno di azzeramento.

Io: A cosa stai lavorando in questo momento e quali progetti vorresti portare a termine nel 2021?

MC: A marzo era prevista l’inaugurazione della mia personale intitolata Iris. Inverno (e poi sarà primavera) presso la galleria BI-BOx Art Space di Biella ma al momento ci sono ancora slittamenti dovuti alle nuove restrizioni e quindi attendiamo per l’apertura. Il lavoro è incentrato sul tema dell’iris con speciale riferimento alla cultura giapponese nell’uso della tecnica mokuhanga e sashiko. Tessile e stampa e opere che fluttuano nello spazio per ricreare un giardino onirico.

Visto che le mostre e le opportunità in presenza per ora sono impossibili ho pensato di iscrivermi al portale di Arte Laguna per poter avere una visibilità più allargata e così sono anche nella art gallery di Paratissima. Di certo la presenza sui social sarebbe importante ma per il momento ho solo il profilo instagram più attivo.

Sto cercando un luogo (e uno sponsor) per la realizzazione della mia opera site specific Re-connecting Re-generating Re-bonding. Alcuni progetti sono stati rallentati, ovviamente questo è uno di quelli.

Il 10 Aprile è lo #SLOWARTDAY ed esporrò presso Casa Regis Contemporary Art l’opera Birth che fa parte del trittico Birth/death/rebirth. Le opere Tangled che sono nate dentro ai piccoli box escono e si ingigantiscono per parlare di concetti più universali e dialogare con lo spazio, infatti l’opera Birth che è pensata in rosso viene realizzata con colori che si ispirano alle decorazioni parietali originali e dialogano anche con i simboli religiosi presenti nel dipinto della Vergine, riferendosi appunto al concetto di nascita.

Altre mostre a cui sto lavorando, curate da Marisa Cortese, sono: la mostra “Per filo e per segno” con una installazione tessile site specific e la mostra “Mail Art” in programma alla Fabbrica della Ruota.

Chi è Michela Cavagna

MICHELA CAVAGNA è nata a Biella nel 1971. Dopo il diploma al Liceo Artistico di Biella, consegue la Laurea specialistica in Architettura Disegno Industriale e Arredamento al Politecnico di Milano.

Formazione tecnica: mokuhanga (xilografia giapponese) con Asako Isishi; tintura indigo sukumo, BUAISOU Tokushima; tintura indigo e guado con Sissi Castellano; tintura naturale base con Stefano Panconesi; tintura naturale, Noesa Plewodoi (tessitori del villaggio Sikka di Nusa Tengara, Flores); serigrafia e stampa manuale su tessuto, Lokka Lekkr & Little Tickle; creazione di matrice e stampa manuale su tessuto, Skoci; tecnica Tifaifai e stampa su tessuto, artista Marta Florio; coiling baskets con fiber artist Alexander Sebastianus; intreccio tradizionale giapponese con bamboo, Takayushi Shimizu; Tessitura arazzo, Willow Folk Studio; Macramé, Janet Jane; basic jewellery, Nathalisa Octavia The Tiny Island; sho-do, Norio Nagayama.

Tra le mostre cui ha partecipato segnalo la personale (2017/2018) “I inhabit: rooms, cities, dreams and fears” all’Istituto Italiano di Cultura di Jakarta, Indonesia e le collettive: (2020) Paratissima Rebirthing Art to restart, mostra curata Torino, IT (selezionata); (2019) Paratissima 15, mostra curata N.I.C.E., L’altro capo del filo, Torino, Italy; Awagami International Mini Print Exhibition AIMPEE Tokushima, Japan; BID, Biella Incontra il Design, Biella, Italy; Fatti ad Arte, Biella, Italy; (2017) collaborative project, Unit Produksi Berita , dialogue_arts gallery, Jakarta, Indonesia; (2014) Salone Internazionale del Mobile, Milano; (2013) Maison & Objet, Parigi, France; (2012) Fuorisalone, Cascina Cuccagna, Milano; (2010) OPERAE, Independent Design Festival, Torino; (2009)B.E.S.T. Cittadellarte, Biella.

Contatti

opere su artelaguna world e artgallery paratissima

facebook Michela Cavagna

instagram Michela Cavagna @michelacavagnart

Elisabetta Cusato alias Eliscus

Dalla progettazione tecnica dell’architettura all’arte tessile, Elisabetta Cusato – Eliscus – crea opere che sono mondi fantastici in cui le uniche regole sono dettate dalla creatività e dalla fantasia.

Eliscus | Alghero la fioraia | cm.100×100

Io: Architettura e arte tessile: come sei arrivata – e perché – ai fili e alle stoffe e come convivono e si contaminano le tue due anime?

EC: Trovo più semplice rispondere a questa domanda con una frase: “Foto rubate a istanti in cui il cuore galoppava e il cammino si apriva leggero, foto stampate su tessuto e lasciate volare…”. Voglio dire che è nei ricordi impressi nella mia mente il cammino leggero nello scoprire cosa mi piacesse fare. C’era il suono della macchina da cucire, una Singer a pedale della mamma, Maria, che apriva le danze tutte le volte che c’era bisogno di vestiti, per me e mio fratello, di un grembiule o di una tovaglia. Quella magia mi incuriosiva, tutte le volte, come se fosse la prima volta. C’era l’attesa di Salvatore, il papà, che aspettavo sul portone di casa tutte le sere, al rientro dal lavoro aveva sempre una storia pronta per me da raccontare: “Oggi abbiamo innalzato la bandiera il tetto è finito!”. Costruiva le case Salvatore, lavorava il ferro per costruire lo scheletro dei palazzi. Una bandiera sventola, verde, bianca e rossa nel vento…e il sogno mi catturava. Architettura e Arte Tessile, senza che me ne accorgessi, diventavano un chiodo sempre più fisso.
Le due anime si completano dal piacere di dipingere nell’adolescenza, alla soddisfazione del progettare e poi fili e stoffe che mi coccolano, come io coccolavo con immensa soddisfazione, a 9 anni, la mia prima bambola di lana rosa chiaro, cucita a mano.

Eliscus | Fiori, semi, insetti e profumi | cm. 90×140

Io: La tua ricerca si orienta sempre più verso una dimensione tridimensionale; è la necessità di un diverso rapporto dell’opera con lo spazio oppure con il fruitore? Oppure qualcos’altro?

EC: Fu una sorpresa scoprire quanti regali mi avesse lasciato Maria, anche se lei non c’era più, tra le cose lasciate, la sentivo vicina, grandi teli di cotone su cui dipingere, tessuti su tessuto. Tutto è iniziato così, divertendomi ad inventare un nuovo linguaggio creativo, semplici composizioni con tessuti colorati applicati e cuciti su fondi a tinta unita, (i primi tempi a macchina), per creare mondi fantastici e giocosi, forme e colori che si rincorrevano. Poi la prima mostra, incoraggiata dal mio compagno di vita, artista, vedere le mie opere esposte accanto alle sue… una sensazione difficile da esprimere, mi piacevano, c’era allegria e ricordi di momenti belli, fissati nel tempo. Gli sono grata per l’ incoraggiamento, fu un’importante stimolo a continuare.

Eliscus | Flying | cm.20×20


Un giorno parlando di Arte Tessile durante una mostra, entra nella mia vita, una grande Artista: Maria Lai. Di lei c’è un particolare che mi colpisce e mi emoziona: è sarda come la mam, motivo di più per provare il desiderio di conoscerla. La sua personalità e filosofia di ricerca mi affascinano, il suo spirito, desideroso di valorizzare la tradizione tessile della sua terra, mi arricchisce, le sue opere, cibo per la mente, diventano prezioso momento di riflessione sull’Arte Tessile. La mia ricerca super stimolata dalla conoscenza di Maria Lai, continua con una nuova vivacità. All’inizio niente di programmato, un’ispirazione in progress, poi l’esigenza di aprire le opere a un nuovo concetto di spazio, il desiderio di creare volumi che si staccano dal fondo piatto della tela, mi spingono a gonfiare le forme, come un respiro trattenuto a lungo e poi finalmente libero di espandersi. È in questo momento che la tridimensionalità comincia a fare capolino tra i miei pensieri e diventa un elemento nuovo ed eccitante. Poi è l’architettura che mi regala nuove consapevolezze creative, tutto merito di due grandi architetti appartenenti entrambi alla corrente dell’ Architettura Decostruttivista: Zaha Hadid (prima donna ad ottenere l’importante Pritzker nel 2004) e Frank Owen Gehry. Le loro fantastiche scelte architettoniche, l’attrazione per i loro progetti che sconvolgono e ribaltano completamente gli schemi dell’Architettura Postmoderna, mi ispirano. Rami rivestiti di tessuti o di lane entrano nella composizione, ad essi, sento il bisogno di legare forme astratte con immagini di fotografie stampate su tessuto che, attaccate a fili di cotone o di rame, viaggiano; e il vento ne diviene amico.
Si uniscono al gioco fili di lana riciclati che hanno vissuto tante vite, ma sono ancora integri per un nuovo utilizzo e poi legni accarezzati dal mare che profumano di azzurro e rami che il vento ha spezzato e trasportato lontano, si vestono di colore avvolti da tessuto o da fili di lana. Il tessuto di fondo reclama più luce, diviene trasparente, l’opera è viva, giocosa, e mi diverte.

Eliscus | La danza | cm.100×100

Io: Le tue opere sono un ‘melting pot’ di colori, materiali, tecniche. Come scegli i diversi componenti per i tuoi lavori? Procedi partendo da un progetto oppure ti fai guidare dall’ispirazione in progress?

EC: La deformazione professionale dell’architetto si prende i suoi spazi: le opere nascono da veri e propri progetti, flash creativi mi suggeriscono composizioni più complesse. La composizione reclama pieni, vuoti, colore, atmosfera ed armonia, il gioco è intatto ma con qualche esigenza in più, le opere diventano piccole installazioni. Il progetto nasce e l’opera è già visualizzata, tutto s’incastra a perfezione, il flash abbraccia il sogno e viceversa, il divertimento è salvo.

Eliscus | L’albero e il mare | cm.100×50

Io: Appare molto presente una cifra ‘fantastica’ nei tuoi lavori. Quanto e come è presente la dimensione infantile nelle tue opere?

EC: Il gioco da piccola, il gioco con i bambini una volta cresciuta, penso che sia impossibile non vivere anche nei miei lavori la dimensione infantile. Osservare il mondo che mi circonda, mi stimola da sempre a vivere il presente con gli occhi di chi si sorprende di fronte alle piccole cose, magie di colore, incantesimi, giochi compositivi e trame di cortecce si svelano e contagiano la mia ispirazione. La cifra fantastica è sempre presente. Il fantastico fa parte del mio DNA.
Scriveva il grande Bruno Munari: “Riuscire a conservare lo spirito del bambino che è in noi, fa di un adulto una persona migliore”; ed io ci provo.

Eliscus | Siena al tramonto | cm60x60

Io: Ti occupi spesso di workshop e laboratori soprattutto per bambini e ragazzi. Quanto è importante questa esperienza per te e per il tuo lavoro creativo?

EC: Energia positiva, ecco cosa cerco nel creare; e cosa c’è di più bello se non avere la possibilità di condividere con altri l’importante dono dell’essere creativi? Ho sentito infatti sin dalle prime mostre il bisogno di organizzare laboratori con bambini e adulti. Non in tutte le esposizioni questo è stato possibile, ma, quando ne ho avuto la possibilità, il piacere di esporre e di condividere con altri la mia esperienza è stato molto importante. Dare la possibilità a chi è presente di maneggiare il tessuto, scoprirne la trama, impararne la tipologia; spesso non si riconosce un tessuto dall’altro, il suo scopo è quello di vestirci o fare bella la nostra casa, ma in genere si vive la sua presenza in maniera distaccata. Capire quanto sia piacevole sentirne la morbidezza, allarga i propri confini nei confronti delle cose più scontate.

Nell’ atmosfera della mostra, il conoscere i miei lavori, il fare domande sul mio percorso creativo, lo scoprire quanto sia piacevole inventare con poco una piccola opera personale ed origina diviene fonte sicura di divertimento, felicità ed autostima. Sul valore dell’esperienza del fare laboratori posso affermare che, creativamente, sia sicuramente un arricchimento. Ogni volta nell’incontro con persone diverse l’approccio al lavoro è sempre nuovo e i risultati sempre sorprendenti.
Amo invitare bambini ed adulti ad osservare le mie opere e a catturarne le idee facendole proprie: fili che scendono, applicazioni di tessuti che escono nello spazio, diventano una scoperta, il processo creativo è stimolato a sviluppare in modo naturale la ricerca di una nuova espressione di sé.

Eliscus | Mexico, one dream | cm.50×50

Oltre ad organizzare laboratori durante le mie esposizioni, ho collaborato e collaboro con l’Associazione Culturale Livia e Virgilio Montani, di Milano, la cui Presidentessa, l’artista Sara Montani, ha tra i suoi progetti culturali quello di diffondere il valore dell’arte nelle scuole. “Artinaula” è uno di questi e in questo caso gli artisti iscritti all’Associazione, ognuno con le proprie personalità e tecniche artistiche – disegno, pittura, scultura, calcografia e nel mio caso arte tessile – entrano nelle classi, espongono le loro opere, raccontano le proprie esperienze creative. È importante la comunicazione e la conoscenza prima di iniziare a lavorare. La classe si trasforma in Galleria d’Arte, galleria in cui anche i lavori dei bambini o dei ragazzi, creati durante il laboratorio, vengono esposti insieme a quelli dell’artista. Durante l’inaugurazione dei lavori fatti anche i genitori visitano la galleria e in questo momento di incontro, i bambini/ragazzi per l’occasione si trasformano in guide culturali e presentano l’artista, le sue opere e raccontano la propria esperienza.

Eliscus | Geometrie | cm.40×40


Quest’anno data la situazione di emergenza legata alla pandemia, ho partecipato per l’Associazione ad Artinaula on line. In questo caso il laboratorio è stato seguito a distanza da ogni artista nel proprio studio. Nonostante la situazione inusuale, posso dire che per quanto mi riguarda, è stata un’esperienza nuova ma anche piacevole sia per i bambini, sia per le insegnanti, che hanno potuto anche curiosare vivendo l’emozione di entrare nello studio di un artista.
Un’altra esperienza meravigliosa, sempre legata a un progetto dell’Associazione Culturale Livia e Virgilio Montani è l’evento della “Biblioteca Fantastica”. Si tratta della creazione di libri d’artista creati nelle classi di scuole di ogni ordine e grado destinati a costituire un fondo di libri creati dai bambini e ragazzi per la Biblioteca Braidense di Milano. Ad ogni artista l’associazione affida una classe da seguire nella creazione di uno o più libri nel caso siano individuali. Sono stata presente in 3 edizioni e ho seguito numerose classi, dai più piccoli della scuola primaria ai più grandi delle scuole superiori. Raccontare la storia dell’importante biblioteca Teresiana è stato sempre l’incipit da cui partire prima di iniziare a lavorare.
Nella prima edizione, ho deciso di lasciare liberi i bambini di costruire la propria pagina tessile facendo scegliere a loro piccoli pezzi di tessuti di vari colori e trame, fili e lane da inserire nello spazio, in un esercizio di libera creatività. A fine laboratorio le pagine create per formare 2 libri si sono rivelate un condensato di energia e ricchezza di creatività tutta da sfogliare.

Eliscus | Arcobaleno | cm.100×50


Nella seconda edizione ho seguito 10 ragazze di una Scuola Media Superiore Professionale con indirizzo tessile legato al settore della moda, nel realizzare 10 progetti per la creazione di nuovi tessuti. Nella terza edizione i bambini di 5a elementare hanno lavorato a 2 libri, le cui pagine costituite da pellicola trasparente sono state completate da composizioni di tessuti colorati, passamanerie e fili, piccole forme tessili tratte dagli abiti che i bambini indossavano durante il laboratorio e una loro foto che rappresentasse un momento felice della loro vita. Un tema riflessivo ed autobiografico a cui hanno partecipato con le loro pagine anche le maestre.
Momenti emozionanti per tutti i partecipanti, nella cornice prestigiosa della Biblioteca durante l’inaugurazione per la donazione dei libri.


Alla luce delle esperienze finora fatte nell’organizzare i laboratori, questi progetti hanno dato sicuramente una marcia in più alla mia vita e alla mia ricerca creativa personale: costituiscono, infatti, un patrimonio di idee pronte per essere utilizzate.
A volte, traggo ispirazione, per organizzare i laboratori, dalla mia ricerca personale, e quindi da esperienze, perché in fondo, mi piace l’idea di far rivivere ad bambini/adulti, le stesse emozioni che ho provato io; a volte sviluppo idee, ma non avendole ancora “testate” personalmente, l’occasione di farlo durante i laboratori è molto eccitante ed appagante.

Eliscus | Water, scent of roses | cm.20×20

Io: Come hanno influito sul tuo lavoro gli avvenimenti di quest’ultimo, difficile anno?

EC: Lo stop inaspettato legato alla pandemia, che ha colto di sorpresa tutti noi, mi ha costretto a sospendere tutti i programmi di lavoro legati all’architettura, ma, al contempo, mi ha permesso di riprendere progetti già in cantiere legati alla mia passione per il mondo del tessile. Nuovi e ritrovati entusiasmi e il fatto di mettere ordine nello studio (decisione sempre rimandata), mi hanno consentito di riscoprire quanti materiali avessi a disposizione e di focalizzare la mia attenzione su nuovi progetti di ricerca con rinnovata e concreta energia. Devo dire che nonostante tutto, lavorare in studio si è rivelata un’ancora di salvezza, ossigeno puro in un momento ricco di incertezze.

Eliscus | Teatrino | cm.50×50

Io: A cosa stai lavorando in questo periodo e quali sono i progetti – o i sogni nel cassetto – per il futuro prossimo?

EC: Tra i progetti programmati (ma annullati per via del lockdown) ci sarà una mostra collettiva dedicata alla FiberArt e quindi sto lavorando alla preparazione di un pezzo importante. Nel frattempo a parte questo progetto rimandato, ho già ricevuto inviti a partecipare a una nuova collettiva che si terrà a settembre, e ad una serie di mostre collegate alle Associazioni di cui faccio parte da parecchi anni, nei mesi prossimi, pandemia permettendo.

Desideri di progetti da realizzare ne ho parecchi: ad esempio ho conservato parecchi tessuti di abiti di mamma Maria, sono abiti da lei usati personalmente a cui sono particolarmente affezionata. Il riuso nell’utilizzarli per realizzare nuove opere, nasce dal bisogno di dedicarle una mostra, un atto di riconoscenza e amore per avermi trasmesso con il suo esempio la passione per il cucito.
Inoltre mi farà molto piacere preparare dei lavori, dedicati alla figura di Salvatore, il papà, mentore e testimone fedele di una grande passione per il suo lavoro.

Eliscus | è Africa, la tua Africa… | cm. 58×50

Un terzo desiderio riguarda la creazione di una serie di opere con l’utilizzo di tessuti ricavati da ombrelli abbandonati lungo le strade. La loro raccolta, iniziata parecchi anni fa, è nata dal pensiero che anche l’ombrello, come tutti gli oggetti usati conservino ancora il fascino del proprio vissuto. Mi piace l’idea di ridare loro una nuova vita a tessuti che sono contenuti di ricordi, testimoni di momenti felici o tristi, spesso manufatti di buona qualità.

E infine un sogno nel cassetto. Tra i tessuti che riempiono i miei scaffali, fanno bella mostra di sé parecchi tessuti etnici, provenienti dall’Africa, dall’America Latina e da paesi orientali, raccolti negli anni viaggiando o acquistati per beneficienza. L’idea è quella di progettare un Solidal Brand per realizzare abiti con inserti etnici che mi rappresentino creativamente, con il valore aggiunto di contribuire con la loro vendita a raccogliere fondi per le Missioni dei Frati Cappuccini.

Chi è Elisabetta Cusato

Elisabetta Cusato (alias Eliscus), nasce a Milano nel 1953. Alla fine degli anni ’80, dopo avere conseguito la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano, inizia la professione nel campo della progettazione e del design, terreno fertile per intensificare il proprio sguardo verso una nuova dimensione estetica. Inizia a creare opere, concentrando la propria attenzione sulle potenzialità espressive dei tessuti. Nascono lavori con una visione astratta in cui la materia intrinseca del tessuto si trasforma, grazie a vibrazioni cromatiche e particolari suggestioni, nel tempo, in vere e proprie installazioni. In questi ultimi anni Eliscus focalizza la sua attenzione nell’utilizzo di materiali riciclicati sperimentando la ricerca di nuovi approcci con il tessuto. Oltre ad esporre le sue opere, nell’ ambito del progetto “Sperimen-Ti-Amo”, promuove durante le mostre personali, laboratori tessili in cui bambini ed adulti, attraverso esperienze giocose, migliorano la propria creatività e conoscenza verso il mondo dell’arte. Ha esposto le proprie opere in gallerie private ed ha partecipato su invito a varie manifestazioni presso importanti spazi pubblici. Nel 2017, ha presentato la propria antologica, una raccolta di opere realizzate dal 2007 al 2017, presso la Sala Gemella del MUSEO DEL TESSILE E DELLA TRADIZIONE INDUSTRIALE del Comune di Busto Arsizio (Va).

Contatti

Instagram ELISCUS: artfrancis_fortuny (https://instagram.com/artfrancis_fortuny)

CREATTIVATI

Sostenere e promuovere i creativi della Svizzera italiana e tra questi, naturalmente, anche gli artisti che lavorano con fibre e tessuti; questo è l’ambizioso progetto di ADRIANA BOCK SCHMITT e ANNALISA D’APICE, ovvero Creattivati.ch.

In questa bella intervista ci raccontano chi sono e quali sono le attività di cui si occupano per creare nuove opportunità per artisti e designer.

Collettiva Il favoloso bosco, Antonia Boschetti, personaggi in juta, 2020

Io: Cos’è CREATTIVATI e quando, come e perché è nata?

ADRIANA: Creattivati.ch promuove e sostiene i creativi di professione della Svizzera italiana grazie alla sua piattaforma e alle sue collaborazioni e spazi sul territorio dedicati alla cultura.

Nasce come tesi per il conseguimento del mio master in management culturale nel quale ho analizzato approfonditamente le politiche culturali della nostra regione e della Svizzera, focalizzandomi sulle esigenze di chi produce arte e cultura. E così è nato il progetto creattivati.chCrea e attivaTI in Ticino.

Nel 2016 prende corpo diventando una piattaforma web nella quale ritrovare tutti gli artisti professionisti della Svizzera italiana nelle differenti categorie d’arte; da quella visiva e applicata, a quella performativa come musica, recitazione e danza. Il suo obbiettivo iniziale era quello di poter far conoscere al territorio chi crea – cosa realizza – dove si trova e cercarlo facilmente in un database sempre aggiornato. Una sorta di elenco telefonico modernizzato. Negli anni poi mi è stata data la possibilità di esporre in spazi legati alla cultura e alla promozione d’arte facendo sì che Creattivati avesse anche un luogo fisico dove portare i propri artisti.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020, sacchetti di plastica lavorati all’uncinetto

Alla fine del 2019, inizia la mia collaborazione con Annalisa, con la quale abbiamo portato avanti nel 2020 la programmazione di mostre curate e progetti diffusi sul territorio ticinese fino ad evolverci e a diventare un’associazione culturale no profit.

Le nostre due figure professionali unite dalla stessa passione per l’arte, hanno permesso a Creattivati.ch di crescere e trasformarsi in quest’ultimo anno.

Personalmente come ideatrice e direttrice sono impegnata nelle relazioni pubbliche del territorio culturale locale e oltre frontiera con istituzioni e stakeholder, nella gestione amministrativa e nella creazione di nuove sinergie con le differenti realtà artistiche.

Annalisa, architetto e curatrice, a lei invece la creazione di nuovi progetti di promozione e curatela per gli artisti di creattivati e la mappatura di nuove proposte culturali sul territorio artistico locale, nazionale ed internazionale.

Insieme ci impegnano a divulgare nuove idee per rendere l’arte e la cultura accessibile a tutti.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Io: A chi si rivolge la piattaforma? E come funziona?

ADRIANA: Il pubblico a cui ci rivolgiamo è abbastanza ampio. Si parla di artisti che vogliono far conoscere il proprio lavoro, di figure del settore o semplicemente appassionati d’arte.

Creattivati.ch si rivolge quindi a tutti i singoli artisti professionisti della Svizzera italiana (svizzeri e non) e ai ticinesi residenti all’estero che desiderano presentare e valorizzare la propria attività, essere promossi ed essere facilmente raggiunti. A tutti loro si offre sulla base di una quota annuale un profilo sempre aggiornato completo di fotografie e informazioni per poterli contattare direttamente e la possibilità di rientrare in un progetto curatoriale.

Come anticipato prima, la piattaforma si propone anche come strumento di riferimento per le associazioni di categoria, le istituzioni, i media e gli operatori culturali.

Non viene fatta nessuna selezione se non il sentirsi un professionista nella propria arte. Non si chiedono titoli di studio particolari ma dei riconoscimenti nel campo in cui ci si dedica.

Collettiva Il favoloso bosco, Laura Mengani, ecoprint, 2020

Io: Promozione e divulgazione e…quali sono le principali attività di CREATTIVATI?

ANNALISA: Parallelamente alla piattaforma virtuale, portiamo avanti la promozione dei singoli artisti attraverso i nostri canali social dedicando ciclicamente una settimana alla scoperta del loro lavoro.

Questo ci permette di avere sempre contenuti aggiornati e mostrare a chi ci segue qualcosa di nuovo e interessante ogni volta.

Oltre alla divulgazione di contenuti artistici tramite il web, la nostra forza è quella di avere spazi non museali che ci permettono di organizzare un programma annuale di mostre curate. Negli ultimi anni inoltre, abbiamo lavorato anche su progetti collaterali quali esposizioni di poster d’arte in contesti urbani, come strade e piazze e, gallerie temporanee in negozi momentaneamente in disuso, facendo diventare la città il vero spazio espositivo.

L’importanza di uscire dai contesti tradizionali e di portare l’arte contemporanea en plein air ci ha permesso di iniziare un discorso sul territorio tra comunità̀ e artisti senza intermediari e di raggiungere un pubblico più ampio di fruitori.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, 2019, batik

Io: Il Ticino ha una tradizione tessile che affonda le radici lontano nel tempo….

ANNALISA: Il legame tra il Ticino e il mondo del tessile ha forti radici storiche; la posizione geografica e i rapporti di scambio con la vicina area insubrica e principalmente con Como, datano la nascita soprattutto nel Mendrisiotto di molte “filande” già̀ a partire dal 1700.

Un’attività̀ florida durata fino agli anni 70 del ‘900 in cui la produzione di seta e di cotone alimentava l’economia del posto e introduceva il territorio ai grandi scenari industriali dei filati. Radicata nella storia e nella memoria locale, la produzione tessile è stata assimilata con gli anni dalla cultura del luogo, dando il via ad una vera e propria tradizione ticinese di textile design e di fiber art.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020

ADRIANA: Seguiamo da anni e con particolare attenzione questa tematica, dedicando al tessile vari progetti curatoriali (come Passione tessile nel 2019) o cercando di introdurre in collettive artisti che operano in questo campo.

Il mandato di promuovere questo tipo di arte nei propri spazi da parte de La Filanda di Mendrisio, memoria storica di quella che è stata un tempo e oggi sede della biblioteca cantonale, ci ha infatti permesso di raccontare cosa accade sul territorio, trasformando di volta in volta gli spazi dell’edificio in luoghi di incontro e di scambio artistico. Di per sé concepita come una piazza al coperto, La Filanda ogni anno ripercorre la sua storia attraverso le opere tessili degli artisti di creattivati.ch.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Io: Nel panorama contemporaneo dei creativi di cui vi occupate ci sono artisti che utilizzano il medium tessile per la loro ricerca?

ANNALISA: Oggi sono molti gli artisti e gli artigiani ticinesi che dedicano il proprio lavoro alla riscoperta di questa tradizione e alla reinterpretazione della materia attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo.

Come anticipato da Adriana, ogni anno dedichiamo una mostra a La Filanda di Mendrisio al tema del design tessile e fiber art. Abbiamo portato in esposizione lavori eseguiti attraverso tecniche di tessitura tradizionali, stoffe stampate con tecniche naturali e disegni su tessuto; non solo, anche lavori incentrati su tematiche come natura e memoria, ecologia e infanzia, che attraverso il medium tessile esprimono un pensiero e concretizzano grazie alle trame e ai colori della materia una ricerca personale.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, 2019

Io: Quali progetti (e sogni) avete nel cassetto per il prossimo futuro?

ADRIANA: Molti sono i progetti concreti già infilati nel cassetto dei sogni e pronti per la loro realizzazione.

Nel 2020, nonostante tutte le limitazioni della pandemia, siamo riuscite a realizzare ben 6 progetti espositivi e siamo state riconosciute per le nostre competenze e professionalità.

Vorrei che potessimo proseguire il nostro lavoro con la stessa passione e tenacia che ci contraddistingue per rompere barriere e preconcetti che limitano la fruizione dell’arte e della cultura.

Come obbiettivo futuro, vorrei inoltre che creattivati.ch avesse un proprio spazio dove gli artisti all’interno della piattaforma possano non solo avere un luogo dove poter lavorare ma abbiano modo di scambiarsi idee, esperienze e arti. Un luogo di contaminazione artistica dove far nascere progetti.

Collettiva Passione tessile, Isabella Waller, Mariana Minke, Arlena Ton, 2019

ANNALISA: Creattivati è una macchina sempre in funzione e quello che ci auguriamo per il futuro è di continuare con questa costanza a proporre progetti d’arte sul territorio attraverso appuntamenti fissi come le mostre curate negli spazi ormai dedicati e i progetti collaterali come festival e gallerie temporanee.

Il focus che abbiamo ora sul Ticino sicuramente sarà una costante anche per il futuro, ci piace l’idea di poter scoprire nuovi giovani talenti e guardare cosa è stato già fatto in precedenza sul territorio per imparare e dare valore; ma uno degli obbiettivi che ci prefiggiamo è quello di guardare oltre i confini geografici per creare nuove sinergie con persone mosse dalla nostra stessa passione.

Sogni nel cassetto ne abbiamo parecchi, per citarne uno, abbiamo voglia di crescere e di diventare un punto di riferimento per l’arte contemporanea della Svizzera Italiana. Ci piacerebbe promuovere l’arte e il territorio svizzero creando opportunità di scambio tra artisti provenienti da qualsiasi parte del mondo istituendo residenze annuali e avviando progetti multidisciplinari con le varie istituzioni del posto.

Collettiva Giardino d’inverno, Manuela Bieri, 2020

Chi è CREATTIVATI

ADRIANA BOCK SCHMITT – Nata a Locarno (Ticino) vive e lavora a Lugano, Svizzera. Dopo aver completato la formazione in recitazione a Ginevra e lavorato per un periodo in ambito cinematografico a Roma, da oltre vent’anni è collaboratrice alla Radiotelevisione della Svizzera italiana. Oggi è referente delle operazioni di sponsorizzazione per la Radio e la TV.

Dalla sua tesi per il conseguimento di un Master in Management Culturale ha dato il via a crattivati.ch; inizialmente una piattaforma nella quale dare vita a nuove collaborazioni e opportunità agli artisti professionisti della Svizzera italiana, oggi diventata associazione culturale no profit.

ANNALISA d’APICE – Nata a Pompei, vive e lavora a Lugano, Svizzera. Nel 2011 si diploma presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio e nello stesso anno inizia a collaborare con uno studio di progettazione di Lugano. Nel 2017 si avvicina alle pratiche curatoriali per l’arte contemporanea frequentando il corso N.I.C.E. New Independent Curatorial Experience organizzato da Paratissima Art Fair di Torino. Segue giovani artisti in mostre collettive e personali, congiuntamente alla realizzazione di cataloghi, curandone testi e grafica. Alla fine del 2019 inizia la collaborazione con Creattivati.ch per la promozione dell’arte contemporanea della Svizzera Italiana.

ImProbabili mondi, Alessandro Mazzoni, 2020

Contatti

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Margherita Levo Rosenberg

Intervistare Margherita Levo Rosenberg è stata un’esperienza impagabile: dalle chiacchierate al telefono fino al confronto via mail, tra un lockdown e l’altro, conoscere meglio lei ed il suo lavoro è stato, per me, un vero arricchimento.

Il risultato non è un’intervista ma un racconto in cui le mie domande sono soltanto l’incipit di ogni singolo capitolo all’interno di una narrazione appassionante e sempre in fieri.

Margherita Levo Rosenberg, SFRANGIA-MENTE n2, materiale pubblicitario, cm45x45x8

Io: Che cos’è l’arte per te e che ruolo ha nella tua vita? Che rapporto hai con le tue opere?

MLR: L’arte, per me, significa ‘pensarmi’, immergermi in un tutto dove l’insieme delle cose è molto più della loro somma, dialogo, condivisione, pienezza del vivere. È attitudine creativa che si realizza nel ‘fare pensante’ che integra la mia vita nella sua forma più armonica e risponde ad un bisogno d’interezza che si realizza solo nel dialogo intimo con l’opera. Nello sfaccettamento della realtà, della complessità, si intersecano piani di pensiero che faticano a mantenere forma e dimensione nel tempo.

L’opera nasce dalla frammentazione del quotidiano, raccoglie e assembla le incongruenze, le dissonanze, le divergenze, gli attriti – le incompossibilità – ma anche le assonanze, i rimandi, le convergenze e li assembla  in una tessitura che prende forma e cresce cercando una sua identità, come le schegge impazzite, installazioni costituite da un’accozzaglia di pungiglioni dai colori stridenti, mantenuti in tensione dalla natura intrinseca dei materiali, in una postura aggressiva – come di un gatto spaventato che rizza il pelo – referenti di una condizione caotica del pensare e del sentire ma anche di una resistenza elastica al collassamento magmatico, alla resa incondizionata e disumanizzante. Come il gatto impaurito, si dispongono a vendere cara la pelle.

M. Levo Rosenberg, SCHEGGE IMPAZZITE pellicole radiografiche, decofix, cm 110x90x35, 2016

Ogni opera, nel corso della sua costruzione, attraversa un processo di personazione che, una volta concluso, la rende interlocutore affidabile, che può dialogare efficacemente con il suo autore, in primis, e poi con lo spettatore.

L’opera non ‘rappresenta‘: è.

Per quanto riguarda il rapporto con questo ‘essere’ delle opere, potrei dare ad ognuna un diverso nome proprio di persona e chiamarle a raccolta la sera, per sapere come hanno trascorso la giornata…nel mio dialogare quotidiano con loro stanno la continuità e la discontinuità che daranno vita all’opera successiva.

Margherita Levo Rosenberg, PIED PAPER (da The Call of the wild) pellicole radiografiche, rami di noce, su rete metallica, cm 100x150x50 ca., 2014

L’anatomia, nel descriverci il funzionamento neurobiologico del nostro cervello, utilizza simbolicamente delle figure antropomorfe sbilanciate nelle proporzioni – l’homunculus motorio e l’homunculus sensitivo – che indicano, anche quantitativamente, una mappa delle aree neuronali impegnate nelle funzioni fondamentali, dove decidiamo come il nostro apparato motorio compie i nostri movimenti e il nostro apparato sensitivo registra le nostre sensazioni.

Io immagino un homunculus artistico, con un apparato pensante nei polpastrelli delle dita, gli occhi tentacolari a periscopio, pieni di desiderio mentre gli altri due homuncoli, sensitivo e motorio, stanno al servizio delle sue intenzioni. Depositario e custode di una sfera di interconnessioni profonde che lavora alacremente a differenziare, disconnettere e separare così come a ad omologare, sintonizzare, armonizzare, ha un suo linguaggio, è polimorfo e si rivolge al suo omologo dell’interlocutore.

L’homunculus artistico, molto primordiale, conserva potenzialità ancestrali; non deve tener conto del tempo e dello spazio potendo muoversi simultaneamente in qualsiasi direzione di spazio e di tempo; il suo orizzonte è sferico, la sua casa senza pareti, la sua traiettoria radiante; ha il passo curvilineo di una pallina, la leggerezza di una farfalla e l’onnipotenza di un bambino;  fino ad un certo punto dello sviluppo tutto ne abbiamo uno enorme; crescendo tende a rimpicciolire…a volte scompare.

Nei bambini e negli artisti è gigantesco e domina la scena.

The Call of the Wild (work in progress), X-ray films, Wood Branches on net, variable size and composition (here THE WITCH) cm 90x130x50 ca. 2014

Io: Quali sono le principali fonti di ispirazione per i tuoi lavori e come procedi dall’idea fino alla realizzazione dell’opera? Qual è la relazione tra pensiero e linguaggio espressivo?

MLR: C’è un disagio che mi pervade ogni volta che mi accingo a descrivere il mio rapporto con l’arte; parlare delle mie opere e del modo nel quale si sviluppano nella mia mente, e prima ancora, nelle mie viscere mi riesce ostico; chi, come me, ha dovuto arrendersi alla necessità di esprimersi con le mani, ha poca simpatia per le parole, parlate e scritte, fuori da un’opera; le parole sono mercenarie di significazioni.

Tuttavia proverò a descrivere come nasce e come procede la mia ricerca.

Per prima cosa direi che ogni ciclo di opere – se non addirittura ogni opera – ha una storia diversa. Non tutte le opere che ho fatto si possono considerare ‘ispirate’ – talvolta si tratta di una ricerca che indaga le possibilità di attuazione, le caratteristiche del materiale, la congruità tra ciò che ho immaginato e la possibilità concreta di ottenerlo. Qualche opera, che non ho neppure iniziato, invece, sarebbe stata molto interessante. L’immaginazione creativa corre spesso più veloce delle mani e, quando un progetto è superato, la curiosità di esplorare il nuovo mi spinge incoercibilmente ad abbandonare il progetto del giorno prima. D’altra parte, le mie opere sono la storia della mia vita e dei miei pensieri: quando un’idea, un pensiero si modificano, sarebbe assurdo esprimerne la versione precedente invece di quella attuale.

L’esistenza è un viaggio relazionale; si incontrano persone e cose che ci sorprendono, ci emozionano o ci lasciano indifferenti. Di tutto conserviamo un’impronta che sedimenta da qualche parte; anche della mancanza conserviamo l’impronta, talvolta più profonda che della presenza.

Margherita Levo Rosenberg, PENSIERO D’ASSENZA, 2009

Tra pensiero ed espressione artistica vi è un legame imprescindibile; il pensiero nasce come immagine e non credo sia possibile pensare senza immaginare. Ogni pensiero ha una sua forma, una sua collocazione spaziale, perfino il pensiero del tempo; il passato si trova alle spalle e il futuro dinanzi a noi mentre il presente ha luogo in noi. Mentre lo stiamo pensando è già scomparso.

Il pensiero è in continuo movimento e l’opera ne coglie una relazione istantanea; ho rappresentato il pensiero come un rovello, che si incarna visivamente in un ricciolo filiforme, che si dipana nel farsi più definito e diventare un concetto, in una doppia spirale.

Mi sono sempre chiesta che differenza ci fosse tra un pensiero e una cosa; tra un concetto e un oggetto; l’arcano mi sembra essersi rivelato in un pomeriggio d’inverno, giocherellando con un piccolo quadratino di giornale, scritto da un lato e con un’immagine fotografica a retro. Bastava arrotolarlo a cono per intravvedere le due facciate, anche se non per intero e farlo diventare un oggetto – un cono – fatto anche di concetto: un conetto, diventato nel mio linguaggio la contrazione di concetto-oggetto. Sono nate così le conazioni, assemblaggi di conetti arrotolati a costituire dei paveé di accostamenti improbabili, come il mio ritratto vicino a quello di Sharon Stone.



Margherita Levo Rosenberg, MEMORIA TIEPIDA n° 7, acetato, dc-fix, pellicole radiografiche, spilli su rete metallica, cm 75×15 ca, 2008
 

Io: Nei tuoi lavori c’è una fondamentale sperimentazione di materiali differenti, molti di recupero. In particolare, molte opere sono intrecci e tessiture di pellicole radiografiche. Quali elementi dettano la scelta dei materiali e quali significati veicolano?

MLR: I materiali di recupero hanno sempre esercitato su di me una grande attrazione finda bambina, quando, vivendo in campagna, ho cominciato ad utilizzare la terra, i rami e le pietre come materiali da costruzione per le mie necessità di gioco; le ampie foglie dei noci, unite insieme da piccoli bastoncini infilati come spilli, a comporre tessuti per i miei abiti principeschi;  intrecci di ciliegie che, dopo aver svolto la loro funzione di collana regale, diventavano, a malincuore, una merenda soddisfacente. La mia prima scultura è del 1966; lo ricordo bene perché c’era stato l’alluvione – non solo a Firenze – ma anche da noi, in Piemonte. Il giorno dopo il paesaggio era completamene cambiato; i campi erano percorsi da profondi solchi scavati dall’acqua e vi trovai delle pietre ‘morbide’, ancora intrise d’acqua, che si potevano scolpire con facilità. Da una ricavai una testa di regina con un vecchio chiodo di ferro; un amico di famiglia volle acquistarla per una moneta da cinquecento lire d’argento, con i cavalli. Era una moneta affascinate che ho conservato gelosamente; credo che questo scambio abbia lasciato un segno profondo dentro di me, l’idea della preziosità intrinseca della mia propensione a creare.

Perché le pellicole radiografiche? Sono uno strumento per guardare dentro.  

Per me, che ho scelto di essere psichiatra e che ho fatto dell’approfondimento dell’interiorità il mio interesse prevalente, questo guardare dentro è diventato un aspetto fondamentale del mio fare arte. Le prime opere con le pellicole trovate in casa risalgono agli anni novanta; mi sembrava che dentro le immagini dovesse restare un po’ di quell’umanità da cui erano impressionate. In opere come comoda-mente ho cercato di dar corpo ad una sensazione approfittando dell’immagine radiografica nella sua veste anatomica: un cranio dove ho posizionato una poltrona per consentire alla ‘mente’, stanca, di riposare. In seguito mi sono sempre più abbandonata al chiaroscuro delle immagini, come fossero nuvole vaganti nel cielo, dimenticando completamente quale parte del corpo vi fosse rappresentata.

Più recentemente le radiografie hanno cominciato a diventare obsolete; gli studi radiologici e i reparti di diagnostica per immagini sono transitati sempre più verso l’immagine digitalizzata sullo schermo e per me, che riuscivo a procurarmi le radiografie di scarto di qualche reparto e quelle che mi venivano regalate da amici e parenti, si è aperto un mondo nuovo; le pellicole vergini. Quasi tutte rosa e viola intenso appena scartate, esposte alla luce virano – in minuti o settimane – a colori brillanti e metallizzati, oro e argento rame, verde, azzurro o grigio, ma anche celeste, vinaccia e cachi. Poi le pellicole digitali, azzurre trasparenti che assumono le diverse tonalità del cielo. Per alcuni anni ne ho fatto incetta, raccogliendo questi materiali, classificati tra i rifiuti speciali.

Sono affascinata dalla possibilità che mi si presenta di sfruttarne ogni caratteristica; il colore cangiante, la flessibilità e la resistenza, la forma che si ottiene mettendole in tensione, la possibilità – talvolta obbligata per motivi di privacy – di tagliarle in forme diverse, farne delle sagome o dei filamenti che fungono da legacci etc. Si può costruire un’opera dove le pellicole sono il supporto, la forma e l’immagine, la trama e l’ordito della stessa tessitura.

Margherita Levo Rosenberg, COMO-DAMENTE, 1996

Io: Dalla pittura sei passata ad opere che occupano uno spazio fisico tridimensionale, alcune installazioni ‘invadono’ tutto lo spazio che le ospita. C’è una componente assertiva del ruolo dell’opera d’arte e dell’artista in questa evoluzione?

MLR: Componente assertiva? Possiamo dire anche così. Vi è la mia concezione dell’arte e della sua relazione con il reale; opere come Pensieri pensati incarnati in forme che prendono vita e identità proprie.

Una sera, allo Studio Leonardi V-Idea di Genova, con il quale collaboravo da qualche anno, si cominciò a parlare della pipa di Magritte – Ceci n’est pas une pipe – e sentivo che sulla distinzione tra rappresentazione e realtà, non ero d’accordo; perlomeno non fino in fondo. L’idea di un confine, così netto non era abbastanza convincente. Fantasticavo sul Grande Fratello, il reality televisivo più in voga in quegli anni, e vi trovavo la risposta… Come la pipa di Magritte, qualcosa che appare ma non è… Come si sarebbe potuto percepire fino a dove prevalesse la recitazione della vita sotto la telecamera e quando, invece, la realtà di quella vita potesse irrompere nello spettacolo in tutta la sua autenticità? Dove trovare il confine tra la regia, il copione e la spontaneità dei personaggi?

Margherita Levo Rosenberg, Se magritte ed io… (pipa=mezza pipa+mezza pipa=pipa ), pellicole radiografiche, collage, cm 100×70, 2004.

Si sarebbe ancora potuto parlare di realtà e rappresentazione, anche alla luce della lezione di Duchamp, oppure bisognava  valicare un limite nuovo, oltre il quale non sarebbe più stato possibile iscrivere il reale e il non reale in questa semplice dicotomia?
Nelle settimane successive cominciai a produrre le opere di Naming, una mostra organizzata in seguito con l’Università di Genova, il filosofo Oscar Meo; autore di un libro dal titolo Mondi Possibili, e la linguista Laura Salmon.
Una ventina di opere sulla pipa di Magritte; alla prima ho dato il titolo di re nudo pensando che un bambino non avrebbe operato quella distinzione tra oggetto e rappresentazione che a me, fino a quel momento era parsa ovvia; un bambino, se gli avessero chiesto che cosa fosse, avrebbe semplicemente affermato che si trattava di una pipa. Un oggetto non può essere separato dalla sua rappresentazione pittorica, e neppure dalla sua rappresentazione linguistica, dal suo nome; natura e cultura non si possono separare.
Presentai la mostra con questa filastrocca, nella quale ancora mi riconosco:

Io sono un postmoderno
molto d’estate, poco d’inverno
io sono un concettuale,
se mi ferisci, se mi fai male
penso i pensieri blu, rossa la carne
credo nell’arte ma solo in parte
io sono un postrealista,
mentre ti guardo ti perdo di vista

MEMORIA LETTER-ARIA, XRay films, decofix, collage, cm 100cx100X35 ca, 2013



La conseguenza di queste riflessioni fu il passaggio al ciclo delle conazioni, opere tridimensionali costituite di concetti/oggetti; conetti di plastica, contenenti immagini trasformate in oggetti che assemblati in moltitudini costituivano altro, un flusso di trasformazioni continuo ed inarrestabile, che minava dalle basi l’idea di poter intrappolare una realtà possibile, assolta da un punto di vista soggettivo e da un istante dato.
Più recentemente mi sono arresa all’idea che il mio intervento nella creazione dell’opera sia sempre meno invadente, che il mio dentro e il mio fuori  non siano separati da un confine se non immaginario, che tra me e l’opera si crei un rapporto di scambio reciproco, che l’opera contribuisca a costruire il mio essere e la mia identità non meno di quanto io contribuisca alla sua creazione e che i miei pensieri, una volta pensati, prendano corpo e trovino casa, come uccelli appollaiati sugli alberi, lungo le strade del mio viaggio e mi pensino a loro volta, restituendomi alla magia del vivere e del sentire.

Margherita Levo Rosenberg, Memoria frivola, K1 acetate decofix Xray fims pins on net, cm 100x100x12

Io: Quanto è presente l’ironia nei tuoi lavori?

MLR: L’ironia è una componente fondamentale della mia vita e pertanto anche delle mie opere. È un modo di scendere a patti con il paradosso dell’esistenza: “che tragedia da ridere questo nostro soffrire, si nasce per vivere si vive per morire!” (Ettore Petrolini). Allora cerco soluzioni che mi facciano scattare la risata, come accostare il mio ritratto a quello di Sharon Stone, incollare l’immagine di un cavolo in mezzo alla tela e scriverci attorno “idea del cavolo” oppure reiterarla sul foglio per farne “una cavolata”. Il motto di spirito alleggerisce i fardelli di cui la vita mi carica e mi infonde una sensazione di pienezza che trovo rigenerante.

Margherita Levo Rosenberg, IDEA DEL CAVOLO, acrilico, collage su tela, cm 120×90, 2001

Io: Quale rapporto si instaura a tuo parere (e quali vorresti che si instaurasse) tra le tue opere e le tue installazioni ed il fruitore/osservatore?

MLR: Io considero ogni mia mia opera come materializzazione di un pensiero, ‘pensiero pensato’ che ‘pensoso mi pensa’, come ho scritto in uno dei miei più sentiti componimenti in versi. L’opera, nel suo farsi attraverso lo sviluppo di un’idea, nel suo farsi ‘persona‘ – come un adolescente che diventa adulto – si allontana dalla sua matrice creativa e si assume la responsabilità del dialogo che innesca con il mondo. Viana Conti, una decina d’anni fa, ha definito le mie creazioni come “dispositivi di cattura dell’attenzione”… credo che abbiamo una qualche vicinanza con i Gargoyle, demoni e animali mostruosi delle cattedrali gotiche,  il cui nome deriva dal garguglio latino, l’antro dal quale sgorga rumoreggiando l’acqua e che, come l’acqua, sono messaggeri di contenuto.

Vorrei che le mie opere avessero un grado di autonomia sufficiente a reggere anche i contrasti più difficili…le vorrei infrangibili, indeformabili, capaci di adattarsi allo spazio che potrà  essere loro dedicato.

Margherita Levo Rosenberg, NELLA DERIVA DEL ROSSO, acetato dc, fix pellicole radiografiche spilli su rete metallica, cm 320x320x15 circa, installazione per ZooArt Cuneo, 2008

Io: Praticare l’arte – farla e frequentarla – ha un valore psicologico, sociale, emotivo – per l’individuo e per la comunità – secondo te?  E se sì, quanto influisce la conseguente “responsabilità dell’artista” nella creazione dei tuoi lavori?

MLR: Penso che la poetica di ogni artista si nutra del suo quotidiano. Alcuni eventi hanno segnato più di altri la mia esistenza. Sono nata in campagna, da una famiglia di contadini ed ho trascorso l’infanzia in mezzo ai campi, tra cielo e terra, a contatto con la durezza del lavoro e l’insicurezza della precarietà. D’inverno disegnavo e ritagliavo bambole dai giornali, sul tavolo di cucina, mentre mia madre sfaccendava e mi faceva partecipe dei suoi sogni, parlandomi in dialetto piemontese per non trasmettermi quello che riteneva essere il suo italiano imperfetto. Di quegli anni ricordo la fatica nel suo sguardo, le lacrime d’agosto sotto la grandine che in un attimo vanificava il lavoro di un anno intero e un grave incidente agricolo di mio padre che lo lasciò fortunatamente in vita ma cambiò la nostra esistenza per sempre. La mia fantasia ricorrente da bambina era di volare oltre le colline. L’impatto con la lingua italiana, nei primi giorni di scuola, non fu drammatico per me ma per il mio compagno di banco, che non era riuscito a chiedere per tempo di andare in bagno, segnando un ricordo di quelli che non si cancellano più. In seguito, durante gli anni dell’università ho incontrato l’uomo che poi è diventato mio marito; un soldato israeliano con un bagaglio di cultura e di esperienza molto diversa da quella che conoscevo; una relazione che ha aggiunto al mio mondo molti dei tasselli mancanti, come il non aver mai saputo di avere ascendenze ebraiche, accuratamente occultate e negate per un paio di generazioni.

Una scoperta che mi ha profondamente ferita; il soffocamento volontario di un’identità indotto dal desiderio di preservare le generazioni a venire dalle sofferenze inferte dall’antisemitismo.

La pratica artistica mi ha permesso di lenire questa ferita e di superare quella ‘mancanza d’intero‘ che mi portavo dentro dall’infanzia.

Margheruta Levo Rosenberg, PASSAGGIO SEGRETO, pellicola radiografica, vitigno, cm 90x35x20 ca., 2013

“Passaggio segreto” è l’opera che ha dato il titolo alla mostra sulla memoria, alla Galleria Comunale La Pescheria di Cesena, curata da Maria Grazia Melandri, nel 2014. Evoca la potenza della comunicazione inconscia; quella che si era creata tra me e mio padre, consentendomi di ritrovare il ‘luogo‘ delle mie origini.

Margherita Levo Rosenberg, PREGHIERE PERDUTE

Preghiere perdute è il requiem dedicato a mio padre, scomparso nel 2012.

Aspetto imprescindibile della mia vita è il contatto con la sofferenza psichica, con le cause e le conseguenze della perdita di contatto con la realtà, che ha condotto il mio interesse, da un lato, verso gli aspetti emozionali e psicologici dell’esistenza ma anche i diversi modi d’intendere quella realtà che ci costringe ad adattarci ad una ‘norma‘ e le conseguenze politico sociali di questa norma. Dall’altro verso l’inevitabile riflessione sull’essere, gli aspetti filosofici del rapporto tra l’essere e il rappresentare, tra natura e cultura, affrontando i temi del linguaggio e delle sue molteplici implicazioni. Ho condotto atelier di terapia espressiva per quasi venticinque anni con pazienti psichiatrici molto gravi ed ho imparato che esprimersi e comunicare è una necessità di tutti e che ognuno di noi, in qualche modo, si esprime artisticamente, anche se in forme che non sono codificate come tali. Da loro ho imparato che la creatività non è un privilegio di pochi e che, quando troviamo un modo di esprimerci, consonante con le nostre attitudini, comincia a ricucirsi quello ‘scollamento’, quella ‘mancanza d’intero’ che porta allo scoperto la carne viva e, quando la nostra interiorità trova protezione, possiamo ricostruirci come persone, con una nostra specifica identità.

In questo senso l’arte ha un grande valore psicologico, come un rito sciamanico, nel restituirci ‘i pezzi d’anima’ che abbiamo perduto.

Il cavolo permanente di Wilson; acetato, dc-fix, pallone bruciato, su rete metallica, cm 70x70x35, 2009

Tuttavia l’esperienza fondamentale, quella che mi permette di frequentare le emozioni più profonde, senza caderci troppo dentro e restarne intrappolata, risale alla mia infanzia ed è il mio rapporto ancestrale con la terra.

Noi piantiamo gli alberi – diceva Joseph Beuys – ma gli alberi piantano noi”; sento che questa affermazione mi riguarda profondamente.

Beuys diceva anche che dobbiamo rendere conto al mondo di ciò che abbiamo fatto della nostra vita: mi identifico con questa posizione di dover rendicontare a chi sta accanto a noi, ma anche a chi è venuto prima di noi – il dovere della memoria – a chi viene dopo di noi. Abbiamo tutti una responsabilità nei confronti della storia: presente, futuro e passato (Walter Benjamin). Per l’artista la rendicontazione si esprime nell’opera che è sintesi estetica; altro dalla teorizzazione e dalla militanza politica.

Margherita Levo Rosenberg, Sulla rotta di Noè, installazione ambientale, 2016

Io: C’è un’opera in particolare nella quale ti riconosci maggiormente e dalla quale non ti separeresti, e perché?

MLR: Ce ne sono molte, diverse nei diversi periodi della vita. Alcune perché mi hanno fatto paura e tenerle vicine mi aiuta a controllarle, altre perché rappresentano un cambiamento o sono legate ad un evento particolare della mia vita. Tuttavia considero le mie opere come parti diverse di una stessa grande tessitura, legate le une alle altre in un continuum che ha radici nella mia biografia; faccio fatica a separarmi da tutte.

“Anselma”, ad esempio, è una sorta di autoritratto che mi rappresenta nell’insieme dei materiali e del loro impiego; può stare sospesa in aria o accasciata a terra, è fatta di molte pellicole radiografiche per leggere ‘dentro’; qualche ricciolo rosa per la femminilità; qualche ricciolo a quadretti bianco/blu per il ruolo nello spazio familiare; qualche frangia mimetica militare per la piccola guerriera che sta in me; un po’ di pelle di serpente per la perfidia, qualche filo di pizzo rosso ciliegia per la sensualità, poco prato finto con le bustine del thè che bevo ogni giorno e una piccola collezione di esseri umani stampata su frange azzurre, qualche lettera ebraica sovrapposta alle lettere usuali e qualche ramo di vite per le mie origini. E’ da questa mescolanza che nasce la mia identità e l’energia del quotidiano.

Io: Un anno sicuramente difficile questo. La pandemia e il lockdown hanno indubbiamente minato molte certezze consolidate e costretto a rivedere i nostri punti di vista. Come hanno influito sul tuo lavoro e sulle tue opere?

MLR: In realtà non ho mai avuto molte certezze per cui, la pandemia ha, in parte, solo confermato il mio stato di ‘disincanto fragile‘ nel quale mi sono sempre riconosciuta. L’assenza di certezze che ho spesso risolto, nei primi anni della mia attività artistica, con affermazioni apodittiche che si esponevano per essere confutate: “Il silenzio è un’assenza da giustificare”, “Se sai leggere è inutile che io scriva; se non sai leggere è inutile che io scriva” e così via, in quest’ultimo periodo mi ha indotto  a creare opere come “La ruota della fortuna”, “Human Crossing”, “La stessa barca” e gli “Stracci di rete” che hanno un legame esplicito con la contingenza della quotidianità.

Margherita Levo Rosenberg, UNO STRACCIO DI RETE, 2020

Più recentemente sto lavorando ad una serie di opere stimolate da una riflessione sula crisi della cultura occidentale, che, in occasione della pandemia, ha mostrato tanta della sua inadeguatezza. Ne è scaturita una serie di opere giocose su argomenti straordinariamente seriosi, come “L’ombra della festa” e “La festa proibita”; “L’ombra del peccato”, la serie “Dal diario dei peccati veniali” che cercano di stemperare nell’ironia la gravità della situazione.

Margherita Levo Rosenberg, LA FESTA PROIBITA, 2020

Io: A quali progetti stai lavorando al momento e a quale vorresti dare forma in futuro?

MLR: Continuerò la mia ricerca di ridefinizione degli elementi della realtà. Ho sempre pensato che l’arte abbia la realtà come oggetto e che, quando cambia l’oggetto dell’arte questo accada perché il modo di percepire la realtà sta subendo un cambiamento. Basta pensare al surrealismo – che io chiamerei in altro modo – per comprendere che non erano gli artisti ad aver cambiato l’oggetto del loro interesse ma erano maturati i tempi per comprendere che il mondo interno delle persone poteva essere reale quanto gli alberi e le montagne. Come scrissi in occasione della mia mostra Reality Test, del 2003, io continuo ad essere ossessionata dalla necessità di trovare una relazione armonica fra le molteplici sembianze con cui la realtà mi appare ma negli ultimi anni, l’idea che si possa convivere con la mancanza di una definizione del reale mi è meno insopportabile; una delle ultime serie di opere, che chiamo scampoli mutuando evidentemente il sostantivo dal mondo dei tessuti – ne sono il paradigma; per tanto che io mi sforzi, avrò del reale soltanto scampoli di una tessitura che si estende all’infinito,  nello spazio e nel tempo. Le opere della serie degli scampoli, non hanno verso, sono composte di frammenti sostituibili e intercambiabili. Non hanno misura rigida e possono adattarsi allo spazio che può essere loro dedicato. Sono composte per la maggior parte da materiali riciclati, talvolta integrati da altri, predisposti allo scopo. Qualsiasi materiale, dedicato ad uno specifico impiego può assolverne molti altri e la mia ricerca, negli ultimi anni è sempre più motivata dal bisogno di rendere lo sguardo più circolare intorno alle cose; l’arte ‘circolare‘, messa a punto formalmente nel 2005 con le conazioni, nel 2019 ha trovato, un nome e un manifesto.

Margherita Levo Rosenberg, SCAMPOLI – Omaggio a Van Gogh – pellicole radiografiche, carta plastificata, cm 100×100, 20120

Manifesto dell’arte circolare

L’arte ha per oggetto la realtà

Quando l’espressione artistica si modifica significa che la percezione e la concezione del reale sono mutate

La realtà è un fenomeno percettivo

La percezione è un fenomeno relazionale attivo che coinvolge il patrimonio mnesico, cognitivo ed emotivo, del percipiente

Nel mondo contemporaneo il limite tra realtà e rappresentazione si è definitivamente dissolto e nell’espressione artistica conseguentemente

L’opera d’arte non rappresenta

È

Margherita Levo Rosenberg, NE HO VISTE DI TUTTI I COLORI, K1 acetate, decofix Xray, fims pins on net, cm 200x65X10

Il manifesto è pubblicato su Facebook, in un gruppo che ho chiamato ARTISMO, come il ciclo di mostre che ho curato al Museattivo Claudio Costa, dopo la sua morte, nel 1995, e fino al 2014, anno in cui ho deciso di dedicarmi ad altri progetti: ARTISMO è il termine con il quale ho indicato  un’attitudine all’operare artistico, che includa qualsiasi poetica e qualsiasi tecnica finalizzata ad una modalità di comunicazione che tenda ad integrare, a sintetizzare, superando alcune tendenze espressive del novecento che inevitabilmente hanno risentito della spinta divisiva della super-specializzazione, perdendo – non di rado – la visione d’insieme.

L’arte si occupa sempre della relazione tra l’essere umano e il mondo ‘reale’.

L’opera d’arte, anche se parte dall’ analisi, appartiene al regno della sintesi ed è tanto più intensa quanto più coinvolge l’insieme delle percezioni, dove la percezione è un processo attivo, del quale fanno parte la cultura, la storia, la memoria, l’emozione…

L’analisi dettagliata appartiene al regno della scienza.

Camminerò “fino a dove non conosco ancora”, rubando l’espressione a un amico.

Di una cosa sono certa: voglio continuare a ricreare la vita, fino a quando la vita non deciderà di ricreare me.

Margherita Levo Rosenberg, MEMORIE DI PAMPINI TEMPORALE, acetato, pellicole rx, spilli su rete metallica, cm 12x120x13

Chi è Margherita Levo Rosenberg

Margherita Levo Rosenberg è nata a Ponti (AL), nel 1958. Artista, psichiatra, arteterapeuta.

Nel 1992 ha fondato il gruppo Pandeia, con una decina d’artisti uniti sulla base di affinità concettuali più che formali. Dal 1996 al 2014 è stata direttore artistico dell’Istituto per le Forme e le Materie Inconsapevoli – Museattivo Claudio Costa, dove si è occupata delle scelte espositive, di studi e ricerche sui rapporti tra creatività ed integrazione della personalità. Temi sui quali ha relazionato a numerosi congressi e conferenze, collaborando a libri e riviste del settore. Dal 1992 espone in spazi pubblici e privati. Le sue opere sono in collezioni museali in Italia e all’estero.

Margherita Levo Rosenberg, MADRE DI VENTO, pellicole radiografiche vergini vitigni, cm 230x230x230, 2013

Contatti

https://levorosenberg.it

 

Erika Giacalone

Da una continua sperimentazione di tecniche e materiali Erika Giacalone crea sculture che trovano pieno “compimento” soltanto nel dialogo con il fruitore finale. Una manipolazione della materia che diventa anche la cifra della sua ricerca artistica e la chiave di lettura del suo lavoro.

Intervistarla è stato per me illuminante per comprendere meglio il senso del suo “essere artista” e il significato delle sue opere.

Ties, 2018, salpa/supporto plastico 100 x 120 x 25

Io: La ricerca sui materiali è tema centrale del tuo lavoro. Quanto è importante anche rispetto al significato dell’opera?

EG: In ogni caso sia la ricerca sui materiali che il significato dell’opera sono strettamente collegate. L’opera acquisisce significato attraverso il carattere intrinseco della materia. È il materiale che dona significato all’opera.
Ogni singolo pezzo che compone l’opera finale viene creato pensando alla manipolazione/tensione che dovrà essere applicata alla materia. È una doppia comunicazione – tra quello che il materiale mi permette di fare e quella che è poi la sensazione che vorrei il lavoro conferisse.

Struggle 2019, intreccio corda, spago, cm 90 x 50 x 22

Io: Ai materiali, prevalentemente organici, che scegli per le tue opere applichi anche tecniche di lavorazione che sono tipiche della fiber art (come l’intreccio) per creare vere e proprie sculture, talvolta di dimensioni importanti. Qual è la genesi dei tuoi lavori? Parti dall’idea, da un progetto, dai materiali? E la tecnica che impieghi è dettata dalla materia oppure la sperimenti cercando poi il materiale più adatto?

EG: La genesi dell’opera parte da una sensazione, suggestione, da una pulsione data dalla volontà di manipolare fisicamente la materia.

Questa spinta si traduce in progetto ma non diventa  mai progetto “finito”. Cerco sempre di farmi guidare dalla materia stessa, quindi il progetto rimane aperto e mutevole durante il processo creativo, diventando esso stesso procedimento d’esecuzione e parte integrante  dell’esecuzione.

Linfa, 2020, cm.60x25x35, corda e spago

Le considero opere “aperte”. Ogni singola opera, ogni singola manipolazione mi porta al passo successivo. Come pezzi di un puzzle, comprendo di volta in volta, le innumerevoli possibilità di manipolazione che possono essere attuate ed analizzate per l’opera successiva. Ed è proprio per questo motivo che la tecnica impiegata è dettata dalla materia stessa, è  la materia organica che mi guida mostrandomi le sue caratteristiche attraverso la manipolazione.

Spin, 2016, cm. 20x20x22, carta, gomma industriale

Io: Le tue sculture sono spesso una ricerca di equilibrio fra opposti – malleabile/rigido, organico/inorganico, ecc. Questa esplorazione dei limiti è anche la cifra concettuale del tuo lavoro?

EG: Si, sono i limiti, i confini ma soprattutto la ricerca dell’equilibio e della convivenza tra materie completamente opposte. La scelta di utilizzare la materia organica ed accostarla ad elementi come la gomma (e simili) che assume carattere inorganico, è data dalla curiosità di capire come due materie, così diverse e distanti per natura, possano auto-reggersi e convivere nello stesso spazio. Essenzialmente, nonostante siano chimicamente diverse, la salpa (rigenerato di cuoio) non può assumere la sua forma se non ci fosse la gomma a reggerla.

L’essere umano è fatto di contraddizioni ma soprattutto di sensazioni opposte. La cifra concettuale del mio lavoro è cercare un’equilibrio tra queste sensazioni che nel mio caso vegono tradotte attraverso l’utilizzo di materie diverse tra loro.

Haywire, 2017, salpa, gomma industriale, cm 30 x 40 x 15, (collezione privata)

Io: C’è un’opera a cui sei particolarmente legata o che maggiormente ti rappresenta e perché?

EG: Tutte sono state importanti seguendo la logica del mio processo creativo ma se dovessi scegliere, il pezzo al quale sono fortemente legata è Organism del 2016.

Organism è concettualmente il passaggio verso la scoperta della scultura. Le mie radici sono prettamente pittoriche ma attraverso lo studio e la ricerca avevo preso coscienza che la materia avesse un peso, una gravità importante nonché un colore caldo che attraesse al primo sguardo e che allo stesso primo sguardo queste caratteristche fossero chiaramente leggibili.

Linea pulita, una scultura disegnata, il colore puro della materia.

Pulsations 2017, Salpa, gomma industriale, cm 30 x 60 x 20

Io: Che ruolo ha il fruitore, il pubblico nelle tue opere?

EG: Il  fruitore completa il lavoro.

Il fruitore percepisce  attraverso la manipolazione non solo le caratteristiche appartenenti alla  materia, ma mette necessariamente in moto i suoi sensi come l’olfatto, il tatto…

Quando il fruitore percepisce tutto questo l’opera è completa.

Organism, 2016, salpa, gomma industriale, cm 110 x 165 x 30

Io: Come ha influito sulla tua ricerca questo anno così anomalo?

EG: È stato un anno particolarmente complicato, su tutti i fronti.

Io vivo in una piccola città in periferia. Sono contornata da tanta natura e bellezza per mia fortuna.

Nel periodo in cui tutto il mondo si è completamente fermato mi sono ritrovata a casa, tutti i giorni, tutte le ore. È stato come vivere sospesi o all’interno di una bolla di sapone. La mia ricerca in un primo momento ne ha giovato, ho sperimentato e lavorato tanto. Con il passare delle settimane è diventato tutto più complicato.

La ricerca nasce da innumerevoli impulsi, una passeggiata, una chiacchierata, una foglia che si muove al vento.

Questo mi è mancato ma ho continuato a lavorare ed a concentrami, sono fiduciosa per il futuro.

Methamorphosis 2019, intreccio corda spago, cm 170 x 20 x 60

Io: A quali progetti stai lavorando e a quale vorresti lavorare in un prossimo futuro?

EG: Attualmente ho iniziato a lavorare con il filo, la corda e filati in generale. Penso sia una materia dalle mille caratteristiche e possibilità e questo mi incuriosisce molto.

Nonchè la possibilità di pensare a lavori che si autoreggano, pensare a dimensioni ampie…è un campo aperto da sperimentare.

Hybrid, 2016, salpa, ecopelle, gomma industriale, cm 60 x 160 x 20 (collezione privata)

Chi è Erika Giacalone

Erika Giacalone, classe 1990, ha iniziato la sua ricerca con una pittura di marca concettuale, che si evolve verso la ricerca di nuovi materiali. La carta (e derivati) diventa il materiale prediletto, elemento base per la costruzione e sviluppo di nuovi progetti sempre in continua evoluzione. Di suo particolare interesse è la potenzialità della materia in tutte le sue forme, fattore che ha un compito fondamentale all’interno del suo processo creativo e per tale ragione vengono utilizzate materie dai caratteri contraddittori: organico/ inorganico, morbido/rigido, pittura/scultura.

Viene affascinata dalle evoluzioni compiute dalla scultura del Novecento, questa, insieme alla pittura, sono i punti che hanno favorito l’elaborazione di opere che prevedono il connubio tra le due discipline; utilizzando il carattere intrinseco della materia organica, attraverso la continua interazione e manipolazione della stessa, per avviare uno studio sulla forma. In questo panorama, il materiale organico prende ogni volta nuova vita, rendendo l’”oggetto” artistico un vero e proprio “organismo vivente”, attraente alla vista e al tatto.

Fall, 2016, salpa, gomma industriale, cm 180 x 190 x 40

Tra le mostre a cui ha partecipato: (2020) Verzahnung, Haus Der Kunst, cantieri Culturali della Zisa, a cura di Verein Düsseldorf-Palermo, Palermo; Premio Combat Prize, Bob art associazione culturale, Livorno; (2019) Festival Venti Contemporanei a cura di Virginia Glorioso, Cereggio (RE); Die Grosse Kunstausstellung 2019, Museum Kunstpalast, Düsseldorf; (2018) Die Grosse Kunstausstellung 2018, Museum Kunstpalast, Düsseldorf; (2017) Fattoconlemani – mitdenhänden gemacht  a cura di  Verein Düsseldorf-Palermo, Düsseldorf; made in paper, Galerie Exit Art Contemporain, Boulogne-Billancourt, Francia; (2016) Haus Der Kunst, Cantieri Culturali della Zisa; Premio FAM Giovani per le Arti Visive, seconda Edizione, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento (AG); (2015) “PRIMO“, a cura di Virginia Glorioso e Francesca Malleo, Palazzo Zingone, Palermo; “Codex / I codici del Contemporaneo”M.E.S. / Museo Ex Convento dei Carmelitani, Sutera (CL); “SmALL “Gruppo Saps- mostra collettiva di Arti Visive, Torretta (PA); RESIDENZE/ “tra identità e memoria” Partanna,(TP) a cura di Gruppo SAPS, con il Patrocinio del Museo Riso, Accademia di Belle arti di Palermo e Comune di Partanna; FISAD- Primo Festival Internazionale delle scuole d’Arte e Design, Torino (TO); (2014) “Start Up” a cura di Emilia Valenza, Fiammetta Sciacca, Villa Niscemi, Palermo (PA). Premi 2016: 3th Premio FAM Giovani per le Arti Visive, Agrigento Premio Unicredit, Accademia di Belle Arti di Palermo.

Contatti

https://www.facebook.com/erika.giacalone/

https://www.instagram.com/erika.giacalone/

phone: +39 3290451969

E-mail: erikagiacalone31@gmail.com

Elogio dell’essenziale: le opere di Annalisa Di Meo

di Barbara Pavan

Scrive Tomas Tranströmer, Nobel per la Letteratura nel 2011, in un libro dai toni autobiografici: “La mia vita. Quando penso a queste parole mi vedo davanti una scia di luce. Guardando più da vicino, la scia di luce ha la forma di una cometa, con una testa e una coda. L’estremità più luminosa, la testa, è l’infanzia e l’adolescenza. Il nucleo, la parte più densa, sono quei primissimi anni in cui vengono definiti i tratti fondamentali della nostra esistenza. Cerco di ricordare cerco di arrivare fino a là. Ma è difficile muoversi in quelle regioni compatte, è pericoloso, mi dà come la sensazione di avvicinarmi alla morte. Poi la cometa si dirada – è la parte più lunga, la coda. Diventa man mano più rarefatta ma anche più ampia.” (T. Tranströmer, “I ricordi mi guardano”, IPERBOREA Ed.)

A questa ‘ampiezza’ più eterea, impalpabile, rarefatta rimandano anche i lavori di Annalisa Di Meo. Una ricerca, la sua, che parte dalla natura indagandone, però, la meraviglia dei dettagli trascurati e trasformandone l’essenza in una riflessione esistenziale ben coniugata con una cifra estetica capace di regalare bellezza e leggerezza alla materia di cui ragiona. Ed è di essenza, appunto, che ragionano queste opere rimandando all’unicità della singola foglia, della singola ala d’insetto, allorché il paziente lavorio della vita ne ha ridefinito la forma e la sostanza. Quella stessa vita che, come certi artisti, opera per sottrazione e di cui Annalisa Di Meo, lungi dall’osservarne il risultato come uno scarto sulla via della dissolvenza, ne cattura l’essenziale, ovvero ciò che rimane al netto delle prove, delle perdite, delle avventure, dei successi e delle delusioni, delle gioie e dei dolori, delle battaglie vinte e delle molte sconfitte. È questa, paradossalmente, la struttura resistente, l’anima solida rimodellata e ridefinita dal vento, dal sole, dal tempo, privata di ogni orpello; come, ad esempio, quel verde brillante che ogni foglia sfoggiava sull’albero insieme alle sorelle, e che da lontano talmente uguali le faceva apparire da non distinguerle, finendo indicate semplicemente come ‘le foglie del tale’ o talaltro, se non, addirittura, genericamente ‘la chioma’. Non è più così ora, quando di ognuna di esse sono chiari e ben delineati il carattere, la ‘materia’ (o meglio la stoffa) di cui son fatte e la storia che le ha attraversate.

Tema attuale e spinoso da affrontare quello del trascorrere del tempo e dei suoi effetti in una società come quella contemporanea che nega dignità e valore alla vecchiaia, che finge che la morte non esista, che guarda a se stessa come figlia di un’era tecnologica e scientifica che ci renderà tutti perfetti ed immortali e in cui la giovinezza è un must, oltre che un valore – talvolta ahimè l’unico – da perseguire e conservare ad ogni costo. Argomento ancor più attuale se poi mi trovo a scriverne al termine di un anno in cui tutte queste certezze hanno a dir poco vacillato.

Il lavoro di Annalisa Di Meo ci restituisce lo sguardo poetico sul mondo, sottrae il tempo della nostra vita alla velocità con cui consumiamo ogni esperienza (prima che fosse il COVID a imporcelo), ci consegna la chiave per tornare a godere della bellezza dell’ovvio e, soprattutto, riporta la riflessione sull’avvicendarsi dei fenomeni e dei processi naturali – nascita, crescita, morte – indissolubilmente legata al mistero dell’esistenza che tanto ci disorienta.

L’artista usa l’arte come una lente di ingrandimento, e spago, lino, fibre e stoffe per allestire il suo personale piccolo museo di storia naturale: con metodo quasi scientifico, come un moderno Linneo, scopre, raccoglie, esamina ma in più, con pratica artistica, elabora e ci restituisce non cassette per insetti o erbari bensì opere d’arte. Perché quello che ci appare come la riproduzione macro di un dettaglio di una foglia o di un’ala è – direbbero in altri tempi – mirabile artificio, un lavoro a cui l’arte consente di custodire la traccia – le tracce – dell’infinitamente piccolo e – idealmente, per estensione – dell’intero universo, passato, presente e futuro con i suoi segreti e le sue domande aperte.

Di quelle tracce, che sono anche le nostre, possiamo far tesoro per dar forma a pensieri, emozioni, riflessioni. Oppure possiamo dimenticarcene, lasciarle scivolare in qualche angolo della nostra memoria. Poiché lì, in ogni caso, le ritroveremo “come – per citare nuovamente il nostro Tranströmer – se aspettassero il loro momento”

Annalisa Di Meo (nata a Brescia nel 1977) inizia la formazione artistica presso il Liceo Artistico “M. Olivieri” di Sarezzo (BS), dove si diploma nel 1995 a pieni voti. Successivamente si iscrive al Politecnico di Milano dove si laurea in Architettura nel 2003; durante gli studi universitari consegue inoltre la qualifica di Operatore grafico pubblicitario. Dal 2006 partecipa a mostre e concorsi in Italia e all’estero.

http://www.annalisadimeo.com

Fabia Delise

Una tecnica padroneggiata magistralmente per consentirle di superarne i limiti attraverso una sperimentazione capace di coniugare rigore esecutivo e contenuti emozionali profondi: questa la sintesi della ricerca artistica di Fabia Delise che si racconta in questa intervista.

Io: Fili e tessuti ti hanno accompagnato dall’infanzia fino a diventare il medium espressivo della tua ricerca artistica. Era nel tuo ‘DNA’ oppure è una scelta di lentezza, di un ritmo del vivere e del lavorare meno asfittico e frenetico?

FD: Credo di poter rispondere tranquillamente entrambe. Provengo da un contesto in cui il lavoro manuale era considerato un bene prezioso, in una terra mitteleuropea, crocevia di popoli. La mia stessa famiglia è un concentrato di diverse realtà. Sono nata a Trieste, mia nonna materna è friulana e mio nonno di Grado, mentre la famiglia di mio padre ha le radici in Istria… tutti mondi apparentemente vicini, che portano con sé usanze, gesti e tradizioni. Questa varietà ha contribuito ad arricchire la mia ricerca artistica, aiutandomi a creare quell’impronta personale che credo sia ben visibile nel mio lavoro. La mia esperienza iniziale e l’interesse per il ricamo tradizionale mi hanno portato verso una naturale attenzione al gesto, consapevole, ripetitivo, preciso, a volte monotono. Per me cucire a mano è ormai diventato una forma di meditazione, un vivere lento immersa nei miei pensieri. Un rifugio dai ritmi frenetici che la quotidianità di oggi ci impone.

Io: Hai scelto di utilizzare tecniche tradizionali rigorose, senza concedere nulla alla via più rapida e più semplice, applicandole poi nel superamento di ogni schema in una continua innovazione e sperimentazione. Rigore e libertà: come concili questi due principi apparentemente opposti?

FD: La scelta di seguire la tecnica tradizionale è dettata principalmente dalla volontà di portare avanti una tradizione che altrimenti potrebbe venir dimenticata. Trascorrere tante ore a cucire a mano è fisicamente molto faticoso, ma – nonostante questo – non mi sfiora quasi mai l’idea di prendere delle scorciatoie. La consapevolezza del gesto e l’importanza di una manualità che non fa più parte del quotidiano sono fattori su cui ho posto la mia attenzione da tempo. Riportare questi gesti in un contesto moderno dando vita ad un lavoro visivamente contemporaneo è stato fin dall’inizio il punto di forza dei miei progetti con gli esagoni. Rendere innovativa una tecnica così antica si è rivelata essere una sfida interessante che mi ha conquistato da subito. Diversi fattori rendono attuale un lavoro ad esagoni; nel mio caso la totale assenza di forme geometriche comuni (tipo losanghe o fiori), l’utilizzo di una palette cromatica insolita, l’inserimento di spazi vuoti… in poche parole il superamento dei rigidi schemi compositivi legati alla tecnica tradizionale. L’abbandono delle regole crea un senso di libertà che stimola la mia creatività. A volte le idee per un nuovo progetto nascono inaspettatamente e aprono infinite possibilità di composizione. La tecnica tridimensionale, che ho iniziato a sperimentare solo 2 anni fa, amplifica e potenzia questo aspetto rendendo interessanti le sfide che affronto in ogni lavoro.

Io: I colori delle tue opere rimandano spesso ad una natura autunnale, alla luce invernale, alla quiete notturna. Questa atmosfera intima e meditativa è l’ispirazione da cui nascono i tuoi lavori oppure la meta a cui tende la tua ricerca?

FD: Sono una persona introversa e credo che questo si rifletta nelle scelte che faccio quando penso ad un nuovo lavoro. Tutto comincia con i colori, dai quali nasce la mia ispirazione. La passione per la fotografia mi permette di fissare determinate situazioni o combinazioni cromatiche che mi suscitano emozioni, mi aiuta a stabilire il punto di partenza per una nuova composizione. Il mio percorso di studi (ho una laurea breve in Economia del Turismo) e la mia vita privata mi hanno dato la possibilità di viaggiare e vivere in luoghi diversi. Ed è proprio da questi viaggi che spesso nascono le idee per i nuovi lavori. Amo i paesi nordici, la luce e il calore di quei mondi nelle stagioni fredde. Avvolta dal bagliore delle candele e dalle calde e accoglienti atmosfere invernali, mi sento a casa ovunque. La mia città natale mi ha insegnato ad assaporare i colori a seconda delle stagioni.

L’autunno è la mia stagione preferita e i colori che l’accompagnano mi ispirano sempre. Il rosso delle foglie di sommacco che contrasta con la fredda pietra del Carso, l’aria tersa dopo una giornata di bora, le sfumature di grigi nelle giornate piovose, la terra rossa dell’Istria. Potrei continuare all’infinito, ma credo che tutti questi colori e meravigliosi paesaggi alla fine vengano filtrati da un gusto personale che è stato negli anni nutrito e consolidato dalle esperienze che ho vissuto, dai ricordi e da un’estrema facilità ad emozionarmi che, in questo caso, è una preziosa risorsa.

Io: Quali sono i materiali che utilizzi per i tuoi lavori? Sono anch’essi oggetto di sperimentazione?

FD: Nel corso degli anni i tessuti dei miei lavori sono cambiati molto. Inizialmente usavo i tinti in filo giapponesi, la seta e il lino, ma anche dei tessuti stampati commerciali. Quando ho sentito l’esigenza di seguire un percorso più personale e di spostare la mia attenzione su una ricerca più artistica, il passaggio verso una diversa scelta dei materiali è avvenuto naturalmente. Ora per le mie opere utilizzo stoffe monocromatiche tinte a mano che acquisto nei mio vagabondare per il mondo e solo di rado mi concedo di usare dei batik. A queste mi piace associare dei tessuti stampati e dipinti da me, seguendo varie tecniche che ho appreso negli anni frequentando corsi e master class di artiste che ammiro. Un altro aspetto che trovo interessante è la possibilità di dare ai tessuti una seconda vita. Non a caso metto da parte e colleziono da sempre tessuti, pezzi di vecchi vestiti o scarti di sartoria che inserisco nei lavori e che aiutano a creare un legame tra le mie creazioni, i ricordi e le esperienze vissute.

Io: Da molto tempo ormai i tuoi quilt sono opere d’arte tessile astratta. Quali sono i messaggi che veicolano?

FD: Nel mio caso i lavori nascono dalle emozioni e credo che questo si possa facilmente percepire quando ci si trova davanti ad uno dei miei quilt. Ognuno di essi racchiude al suo interno qualcosa di me: momenti, ricordi, sentimenti e legami. Legami affettivi, legati alle persone che fanno parte della mia vita, al territorio, alla mia terra natale, alle tradizioni. Io li progetto basandomi su elementi del mio vissuto, tutto ciò che conosco e fa parte del mio mondo. Essendo i miei lavori astratti, però, ognuno è libero di assegnare loro un significato personale, di guardarli, interpretarli e assimilarli secondo i propri valori.  Altri aspetti evidenti sono la compresenza di tradizione e innovazione e l’importanza del gesto consapevole, preciso e ripetitivo, che induce a una forma di meditazione, un mantra personale che aiuta a trovare un equilibrio interiore. Questo pone l’attenzione al bisogno di rallentare i ritmi che il vivere moderno ci impone, e all’importanza della pazienza e del trascorrere del tempo con sé stessi.

Io: I tuoi ultimi lavori sono tridimensionali. Come hai sottolineato tu stessa, in queste opere c’è un ampio margine di imprevedibilità rispetto all’effetto finale. Mi spieghi a cosa è dovuto questo fattore di incertezza e come vivi l’impossibilità di controllare il risultato definitivo del tuo lavoro?

FD: Il passaggio dalla tecnica tradizionale al tridimensionale è avvenuta poco più di un anno fa e mi ha catapultato in un mondo pieno di possibilità. Mi ha dato l’opportunità di accentuare la parte di sperimentazione mettendo il mio lavoro alla prova sotto diversi aspetti. Quello più difficile da accettare, per una perfezionista attenta ai dettagli come sono, è proprio questo margine di imprevedibilità nel momento della composizione cromatica. Dovendo creare delle zone di colore che al momento dell’assemblaggio verranno compresse è difficile capire come i colori si mescoleranno nel lavoro finito e per quanto io mi sforzi di controllare questa fase del lavoro, alla fine si rivela sempre essere una sorpresa. Il risultato finale, in termini di composizione cromatica, è sempre diverso da quello che mi ero immaginata all’inizio del procedimento. Questo implica un difficile lavoro di accettazione dei miei limiti e dell’abbandono del bisogno di controllo su ogni cosa. C’è un ulteriore aspetto poi da considerare in questa dinamica di imprevedibilità ed è quello che, a lavoro finito, dopo la quiltatura, non appena il lavoro viene appeso alla parete, gli esagoni si aprono autonomamente, in modo imprevedibile, rivelando e accentuando una sfumatura di colore invece di un’altra. Da non dimenticare inoltre che la luce gioca un ruolo determinante nei miei lavori tridimensionali. Infatti, l’interazione con la luce produce effetti diversi a seconda dell’ambiente in cui le mie opere vengono collocate e dall’angolo di osservazione di chi le guarda. E’ un gioco a tre, quello fra la luce (ambientale e direzionale), le ombre e i miei lavori che dona a questi ultimi una vita, un volume e una profondità ogni volta diversi.

Io: Quali sono stati i maestri, gli artisti o gli eventi che hanno maggiormente influenzato la tua ricerca ed il tuo lavoro?

FD: Sono molte le persone che hanno avuto un ruolo importante nel percorso di formazione che mi ha portato ad essere quello che sono oggi. Da quando ho iniziato ho investito molto scegliendo ogni anno un corso da seguire con professioniste del settore che ammiravo per la tecnica utilizzata ma anche per il tocco personale che davano al proprio lavoro. L’incontro nel 2005 con Fanny Viollet, un’insegnante e artista francese, è stato il punto di partenza. Lei mi ha trasmesso non solo molte capacità tecniche, ma mi ha fatto capire che potevo usare la macchina da cucire come uno strumento per disegnare cancellando di fatto dalla mia testa tutti i limiti e ampliando le possibilità creative. Un’altra artista fondamentale che mi accompagna da sempre è Linda Colsh, ho frequentato diversi suoi corsi e master class nel corso degli ultimi anni, attirata dal suo stile espressivo essenziale e dalla sua palette cromatica. Avere lei al mio fianco ad incoraggiarmi nei momenti difficili è stato un sostegno sia pratico che emotivo importante. Ma ci sono anche altre artiste da cui ho appreso molto: il senso di libertà e l’importanza del segno da Dorothy Caldwell, l’essenzialità e la visione grafica da Pauline Burbridge, l’attenzione al mondo naturale e la capacità di tingere con le piante e la ruggine da Alice Fox, solo per citarne alcune. Anche altre persone che non sono strettamente legate al mondo del tessile sono state importanti nel mio percorso, come ad esempio l’artista calligrafa Denise Lach, che mi ha aiutato a realizzare un sogno che avevo da sempre. Vedere la calligrafia come un’espressione artistica e poterla unire alla mia passione per il tessile è un progetto che coltivo da tanto tempo e che spero, prima o poi, darà i suoi frutti.

Io: Le tue sono opere che richiedono un lungo tempo di realizzazione e grande perizia tecnica, oltre al talento naturalmente. Qual è la genesi dei tuoi lavori, il loro sviluppo? Progetti, disegni oppure segui il flusso delle idee dopo una prima bozza? Hai ripensamenti in corso d’opera? E il risultato finale è sempre quello che volevi?

FD: La genesi di ogni lavoro è strettamente legata alle mie emozioni e spesso le idee nascono dai miei viaggi. Uso la fotografia per registrare quello che vedo e queste immagini diventano il punto di partenza dei miei lavori. Inizio sempre con alcuni schizzi a mano del progetto che ho in mente, seguiti dalla scelta delle stoffe da utilizzare; successivamente le taglio e preparo gli esagoni seguendo la tecnica tradizionale inglese (English Paper Piecing). La ricchezza e la particolarità nei miei ultimi lavori tridimensionali sta nella quantità di sfumature e nelle combinazioni di colori che passano da una tinta ad un’altra creando delle zone colorate in una composizione astratta. Per queste costanti variazioni di tonalità è fondamentale la preparazione degli esagoni: un’operazione che richiede molto tempo, in quanto ogni singolo pezzo di stoffa viene prima imbastito su una forma più piccola di carta. Ho molte scatole piene di esagoni già pronti divisi per colore che uso come se fossero la tavolozza di un pittore. Quando sono pronta ad iniziare la mia composizione, appoggio gli esagoni su un pannello rivestito di imbottitura di cotone e solo quando sono convinta del posizionamento dei colori, inizio a cucire gli esagoni tra di loro secondo uno schema preciso. A metà del lavoro o quando lo ritengo necessario, appoggio la parte già cucita su un pannello che ho appeso al muro e la guardo da lontano. Questo mi permette di capire meglio quale direzione devo prendere, dove posizionare il punto focale, come mescolare i colori per enfatizzare punti luce o zone d’ombra.

Io: Qual è l’aspetto più critico o difficile o indigesto del tuo lavoro?

FD: Devo ammettere che faccio fatica a digerire tutta quella parte burocratica, finanziaria e di marketing che inevitabilmente esiste se si sceglie di intraprendere una strada più professionale. Essendo una persona creativa, non amo gestire i numeri e soprattutto le spese. A volte mi sento proprio al di fuori dalla realtà e credo che la mia fortuna più grande sia quella di avere al mio fianco una persona estremamente pratica che mi sostiene e supporta in ogni senso.

Io: Ce l’hai un sogno nel cassetto o un progetto a lungo termine?

FD: Di sogni ne ho tanti e mi considero una persona molto fortunata perché alcuni si sono già avverati, con tanta fatica e duro lavoro; poco succede per caso. Un progetto che tengo in un cassetto da sempre è quello di scrivere un libro. Mi piace scrivere ed è un sogno che mi porto avanti dall’infanzia. Ma, mentre prima mi vedevo scrittrice di un romanzo (ho sempre avuto tanta fantasia), ora sogno di pubblicare un manuale. Me lo immagino poco tecnico e molto creativo, nel quale spiego un diverso approccio all’uso tradizionale dell’esagono. Tecniche e progetti, uno sguardo più da vicino sul mio modo di lavorare. Per lasciare un segno, qualcosa che ispiri altre persone ad intraprendere un percorso creativo e liberatorio, al di fuori delle regole.

Chi è Fabia Delise

Nata a Trieste, Fabia Delise vive a Genova dal 2001. Fin da giovanissima coltiva un interesse per le fibre tessili e si appassiona al ricamo, sperimentando diverse tecniche nell’ambito del ricamo tradizionale. Grazie all’incontro con l’artista francese Fanny Viollet si avvicina al ricamo a macchina a mano libera (piqué libre) apprezzandone sempre di più la versatilità e le possibilità di espressione artistica. Nel 2006 entra in contatto con il variegato mondo del Patchwork, prediligendo fin dal principio le nuove correnti del Patchwork contemporaneo. Da subito crea uno stile molto personale seguendo un percorso di ricerca e sperimentazione delle tecniche tradizionali, concentrandosi sulla forma dell’esagono, aggiungendo un tocco contemporaneo nella composizione cromatica. Ha studiato a fondo diverse tecniche di Art Quilt, partecipando a vari corsi in Italia e all’Estero, tenuti da artiste riconosciute in ambito internazionale.

Ha esposto le sue opere in varie sedi in Europa: (2006) Genova, spazio Artelier Palazzo Ducale «Levia Gravia» –  collettiva; (2010) Genova, Villa Imperiale «Festa della Primavera» – collettiva; Genova, Villa Imperiale «Tableaux Textiles» – personale; (2011) Grambois (France) – «Aigu’illes en Luberon» – personale; (2012) Genova, spazio Artelier Palazzo Ducale Riciclo Quotidiana-Mente» collettiva; Genova, Palazzo Ducale «RE MIDA DAY» collettiva; Firenze, Biblioteca Nazionale “Florence Design Week” collettiva; (2013) Briançon (France) – 10 eme Festival du Patchwork – personale; Lièpvre (France), eglise de l’Assumption – 19 eme Carrefour Europeen du Patchwork – personale; (2014) Monza, Urban Center “La musica della mia vita” – collettiva; (2015) Grambois, Aiguilles en Luberon (Francia) – personale; Spazio Roberta De Marchi, Milano – personale; (2016) Quilt Festival Nord Groningen (Olanda) – personale; Interquilt Girona (Spagna) – personale; Carrefour EU du Patchwork, Alsazia (francia) Mostra collettiva 20 anni Quilt Italia – collettiva; (2017) Mirabeau (Francia) Aiguilles en Luberon – gruppo Fiber4 collettiva; QD Alghero – Personale; Arenzano, Arenzano Bonsai, Serra monumentale villa Negrotto Cambiaso – collettiva; Trieste, L’annaffiatoio – personale; (2018) Praga (Rep. Ceca) Prague Patchwork Meeting – gruppo Fiber4 collettiva; (2019) Karlsruhe (Germania) Nadelwelt Karlsruhe – gruppo Fiber4 collettiva; (2020) Perugia SCD Studio, Rebels – collettiva.

Contatti

Mail: fabia12d@gmail.com

Instagram: https://www.instagram.com/fabiadelise/

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I SEGNI PERMANENTI DI PINA DELLA ROSSA: UN ALTRO 25 NOVEMBRE

Scrive Ippolito Nievo nella pagina di apertura di Le confessioni di un Italiano: “La narrazione di una vita acquisisce e dà senso a una vicenda collettiva, come la singola goccia dà la direzione della pioggia”. Una citazione che si riaffaccia alla memoria osservando il percorso artistico degli ultimi anni di Pina Della Rossa, dove l’esperienza personale si è fatta arte, dapprima attraverso la narrazione della propria storia che nella catarsi artistica ha trovato forza curativa e veicolo espressivo, per diventare poi testimonianza di una vicenda collettiva, appunto, che non riguarda, infatti, soltanto vittime e carnefici, bensì l’intera comunità, le fondamenta stesse di questa società, che vogliamo civile e civilizzata, in cui viviamo. A questo secondo approdo appartiene il filo rosso che attraversa – talvolta fisicamente, talaltra idealmente – le fotografie che compongono il suo progetto SEGNI PERMANENTI, nato nel 2018 e realizzato, nella sua prima parte, nel settembre 2019 al Museo MACRO di Roma.

Segni (rossi) permanenti che vanno a comporre un alfabeto tracciato dalle persone che hanno aderito all’invito dell’artista, impegnandosi attivamente, mettendoci la faccia – o meglio il proprio ritratto – per ribadire che non si può mai abbassare la guardia di fronte ad un fenomeno, quello della violenza domestica e della violenza di genere, che al netto delle molte battaglie intraprese, registra solo nell’ultimo anno (nonostante l’approvazione della legge sul CODICE ROSSO) un incremento di casi dell’11%. Una guerra, dunque, la cui vittoria è ancora al di là da venire e che anche quest’anno, come ogni anno, torniamo a sottolineare il 25 novembre nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

In tempi di lockdown che costringe ad una convivenza asfittica vittime e carnefici è ancor più necessario unire la propria voce, nell’ambito che compete ad ognuno, per diffondere e consolidare una cultura che condanni senza riserve ogni forma di violenza, da quella psicologica a quella fisica, e che sappia sviluppare una rete di sostegno e di soccorso ampia ed articolata. In questa urgenza, si colloca il lavoro di Pina Della Rossa, artista impegnata su questo fronte da molto tempo, che dall’esperienza personale ha saputo elaborare opere che partono dalla narrazione introspettiva e risolutiva del ciclo intitolato DOPO LA BATTAGLIA, per evolvere in un progetto che si rivolge ad un’ampia platea di interlocutori coinvolti quali attori al pari dell’artista stessa.

Se infatti la prima serie di opere si muoveva tra l’analisi e la pacificazione delle tensioni interiori alla ricerca di una via salvifica dell’arte, SEGNI PERMANENTI supera la dimensione personale e sollecita l’intervento di quella comunità che – tutta – è chiamata a sentirsi coinvolta nelle istanze che attraversano la società, nel bene e nel male. Avendo trovato in sé la forza ed il coraggio per sconfiggere la paura, l’isolamento e la solitudine in cui sprofondano le vittime – e che tanta parte ha nel timore di denunciare – oggi la Della Rossa testimonia con il suo lavoro da un lato le cicatrici che il trauma della violenza lascia dietro di sé e dall’altro la possibilità di superamento e di rinascita ad una vita piena e libera.

SEGNI PERMANENTI è dunque un progetto d’arte che richiede partecipazione, è un mosaico testimoniale composto di fotografie, poesie, testi, interventi: un coro di molteplici voci per spezzare i troppi silenzi delle vittime, un’opera aperta, un luogo franco come solo l’arte sa creare, in cui gli individui agiscano per riaffermare i principi di giustizia, solidarietà, libertà e – perché no – il diritto alla felicità. È un passaggio dall’esperienza personale all’intervento sulla realtà che dà senso alla lunga battaglia sin qui condotta: è la vittoria di chi, riappropriatasi della propria vita, può finalmente condividerla con l’altro nella speranza di una presa di coscienza collettiva indispensabile per sottrarre sempre più donne alla persecuzione, sempre più vittime al sacrificio. Il progetto è un richiamo alla responsabilità individuale: occorre essere, ognuno, quella singola goccia che cambierà la direzione della pioggia, fino a quando il 25 novembre non sarà che una data qualunque sul calendario.

Pina Della Rossa | SEGNI PERMANENTI
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